Premessa, l’articolo 9 della Costituzione

“L’Italia è il paese più bello del mondo”, “Italia giardino d’Europa”, “l’Italia è il paese che possiede il 70% dei beni culturali di tutto il mondo“. La nostra identità nazionale e persino la nostra autostima (individuale) si alimentano di queste frasi, che nella loro semplicità ci rassicurano e ci rendono saldi nella convinzione che, nonostante i tanti pubblici vizi, l’Italia sia la patria della bellezza e della cultura.

Dopo anni di abbandono e dimenticanza il patrimonio paesaggistico italiano, inteso nella sua unità di arte, urbanistica e natura è stato in gran parte perso. Eppure, non manca in Italia una tradizione normativa che valorizza i beni comuni, di cui il paesaggio è una sorta di allegoria.

Il prof. Salvatore Settis ha proposto di fondere il ministero dell’Ambiente e quello per i Beni culturali, affidando così ad un’unica autorità la tutela e il risanamento di “quell’unico organismo vivo che è il territorio, il paesaggio e il patrimonio storico-artistico italiano”. Una idea che affonda le proprie radici in quel senso di unità tra naturale e antropico così presente nel mondo classico, ma anche nelle più recenti teorie olistiche. La proposta di Settis rimette al centro l’art. 9 della Costituzione italiana, che riserva allo Stato il compito primario della tutela del patrimonio culturale e ambientale.

L’Italia ha vissuto di rendita, una rendita basata sulla ricchezza culturale e naturale del nostro paesaggio. Ora, questo patrimonio è stato consumato a beneficio della rendita speculativa.

Il Codice dei Beni Culturale e del Paesaggio, i Piani Paesaggistici regionali, La Convenzione europea del Paesaggio e numerose direttive sono stati disarmati o hanno subito modifiche radicali, fino al punto di trasformare l’ordinamento vigente in un labirinto.

E’ il caso del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che, approvato nel 2008, non ha introdotto sostanziali novità rispetto alla legge 1497 e alla legge Galasso. Come documentato nel Primo rapporto nazionale sulla pianificazione paesaggistico di Italia Nostra del 2010, il Codice non ha realizzato o, se lo ha fatto, ha eseguito solo parzialmente la pianificazione, con documenti meramente descrittivi.

A parte la Regione Sardegna (di Renato Soru) in nessun’altra Regione si registra una elaborazione congiunta con lo Stato dei piani paesaggistici; il Ministero dell’Ambiente non ha neppure provveduto a definire i criteri uniformi per la redazione degli accordi di pianificazione. Scrive Vezio De Lucia: “Un inaccettabile passo indietro rispetto a precedenti stesure del Codice sta nella delimitazione del territorio oggetto del piano paesaggistico elaborato congiuntamente da Stato e Regioni. Prima dell’accordo con le Regioni, l’area di piano coincideva con “l’intero territorio regionale”. Il testo definitivamente approvato, assume invece come area di piano quella limitata “ai beni paesaggistici” (art. 135, c. 1), cioè agli immobili vincolati, a norma delle leggi del 1939, alle categorie della legge Galasso e alle loro integrazioni. Non è difficile intendere che in tal modo risulterebbe velleitario e astratto, quand’anche effettivamente praticato, l’obiettivo del citato art. 145: che senso ha che il Ministero individui le linee fondamentali dell’assetto del territorio nazionale per quanto riguarda la tutela del paesaggio, con finalità di indirizzo della pianificazione, se la pianificazione paesaggistica di cui può occuparsi il medesimo ministero comprende solo i beni vincolati?”.

Le linee fondamentali della tutela del paesaggio restano quindi, una pura dichiarazione d’intenti.

