Articolo di Paolo Berdini, dal Fatto Quotidiano, 12 aprile 2013

La devastazione del territorio italiano procede senza soste. Nonostante la popolazione non cresca più neppure nel numero delle famiglie e in presenza di un enorme patrimonio abitativo invenduto, non c’è comune che non inventi varianti urbanistiche per costruire nuove case che nessuno abiterà.

E nonostante la crisi economica abbia lasciato vuoti immensi edifici una volta industriali, non c’è amministrazione pubblica che non pensi di ampliare le aree produttive. Il caso del Friuli che tiene la cronaca di questi giorni è un esempio da manuale.

Nella stretta valle del Tagliamento, avara di aree pianeggianti, nel comune di Osoppo fu costruita nei decenni scorsi una grande area industriale. Si tratta di 23 ettari che oggi si presenta una a macchie di leopardo: la crisi economica e produttiva ha infatti colpito molte imprese costringendole a chiudere. Ogni istituzione pubblica coinvolta, dall’amministrazione regionale ai comuni, avrebbe avuto il dovere di cercare nuove imprese che sostituiscano quelle che non ce l’hanno fatta a sopravvivere. E invece pensano che per rimettere in moto un paese in declino si debba ricorrere sempre e comunque ad alimentare la rendita speculativa.

La Regione Friuli ha infatti approvato in questi giorni una variante urbanistica proposta dal comune di Osoppo che prevede l’aumento di altri 8 ettari della zona produttiva. Questa approvazione è avvenuta nonostante la popolazione locale abbia presentato oltre 500 osservazioni che affermavano che non c’era bisogno di ampliare alcunché perché c’erano edifici a sufficienza per ospitare nuove attività e anche contro il parere di un nutrito gruppo di associazioni, il Comitato per lo sviluppo sostenibile e di qualità della zona industriale, Legambiente e il Comitato ARCA.

Ecco le efficacissime parole di Vittorio Battigelli portavoce del Comitato per lo sviluppo sostenibile e di qualità della zona industriale a commento della notizia dell’approvazione della variante urbanistica: “Attualmente la zona industriale ha una superficie di 2.316.125 mq con l’ampliamento previsto di 815.000 mq si raggiungerà una estensione di 3.131.125 mq. Attualmente la zona è sottoutilizzata con una superficie edificata di 441.841 mq, la nuova estensione prevista permetterebbe la costruzione di capannoni per 1.292.457 mq triplicando così la superficie coperta realizzabile rispetto a quella esistente. Adottando un rapporto di un occupato ogni 200 mq si avrebbe la possibilità di insediare attività per una occupazione di 6.400 unità sui 1.700 occupati oggi presenti: una dimensione del tutto insostenibile e sovradimensionata per il territorio in cui la zona industriale è collocata. Questo senza considerare il recupero delle strutture e infrastrutture che la recessione economica lascia inutilizzate! Si sostiene, verso l’opinione pubblica, che l’ampliamento porterà nuova occupazione ma se questi sono i numeri c’è una sproporzione tra la sostenibilità occupazionale e la tutela della salute e dell’ambiente”.

I comitati lamentano anche che con quello sconsiderato aumento di superficie i nuovi capannoni verrebbero costruiti a ridosso delle abitazioni dei residenti. E’ questa una motivazione decisiva. Si pensi al caso di Taranto. Anche lì la gigantesca acciaieria venne realizzata a ridosso di case che preesistevano: erano gli anni dell’ottimismo e della crescita, di una coscienza ambientale ancora limitata in un paese povero. Oggi non è più cosi: sappiamo i tragici tributi che alcune popolazioni hanno pagato nei confronti di uno sviluppo insensibile e cieco. Proprio due giorni fa alcuni bambini che abitano nelle immediate vicinanze dell’acciaieria sono stati sottoposti alle analisi del sangue per verificare la presenza di piombo: tutti e sette presentano livelli pericolosi del metallo. Nessuno sostiene che non debbano esistere edifici industriali: il problema è localizzarli nel modo migliore, tutelando in primo luogo la salute dei cittadini.

E invece nulla. La storia non è più maestra. Passi per i privati che in questo folle gioco ci guadagnano. Ma le pubbliche amministrazioni dovrebbero tutelare il bene comune e non lo fanno. Nel 2009 la regione Friuli aveva ad esempio sospeso l’approvazione della variante urbanistica di Osoppo chiedendo al sindaco di documentare lo stato delle cose e le motivazioni per cui non pensava di utilizzare i capannoni abbandonati fin da quella data, quattro anni fa. Oggi la stessa Regione non ha battuto ciglio e bisognerà capire perché.

La rinascita dell’Italia ha un solo nome: ricostruire la struttura di pubbliche amministrazioni efficienti che hanno a cuore il bene comune, la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. E che interrompano per sempre il consumo del suolo e del paesaggio.

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Pubblichiamo anche il comunicato stampa del Comitato per lo sviluppo sostenibile e di qualità della zona industriale di  Osoppo (UD) illustra le ragioni dell’opposizione ad un consistente ampliamento della zona industriale e le alternative formulate da cittadini e associazioni (m.b.)

