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Dal Veneto a Milano, un appello dei Comitati Italiani per la Vivibilità Urbana alle amministrazioni locali contro le pericolose imposizioni dei governi regionali a seguito del Decreto del fare. Il rischio è quello di effetti incontrollabili sul paesaggio urbano.

Urbanisti ed esperti hanno rilevato in questi mesi come, dalle semplificazioni volute con il Decreto del Fare, si originano a livello regionale preoccupanti effetti sulla pianificazione locale.

E’ successo con il Piano Casa in Veneto, la seconda regione per cementificazione dopo Lombardia, che vedrebbe esplodere ulteriore edificazione in aree già densamente edificate soprattutto di villini e capannoni industriali. La legge regionale infatti è impostata prevedendo un sostanziale esproprio del controllo dei Comuni e l’accentramento dei poteri dello sviluppo urbanistico che sono sempre stati di competenza delle amministrazioni comunali.

A Milano invece si sono verificati numerosi casi di trasformazione senza mantenimento della sagoma, con cui è stato possibile alzare l’originaria altezza di un piano ad altezze molto maggiori.

L’appello

Il coordinamento dei Comitati Italiani per la Vivibilità Urbana, in particolare il Coordinamento dei Comitati Milanesi e il laboratorio Carteinregola di Roma, ha scritto ai Presidenti e agli Assessori Regionali, ai Sindaci delle città capoluogo di Provincia e alle Associazioni Nazionali per la tutela del territorio.

Con L’art. 30 della Legge 98-2013 – si legge nella lettera aperta – le regioni possono dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell’ambito della revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali.

E’ una cancellazione dei cosiddetti “ standard urbanistici” – prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti – fra cui la distanza minima di 10 metri, che è il pilastro fondamentale di tutela della civile convivenza e dell’igiene nei tessuti abitativi urbani italiani, con il rischio di scardinare il sistema di regole e di tutele a difesa del paesaggio e dei beni culturali.

Si aggiunge che potrebbe svilupparsi, come già successo in passato, una densificazione edilizia esagerata che, se replicata legalmente, altererebbe ulteriormente il già precario equilibrio urbanistico delle città.

L’errore è chiaro: La “semplificazione edilizia” sarebbe utile se limitata a favorire solo la riqualificazione energetica degli edifici, in caso contrario invece, diventa il veicolo di uno sviluppo edilizio ancora più disordinato e opprimente che moltiplica la costruzione di “ecomostri”, fenomeno largamente presente in Lombardia a causa di norme regionali troppo permissive, che hanno consentito di derogare altezze, volumi e sagome degli edifici preesistenti, dando vita ad un vero e proprio “far west” edilizio.

I Comitati si oppongono e chiedono la tutela in particolare del “vincolo di sagoma” nelle ristrutturazioni. A favore si è anche espresso l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) che ne ha ribadito l’importanza. Ma contro questo vincolo si erano mossi invece i costruttori e con la legge sopra citata è stato soppresso. Ora il rischio è quello di un effetto incontrollabile sul paesaggio urbano italiano.

Luca D’Achille

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