Frane e alluvioni: disastri innaturali

I cambiamenti climatici, la sconsiderata gestione del territorio, la mancanza di una efficace politica di prevenzione e di convivenza con il rischio alla base delle tragedie che hanno sconvolto Genova, la Liguria e la Toscana.

“Frane e alluvioni: disastri innaturali”
(dossier di Legambiente)
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Premessa

In questi giorni le intense piogge autunnali stanno letteralmente mettendo in ginocchio l’Italia e purtroppo l’acqua che cade dal cielo nel suo scorrere verso il mare ha lasciato anche quest’anno un segno indelebile in molte zone in cui la furia di fiumi, torrenti e rii ha creato danni, disastri e purtroppo vittime. Aulla in Lunigiana, la provincia di La Spezia nelle valli del Magra e del Vara, le Cinque Terre e la città di Genova sono i luoghi in cui si sono verificate le conseguenze peggiori. Qui l’esondazione di fiumi, il rigonfiarsi dei torrenti e le colate di fango hanno invaso i centri abitati spazzando via quanto trovavano lungo il loro corso e lasciando cumuli di macchine, di detriti e la devastazione di case, edifici, scuole, ponti.

Ma il maltempo non si è fermato in Liguria e Toscana. Il bollettino meteo di questi giorni ha fatto registrare esondazioni in Val Bormida tra Piemonte e Liguria, in Val Pellice (To), le città di Torino e Alessandria stanno vivendo l’allerta per la piena del Po che inizia ora a preoccupare i territori più a valle. Ma ci sono stati allagamenti e disagi anche in Campania nel napoletano, dove solo alcune settimane fa una ragazza è morta alle pendici del Vesuvio travolta da un fiume di acqua e fango. Anche la Basilicata non è stata esonerata e nella provincia di Matera ci sono due persone disperse a causa di un torrente che esondando ha travolto la macchina nella quale viaggiavano. Un’allerta meteo che durerà ancora nelle prossime ore e che sta mettendo a nudo tutte le fragilità e le criticità di un territorio sempre più vulnerabile.

Alla base delle tragedie che nei giorni scorsi hanno colpito la Liguria e la Toscana ci sono sicuramente eventi eccezionali di piogge molto intense che hanno portato 300 mm di pioggia in sole 13 ore ad abbattersi sulla città di Genova o 366 millimetri di pioggia in un giorno sul territorio della Lunigiana e 500 millimetri che sono caduti a Brugnato in provincia di La Spezia. Eventi molto intensi e violenti, ma la cui eccezionalità si è ormai trasformata in normalità. Basti pensare che solo un anno fa l’area di Genova era stata sconvolta da un’altra alluvione a Sestri Ponente verificatasi dopo la caduta di 400 mm di acqua in sole sei ore nella zona. Ma ancor di più la cronistoria ricostruita a partire dai dati dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ci dimostra che negli ultimi due anni si sono succedute piogge di eguale se non superiore intensità su tutto il territorio italiano. Nel dicembre 2009 nel bacino del Serchio, in Toscana, sono caduti 320 mm in un solo giorno e in Liguria 450 mm. Pochi mesi dopo, nel maggio 2010 si sono registrati eventi eccezionali in provincia di Massa con 220 mm caduti in 24 h e in agosto è il Piemonte a registrare 234 mm. A novembre le piogge più intense si sono registrate invece in Veneto (586 mm in 96 h), in Friuli Venezia Giulia (550 mm in 24 h) e in Sicilia dove sono caduti fino a 250 mm in sole 5 h. Fenomeni che prima si verificavano una volta ogni 50 anni ormai si ripresentano annualmente portando conseguenze disastrose e a volte tragiche per i territori colpiti.

Dati che certificano i cambiamenti climatici in atto e le loro evidenti conseguenze su scala locale. È arrivato il momento di dire a chiare lettere che non devono più avere cittadinanza nel nostro Paese posizioni negazioniste e che l’Italia si deve impegnare in prima persona perché si arrivi concretamente e in tempi rapidi ad un accordo internazionale vincolante,se vogliamo evitare che situazioni analoghe si ripetano con frequenza ed intensità maggiori, promuovendo al contempo comportamenti virtuosi che possano solo frenare il riscaldamento ed evitare che giunga alle estreme conseguenze.