La zona industriale di Osoppo e Buja, che è un’opportunità di lavoro e crescita per l’intera zona, si sta trasformando, per cattiva gestione, in una minaccia per i centri abitati di Osoppo, Rivoli e Saletti e per la sicurezza, la salute e l’ambiente.

E’ cronaca di questi giorni la notizia dell’approvazione, da parte della Regione, della Variante del Comune di Osoppo che prevede l’ampliamento della zona industriale, già bocciato dai cittadini con 529 osservazioni e opposizioni. Legambiente, il Comitato per lo sviluppo sostenibile e di qualità della zona industriale e il Comitato ARCA hanno elaborato proposte tese a ridurre e rendere sostenibile l’impatto dell’ampliamento, che prevede un avvicinamento al centro abitato dagli attuali 1.200 metri a soli 400 metri, e del previsto tracciato della bretella autostradale Cimpello – Sequals – Gemona.

Si chiede un ampliamento meno esteso e impattante, la creazione di adeguate zone cuscinetto e di barriere di separazione verso  i centri abitati di Osoppo, Rivoli e Saletti, la ristrutturazione delle viabilità Esistenti per realizzare adeguati collegamenti tra le aree produttive della pedemontana del gemonese e del pordenonese in alternativa alla bretella autostradale Cimpello-Gemona, una crescita produttiva e occupazionale basata su ricerca  e innovazione, la certificazione ambientale dell’Area industriale su modello europeo, il riuso e il recupero delle aree e dei capannoni inutilizzati presenti nel territorio, la creazione di un parco agricolo del territorio per la promozione e recupero di produzioni agricole di qualità.

Attualmente la zona industriale ha una superficie di 2.316.125 mq. Con l’ampliamento previsto di 815.000 mq si raggiungerà una estensione di 3.131.125 mq.  Attualmente la zona è sottoutilizzata con una superficie edificata di  441.841 mq, la nuova estensione prevista permetterebbe la costruzione di capannoni per 1.292.457 mq triplicando così la superficie coperta realizzabile rispetto a quella esistente. Adottando un rapporto di un occupato ogni 200 mq si avrebbe la possibilità di insediare attività per un’occupazione di 6.400 unità sui 1.700 occupati oggi presenti: una dimensione del tutto insostenibile e sovradimensionata per il territorio in cui la zona industriale è collocata. Questo senza considerare il recupero delle strutture e infrastrutture che la recessione economica lascia inutilizzate!

Si sostiene, verso l’Opinione pubblica, che l’Ampliamento porterà nuova occupazione, ma se questi sono i numeri c’è sproporzione tra la sostenibilità occupazionale e la tutela della salute e dell’Ambiente.

Questa zona industriale è nata già troppo vicino a centri abitati preesistenti e ad aree di pregio agricolo e ambientale e l’Insediamento è sorto su un “Lago” Sotterraneo che alimenta un acquedotto che serve un bacino di popolazione superiore ai 300.000 abitanti.

Numerosi sono i problemi ambientali irrisolti e che richiedono di essere affrontati alla radice:  presenza di uno stabilimento a rischio incidente rilevante, scarichi in atmosfera non completamente rilevati e indagati, scarichi idrici con una fognatura colabrodo e un sistema di “Depurazione” Degli scarichi industriali basato sulla dispersione nelle falde acquifere e nella zona delle risorgive e sulla loro diluizione, il depuratore sotto sequestro da parte della Procura della Repubblica, mancanza di una zonizzazione acustica, insufficiente approccio alla questione delle energie rinnovabili e al recupero e risparmio energetico,  mancanza di uno studio di inserimento paesaggistico rispetto agli elementi di pregio ambientale e monumentale anche molto prossime come il greto del Tagliamento, la zona delle Risorgive e il Colle di Osoppo.

Gravi anomalie sono presenti nelle procedure seguite dal CIPAF e dai Comuni di Gemona, Osoppo e Buja ai fini dell’ampliamento di cui si parla ormai da oltre dieci anni. Anomalie presenti anche nella recente approvazione regionale. Sono improvvisamente decadute, senza che nulla di nuovo si verificasse (anzi in presenza di un aggravamento della crisi economica), le richieste degli Uffici regionali di motivazione dell’Entità dell’Ampliamento. Queste richieste erano state all’Origine della riserva vincolante formulata dalla Regione nel 2009 e avevano determinato la richiesta del Sindaco di Osoppo, ai medesimi Uffici  “Di non dare corso temporaneamente all’Iter di competenza in quanto, su richiesta del CIPAF, si intendono approfondire i contenuti del superamento di alcune riserve”. Questo aveva portato a una sospensione della procedura di quattro anni. Oggi questa richiesta di motivazioni di fatto “Decade”.

Ed è certamente anomalo che nel frattempo, da parte di alcuni industriali insediati nella zona industriale, si sia proceduto ad acquisire terreni agricoli per circa 180.000 mq  che, nel momento in cui divenissero edificabili per insediamenti industriali, triplicherebbero il loro valore.

 Il Comitato per lo sviluppo sostenibile e di qualità della zona industriale di  Osoppo 
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