Al momento, lo strumento principale per la tutela, resta il vincolo paesaggistico, che non è riuscita a contrastare il consumo di suolo in crescente espansione (due milioni di ettari, secondo alcune stime, solo negli ultimi dieci anni). Le tappe del “pasticcio” legislativo che gradualmente hanno portato allo svuotamento dell’art 9 della Costituzione e alla privatizzazione del patrimonio storico-artistico e naturale sono le origini sia dell’attuale dissesto idrogeologico sia dell’esasperata cementificazione del territorio.

L’ampiezza del problema

La Liguria, secondo l’Istat è la Regione d’Italia che nel quindicennio 1990 – 2005 ha cementificato la maggior superficie libera del suo territorio, e nei sei anni successivi la “bulimia” edilizia non si è affatto arrestata.

La Liguria è anche tra le regioni con il più alto numero di vittime e danni materiali causati dal dissesto idrogeologico. Un caso?

Sono due i dati certi:

1. Il nostro paese è caratterizzato da una conformazione geologica e geomorfologica fortemente predisposta a frane ed alluvioni.

2. L’Italia è il primo produttore di cemento e il primo cementificatore d’Europa.

Alla fragilità “fisica” del nostro paese si sovrappone un perdurante fenomeno di artificializzazione del suolo, le cui conseguenze ambientali, socioeconomiche e identitarie sono di assoluta gravità. Prima ancora che le scarse disponibilità finanziarie, il problema è la qualità del governo, sia esso globale, regionale o locale. La tendenza delle istituzioni pubbliche è quella di abbandonare il ruolo di responsabilità nel governo dei beni comuni, limitandosi ad essere testimoni degli esiti degli interessi privati.

Neanche la presenza di dati, studi, e strumenti analitici e di prevenzione ha evitato nel corso degli anni il ripetersi di terribili disastri. Al contrario, alla programmazione della messa in sicurezza del territorio si sono espressamente preferite “politiche speculative”. L’inadeguatezza dei soggetti pubblici si palesa anche nell’adozione e/o applicazione, in alcune Regioni, di un Piano Casa volto a peggiora la tutela del territorio.

In genere, anche di fronte a contesti fortemente compromessi, è sufficiente che trascorrano poche settimane o mesi e la deregulation riparte, come se nulla fosse accaduto.

In Italia l’esigenze di “vivacizzare” l’economia attraverso l’edilizia è più forte di qualsiasi altro argomento.

Il “clima” è favorevole alle ecomafie (sono centinaia le indagini che lo dimostrano) che, attraverso il ciclo del cemento, ricicla il denaro sporco nell’edilizia e nelle infrastrutture di tutta Italia.

Autunno 2011

Tra il 25 e il 26 ottobre in Val di Vara (SP), Lunigiana (MS) e Cinque Terre (SP) ci sono state dodici vittime. Paesi come Borghetto di Vara, Vernazza, Monterosso, sono stati parzialmente distrutti, il paesaggio stravolto. A Genova il 4 novembre si sono contate sei vittime, i danni sono stati ingentissimi e le ferita morali ancora aperte. Nel capoluogo ligure il nubifragio ha fatto esondare il Bisagno e altri torrenti, le strade come fiumi, le macchine trasportate dell’impetuosità dell’acque, i treni e l’autostrada inutilizzabili. Nelle Cinque Terre alcuni tra i paesaggi più conosciuti e apprezzati d’Italia si sono sfaldati.

Nel paese di Vernazza, che è a picco sotto la collina, le pendenze del terreno e la quantità d’acqua caduta hanno trasformato un torrente in un fiume, con conseguenze disastrose. In Liguria le varianti ai Piani di Bacino Provinciali hanno permesso in questi ultimi decenni di costruire in prossimità di fiumi, torrenti e rii minori. Senza un’attenta politica di riqualificazione e, soprattutto, senza una messa in discussione delle concessioni edilizie, le cose non possono che peggiorare.