Ma se le violente precipitazioni sono state la causa scatenante non è imputabile alla pioggia il disastro che questo evento ha causato nei Comuni coinvolti. Una gestione sbagliata del territorio e delle aree considerate ad elevato rischio idrogeologico, la mancanza di adeguati sistemi di allertamento e piani di emergenza per mettere in salvo la popolazione, insieme ad un territorio che non è più in grado di ricevere precipitazioni così intense sono i fattori che hanno trasformato un violento temporale in tragedia.

Alcuni dati per capire meglio le dimensioni del problema.

Nel nostro Paese ogni anno si perdono 500 km2 di superficie naturale, rurale o agricola trasformati in cemento, edifici e nuove infrastrutture. Anche i dati dell’ultimo censimento Istat sull’agricoltura danno un quadro poco rassicurante: in dieci anni c’è stata una perdita della superficie agricola utilizzata di 300 mila ettari. Si tratta di numeri che non denunciano solo una radicale destrutturazione del settore primario, ma che puntano il dito verso un vero e proprio abbandono delle zone rurali, verso una erosione di terre fertili per un mal concepito uso del suolo e, soprattutto, verso una politica incapace di investire nell’agricoltura e nella preziosa opera di presidio del territorio che le aziende agricole offrono alla collettività.

Sul fronte dell’abbandono del territorio la situazione è particolarmente grave in regioni come la Liguria, la Valle d’Aosta e il Friuli Venezia Giulia – caratterizzate da una grande vulnerabilità idrogeologica, dove la presenza di tessuto agricolo è fondamentale – ma che negli ultimi dieci anni hanno visto rispettivamente una contrazione delle aziende del 46%, del 41%e del 33%. La tendenza a incrementare sempre di più le aree urbanizzate a discapito dei fiumi e del territorio, deve essere assolutamente fermata, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo in questi giorni. Questo riguarda il futuro di questi territori, un futuro che però deve essere preparato fin da subito, a partire dai primi interventi del post emergenza per evitare che se ne potranno verificare altri in futuro.

Al momento per l’area di Genova si parla di oltre duecento milioni di danni e anche l’isola d’Elba ha chiesto lo stato di calamità. Intanto la dichiarazione dello stato di emergenza del Governo per le aree della Lunigiana e della provincia de La Spezia del 28 ottobre scorso ha stanziato 65 milioni di euro per ripagare i danni e le conseguenze nelle aree colpite. Una somma che si aggiunge alle centinaia di milioni di euro stanziati negli ultimi anni per fronteggiare i disastri causati da frane e alluvioni nel Paese. Il bilancio delle emergenze dalla colata di acqua e fango che ha travolto nell’ottobre 2009 Giampilieri e Scaletta Zanclea, in provincia di Messina, agli ultimi eventi in Lunigiana e nella provincia di La Spezia è di circa 640 milioni di euro, ovvero 875mila euro spesi ogni giorno per ripristinare i danni causati da frane e alluvioni nel nostro Paese.

In contrasto con questo continuo stanziamento di fondi per ripagare i danni causati da frane e alluvioni c’è la totale assenza di risorse per mettere in pratica il piano straordinario di prevenzione programmato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare negli ultimi anni. Il piano prevede lo stanziamento di 2,5 miliardi di euro tra fondi statali e regionali, ma ancora oggi tarda a partire per via dei tagli delle recenti manovre finanziarie che hanno azzerato anche il miliardo di euro messo a disposizione a fine 2009 per la difesa del suolo e la mitigazione del rischio idrogeologico, tanto da mettere in discussione gli accordi con le Regioni. Una scelta in palese contrasto con le esigenze di sicurezza e di prevenzione di cui invece ha sempre più bisogno il nostro Paese. Basti pensare che in Liguria, secondo l’indagine del rapporto Ecosistema rischio di Legambiente e Protezione civile, nel 52% dei Comuni che hanno risposto al questionario, sono previsti interventi volti alla mitigazione del rischio idrogeologico nell’ambito della programmazione nazionale o regionale sulla difesa del suolo.

