Si resta quasi di stucco nel sapere che la Provincia di Torino ha approvato un piano di coordinamento del territorio in grado di bloccare fattivamente il consumo del suolo. Perché di fronte ai dati s’inorridisce: in 16 anni 7.500 ettari di verde spariti in provincia, pari alla superficie dell’intera città di Torino; in Italia più o meno nello stesso periodo 3 milioni di ettari, più del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Nessun segnale, fino a ieri, che questa deriva in crescita esponenziale si potesse fermare. Ci sono troppi interessi, troppe risorse in ballo legate agli oneri di urbanizzazione che fanno respirare i bilanci dei Comuni, troppi speculatori pronti a lucrare, troppo malcostume e poco rispetto per le aree libere, soprattutto quelle agricole. Poco rispetto per il terreno e la sua fertilità, svilita, devastata, violentata: ci vogliono dai 2.000 ai 10.000 anni perché un suolo “potente” si formi e si possa esprimere al meglio, e noi di solito riusciamo a perderlo da 10 a 40 volte più in fretta del suo ripristino naturale.

 

Invece oggi il sogno sembra diventare realtà. Presumibilmente entro un anno, dopo la ratifica dei Consigli Provinciale e Regionale, la Provincia di Torino sarà la prima in Italia a vietare di costruire su aree libere, quasi sempre agricole, privilegiando il riutilizzo di zone industriali dismesse, le ristrutturazioni, i recuperi di vecchi immobili, gli abbattimenti o – soltanto per le opere pubbliche – le aree già compromesse da altre costruzioni. Musica per le orecchie di chi ha visto negli ultimi trent’anni le proprie strade a fondovalle invase dai capannoni e dai centri commerciali; le proprie colline deturpate con villette dagli stili più bizzarri; le periferie non soltanto snaturate, ma anche disumanizzate. Il proprio sguardo ferito più volte alla ricerca di vecchi paesaggi che non ci sono più, spariti per andare a ferire anche le memorie e il senso dell’esistere che vi erano legati.

 

Guardate, se potete, le foto aeree della periferia di Torino, le tante aree industriali e commerciali costruite negli anni: si ha la percezione immediata di come il suolo agricolo sia in minoranza, inghiottito senza pietà, pregiudicato dai vicini inquinamenti. L’idea è quella di un assedio che si trasforma in malattia terminale. E il peggio è che non ce n’è bisogno: la popolazione non è cresciuta in maniera tale da giustificare tanto cemento, le attività produttive neanche. Non vogliamo essere i talebani del no al cemento, ma è un dato di fatto che il paesaggio è sparito, e in pochi si rendono conto che questa dissoluzione trascina con sé non soltanto il bello e il buono che può dare la terra, ma anche la civiltà che gli è legata, i rapporti, la socialità. Dove di sera c’erano campagna e persone riunite ora c’è il deserto: silenzio, oscurità e cemento. Dove una volta ci s’incontrava ora ci sono le villette dormitorio, nelle quali i vicini neanche si parlano, ma vi si rifugiano la sera: fuori pervengono soltanto i bagliori di tubi catodici e il nulla televisivo invece del vociare nelle osterie e nei bar.

 

Perdendo il suolo perdiamo un po’ di vita, del suo significato, la sua ricchezza. L’iter di questo nuovo piano di coordinamento territoriale alla fine dovrà trasformarlo in legge regionale: al momento sembra protetto in una botte di ferro. La speranza è che nessuno si metta in mezzo, anche perché bisognerà aspettarli al varco. L’auspicio è che la popolazione difenda a spada tratta questo provvedimento e ne vada orgogliosa, perché è un provvedimento che difende soprattutto lei stessa e la sua integrità.

 

Di Carlo Petrini

Fonte: La Repubblica