Oltre la Liguria e la Toscana anche la Sicilia è stata funestata dalle alluvioni. Tre vittime a Saponara tra cui un bambino di 10 anni, mentre Barcellona Pozzo di Gotto è diventata un fiume di fango. I torrenti straripati, Longano e Idria, erano stati coperti d’asfalto ed in parte ostacolati nel loro deflusso da lavatrici, frigoriferi, laterizi e altro materiale da cantiere. Nonostante l’esondazione del 2008 e la tragedia della vicina Giampilieri, la risposta delle istituzioni locali è stata la sanatoria della cementificazione.

Corrado Clini, in una delle sue prime dichiarazioni come Ministro dell’ambiente si è espresso nel modo seguente: “Guardando alla serie storica degli eventi estremi degli ultimi 30 anni, la frequenza è più alta e la distanza temporale tra un evento e l’altro è più breve. Il problema è il cemento che non consente di far assorbire l’acqua, ma anche le fognature che sono tarate sul clima di 50 anni fa. Senza contare i fiumi interrati e l’uso che se ne è fatto da un punto di vista produttivo e umano”.

Il 20 di ottobre un violento nubifragio ha allagato Roma: metropolitane, strade e ferrovie allagate, automobili e tram sott’acqua. Danni gravissimi e, soprattutto, una vittima: un cittadino dello Sri Lanka affogato in un sottoscala. Le precipitazioni sono state ingenti, tra le più copiose mai registrate, ma la realtà della Capitale è nota; il sistema di acque reflue non è certo all’avanguardia e ci sono interi quartieri senza un lembo di superficie permeabile: solo cemento, asfalto e macchine. Una situazione risultato di vecchie e nuovissime speculazioni edilizie.

Ma il Piano casa della Regione Lazio è stato approvato suscitando polemiche intestine anche nell’ex maggioranza di Governo e, il ricorso da parte del Ministero dei Beni Culturali alla Corte Costituzionale. Legambiente Lazio definisce il piano casa della Regione “uno scempio”. Secondo l’associazione ambientalista con il piano proposto: gli interventi di ampliamento, ristrutturazione, sostituzione edilizia, cambiamento di destinazione d’uso saranno possibili anche nei parchi, in particolare nelle zone definite di promozione economica e sociale dai Piani d’assetto o nelle cosiddette zone B.

Luigi Nieri, Capogruppo regionale del Lazio per SEL, denuncia: si da’ la possibilità ai costruttori di cementificare anche in aree con comprovati rischi idrogeologici. In sostanza, nel Lazio si potrà  costruire in aree a rischio elevato, il Piano Casa esclude infatti solo le aree a rischio molto elevato”.

Ma secondo la governatrice della Regione Lazio, Renata Polverini, il Piano Casa sarebbe “una risposta alle famiglie che si trovano in una situazione di emergenza casa”. Le pochissime domande presentate dai cittadini, dal 15 settembre ad oggi, per gli ampliamenti previsti dal Piano Casa della Regione Lazio, confermerebbero che si tratta di una legge che non risponde alle esigenze dei cittadini e delle famiglie, ma forse solo a quella dei costruttori.

Il Dissesto Idrogeologico come fenomeno paesaggistico

In Italia sono state realizzate negli ultimi 15 anni quattro milioni di abitazioni, per un totale di oltre 3  miliardi di metri cubi di edifici.

Inoltre con i suoi 36 milioni di tonnellate il bel paese è il primo produttore di cemento in Europa, davanti a Spagna e Germania, che pure hanno una superficie di territorio maggiore.

Nonostante l’industria del cemento sia in crisi in tutta l’Ue, da “noi” si registra un calo della produzione del  solo 15,7% tra 2008 e il 2009, contro il meno 28,9% della Spagna (che si colloca al secondo posto in Europa).

Ogni anno in Italia vengono artificializzati dall’urbanizzazione 500 kmq di territorio, un area di dimensione pari a circa 3 volte quella del Comune di Milano.

In 15 anni sono stati consumati 21 mila kmq, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme. Come se non bastasse, alcuni urbanisti come Fabio Minucci del Politecnico di Torino, sostengono che “Paradossalmente la crisi economica potrebbe accelerare il consumo di territorio”.