Per questo i tragici eventi di questi giorni devono innescare fin da subito alcuni ragionamenti e proposte per garantire il prima possibile la sicurezza delle persone che passa attraverso una seria politica di prevenzione e tutela del territorio e dei corsi d’acqua. Non si può attribuire la colpa, così come è stato fatto in alcuni casi anche dopo gli ultimi avvenimenti, alla vegetazione spontanea troppo cresciuta e alla mancata pulizia ed escavazione degli alvei per allagamenti e alluvioni, quando tutti gli studi scientifici più seri dicono da tempo che non sono quelle le cause, anzi. Ad esempio scavare in alveo è non solo inutile, ma anche controproducente per altri problemi, come la risalita del cuneo salino nella falda di acqua potabile della provincia spezzina, che dipende dal materasso alluvionale del bacino del Magra; così come tagliare la vegetazione fluviale renderebbe molto più veloce la discesa dell’acqua a valle rendendo ancora più pericolosi gli eventi di piena.

Risulta ormai evidente che tutto il territorio italiano abbia oggi bisogno di una concreta ed efficace politica di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico. Un’azione che deve partire da una nuova cultura del territorio e dei fiumi come previsto dal “Patto per il territorio” siglato da Legambiente e Anci lo scorso anno e su cui costruire un’alleanza di tutti i soggetti portatori d’interesse, gli esperti, gli enti competenti e le amministrazioni locali con l’obiettivo comune di coniugare la mitigazione del rischio idrogeologico con la tutela ambientale.

Di seguito si riportano alcuni punti ritenuti prioritari per una corretta opera di prevenzione:

– destinare più risorse per la difesa del suolo e i programmi nazionali di prevenzione, a cominciare dai fondi necessari per far partire il piano messo in campo dal Ministero dell’ambiente e dalle Regioni in base al quale sono previsti stanziamenti per 2,5mliardi di euro;

– coinvolgere la comunità scientifica nella programmazione e nello studio delle misure più adeguate di prevenzione a partire da quanto già predisposto dalle Autorità di bacino in questi anni;

– dare priorità a quegli interventi che mirano al riequilibrio dell’assetto idraulico del territorio e delle dinamiche fluviali e di versante, ripristinando le aree di esondazione naturale del fiume; delocalizzare le civili abitazioni, gli edifici e le aziende site in aree a irrisolvibile rischio idraulico (es. site all’interno delle arginature fluviali) e limitare gli interventi strutturali laddove assolutamente necessario;

– attuare un’azione costante di manutenzione ordinaria oggi sostituita spesso da sporadici, ma errati ed eccessivi, interventi di manutenzione straordinaria. Una manutenzione che non sia sinonimo di artificializzazione e squilibrio delle dinamiche naturali di un versante o di un corso d’acqua ma che preveda interventi mirati e localizzati dove realmente utili e rispettosi degli aspetti ambientali;

– rivolgere una particolare attenzione all’immenso reticolo di corsi d’acqua minori, visti gli ultimi avvenimenti in cui proprio in prossimità di fiumare e torrenti si sono verificati gli eventi peggiori e al tempo stesso si sono compiuti gli scempi più gravi;

– applicare una politica attiva di “convivenza con il rischio”. Per far questo è necessario applicare sistemi di previsione delle piene e di allerta e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione. In Liguria, secondo i dati recenti sull’attività delle amministrazioni comunali della Liguria, riportati nel dossier di Legambiente e Dipartimento di Protezione Civile Ecosistema rischio Liguria 2011, evidenziano come l’85% delle amministrazioni intervistate si è dotata di un piano d’emergenza da mettere in atto in caso di calamità anche se solo nel 49% dei casi i piani sono stati aggiornati negli ultimi due anni. Ma se vediamo la percentuale di quante amministrazioni, hanno organizzato esercitazioni rivolte alla popolazione queste scendono al 39%.

(continua…)

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