Lo scorso aprile, una manovra azzardata durante l’abbattimento di una torre del vecchio impianto di fertilizzanti chimici chiuso nel 1991 ha disseminato nell’aria arsenico.

La memoria torna al 1976, quando l’area del petrolchimico fu scenario dell’esplosione di una colonna di lavaggio dell’ammoniaca che disperse 10 tonnellate d’anidride arseniosa e 18 tonnellate di ossido di carbonio. La città fu evacuata per ben due volte e 17 sono gli operai morti fino ad oggi. Anche se il Tribunale ha archiviato tutto senza colpevoli.

“Non abbassare la guardia. Mai. La sicurezza sempre in testa”, recita un cartello dell’Eni all’ingresso del sito. Nell’area che ha ospitato il petrolchimico Enichem di Manfredonia per la produzione di fertilizzanti il tempo non sembra passare mai. Soltanto un occhio attento nota cosa manca. Elementi che prima c’erano e che oggi sono scomparsi portando via ogni traccia di sé. È forse questa la differenza principale con la grande acciaieria tarantina dell’Ilva. Per il resto le storie sono molto simili e presentano gli stessi ingredienti: il sogno della modernità industriale infranto contro la chimica che strappa via le vite di lavoratori, familiari e ignari cittadini entrando nelle case, di sorpresa. Così come molto simile è la distanza dal mare. Poche centinaia di metri dividono l’ex Enichem sipontina dalla spiaggia manfredoniana di Acqua di Cristo. Un tratto di costa in cui si trovano locali e due lidi balneari su cui l’Arpa di Giorgio Assennato non svolge alcuna forma di monitoraggio ambientale.

Nel aprile scorso, durante i lavori di smantellamento delle due torri bianche e rosse, l’ultima traccia visibile da lontano dell’Enichem, la ditta che stava lavorando in subappalto ha perso il controllo della situazione. Si tratta di una srl specializzata in edilizia e che di bonifiche di siti industriale sa poco quanto nulla. Tant’è che con metà di una delle torri ancora in piedi ha abbattuto anche il filtro collocato in cima. Un vecchio filtro con più di cinquant’anni di vita che fino a quel momento ha trattenuto (a malapena) polveri di ogni tipo. Il contatto con il terreno ha sollevato una fitta nube che poi l’Arpa ha dovuto confermare composta in buona parte da arsenico.

I comuni di Monte Sant’Angelo e Manfredonia e l’Agenzia regionale per l’ambiente si sono guardati bene dal raccontare le dinamiche dell’incidente, annunciando la sospensione dei lavori per un incremento del livello di arsenico nelle rilevazioni della centralina (top secret i valori registrati). Dipendenti della Manfredonia vetro, industria che sorge accanto l’ex Enichem hanno raccontato di aver visto avvicinarsi quella enorme nube e di aver continuato a lavorare come se nulla fosse. E come se nulla fosse è ripreso lo smantellamento della torre. L’area su cui sorge è denominata Isola 5, ed è circondata da una rete dietro la quale sono raccolti i cumuli dei detriti, in cima ai quali sono stati applicati innaffiatoi per mantenerli umidi ed evitarne la dispersione nell’aria. Una tecnica di certo meno efficacie dei classici teloni utilizzati per operazioni di questo tipo.

Il titolare dei lavori nell’isola 5 è la Mosmode sas di Papaniciaro in provincia di Crotone (sede di un altro ex petrolchimico Eni) che ha con la società creata da Eni per la bonifica di tutti i siti italiani, Syndial spa, un appalto nazionale. La Mosmode almeno fino a tre anni fa lavorava in associazione con l’Agecos spa del re dei rifiuti delicetano Rocco Bonassisa. La prima si occupava della raccolta e dello smaltimento delle scorie, la seconda solo dello smaltimento. Il sistema dei subappalti ovviamente imperava. Ed impera. Come quello dato alla Falcon di Villa Santina in provincia di Udine, specializzata in saldature.

Quello dello scorso aprile non è il primo incidente avvenuto nel corso delle operazioni di bonifica dell’Isola 5. Cinque anni fa ci fu un altro eclatante errore durante lo smantellamento delle due torri.

Nel 2007, mentre alcuni operai della ditta Falcon procedevano allo smantellamento di alcuni tubi ci sarebbe stata una fuga di arsenico che investì almeno una novantina di loro. Quel tubo sarebbe stato segato con una semplice mola da 90 euro, e non con il plasma, strumento da 3000 euro che permette tagli “puliti” senza dispersioni nell’ambiente. Dopo la denuncia fatta dagli stessi dipendenti, seguirono controlli sanitari della Asl. Queste analisi testimoniarono concentrazioni di arsenico nell’organismo ben oltre il livello consentito di 80 micron. Il tutto si risolse nel silenzio, con qualche multa amministrativa.

L’incidente sarebbe avvenuto a cinque mesi dall’aggiudicazione dell’appalto per i lavori di bonifica di quell’area dove si trovava anche l’impianto termoelettrico, il cuore meccanico dell’intero petrolchimico. L’impianto, una volta smontato fu rivenduto dall’Enichem a due aziende, una russa ed un’altra ucraina. Una cessione che qualcuno ricorda come “strana”, visto che ne furono vendute le componenti ma non quello che viene detto “estratto tecnico”, in parole povere le istruzioni d’uso. 700 tonnellate di macchinari (forni, torri etc…) furono smontati e caricati su tir che attraversarono il centro sipontino per poi essere caricati sulle navi, come se si trattasse di un carico qualsiasi. Ne seguirono incontri tra comune e Syndial, qualche scaramuccia, poi silenzio.

Ma le stranezze e gli incidenti avvenuti nell’area dell’ex petrolchimico sono tanti. E la maggior parte di essi neanche si conosce.

Le decine di ettari suddivisi in mega discariche (le Isole) che si affacciano sul Golfo sipontino nascondo misteri che il tempo non riesce ancora a seppellire. Proprio come la discarica “scoperta” soltanto poche settimane fa nell’Isola 16 che si credeva ormai bonificata e messa in sicurezza.

Francesco Bellizzi
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