Gli effetti di decenni di urbanizzazione hanno cambiato i connotati al bel paese.

Le periferie delle principali aree urbane, stanno crescendo senza un progetto metropolitano, la città continua dilaga, inghiottendo e frantumando in porzioni residue e biologicamente impoverite delle migliori aree agricole del paese.

I nuovi insediamenti favoriscono l’apertura di nuove strade e di nuovi servizi e così via all’infinito.

Mentre la periferia postindustriale si ramifica a vista d’occhio, i centri storici e le aree montane si svuotano. Lo sgretolamento delle comunità umane produce a sua volta l’abbandono di quelle pratiche agricole che sono state da sempre deterrenti fondamentali del dissesto idrogeologico.

L’industria delle costruzioni mangia il territorio, non solo nella fase di cementificazione ma anche nel prelievo degli inerti: montagne, pianure, suoli agricoli e argini dei fiumi d’Italia lasciando il posto alle cave.

Il fenomeno delle seconde e terze case sta determinando in Italia quella che potremmo definire una vera e propria estinzione dei paesaggi costieri non cementificati. Ne sono esempio la distruzione degli ecosistemi dunali, il mancato apporto di sedimenti verso costa, causato dall’alterazione dei cicli sedimentari per intervento antropico nei bacini idrografici (sbarramenti fluviali, regimazioni idrauliche, estrazioni di materiali alluvionali), l’influenza sulla dinamica litoranea dei sedimenti intercettati dalle opere marittime (opere portuali e di difesa) e delle infrastrutture viarie e urbanistiche costiere.

Allo stato attuale, in Italia questa relazione tra cementificazione e dissesto idrogeologico è diventata una evidenza macroscopica che assurge a primo problema in ambito paesaggistico.

In Italia, dove iI rischio frane e alluvioni è diffuso in modo capillare, la cementificazione diventa un ulteriore e gravissimo attentato alla sicurezza: è il caso ad esempio di aree sovrastanti falde acquifere superficiali, zone franose o a rischio di smottamento o zone ad elevato rischio sismico.

Il rischio idrogeologico interessa praticamente tutto il territorio nazionale: sono 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, il 70% del totale dei comuni italiani, di cui 1.700 a rischio frana; 1.285 a rischio alluvione; e 2.596 a rischio sia di frana che di alluvione. Sette comuni su dieci si trovano nelle così dette  zone rosse.

Le Ecomafie si trovano a loro agio in una tale disarticolazione territoriale e istituzionale, facendo del ciclo del cemento una delle attività più redditizie in assoluto.

Secondo le stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo, tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di destinazioni d’uso. Lungo la costa della sola Provincia di Reggio Calabria è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la Regione. In Calabria, regione con il 100% dei comuni interessati da aree a rischio idrogeologico, la ‘Ndrangheta si è specializzata nell’investire sulle aree già interessate da fenomeni franosi, come emerge nel dossier di Legambiente Ecomafie 2010 (Il caso Vibo Valentia: abusivismo killer). Ma non è l’abusivismo la “miniera d’oro” delle mafie, il riciclaggio del denaro sporco avviene soprattutto nelle regioni del nord Italia “La Liguria, non a caso, è la prima regione del Nord come numeri di illeciti accertati dalle forze dell’ordine negli ultimi cinque anni, con 1.797 infrazioni, 2.641 persone denunciate e 337 sequestri, seguita dalla Lombardia (1.606 infrazioni) e dall’Emilia Romagna (1.078)”.

Alla luce di quanto espresso è ovvio che l’intreccio di problemi evidenziati possa essere risolto solo con una radicale riforma del sistema urbanistico, paesaggistico e ambientale, magari in maniera unitaria e onnicomprensiva.

Armando Mangone
Gruppo 183

(Associazione Onlus per la difesa del suolo e delle risorse idriche)
www.gruppo183.org