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Recentemente abbiamo pubblicato un articolo su Caldarosa, in Basilicata, un paradiso minacciato dalle trivelle dell’Eni. Qui sono previsti nuovi pozzi, in un’area vulnerabile dal punto di vista ambientale e naturalistico, sul delicato sistema idro-potabile dell’Appennino Meridionale, già minacciato da una intensa attività di ricerca ed estrazioni di idrocarburi, che ha provocato l’inquinamento di corsi d’acqua, laghi e sorgenti. Abbiamo inoltre pubblicato una commovente lettera dei pastori della zona, che stanno provando a ribellarsi (ricordiamo che è possibile firmare la petizione online).

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Pubblichiamo integralmente l’interrogazione presentata da Massimo De Rosa (M5S), vice presidente della commissione ambiente della Camera.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
al Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare
al Ministero delle attività produttive

Premesso che:

la Repubblica italiana, come specificatamente previsto dall’art. 9 della propria Costituzione, “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”;

la Basilicata, secondo i dati Istat del 2010, era la regione più povera d’Italia e negli ultimi due anni è stata superata, in questa triste classifica, soltanto per demerito di altre regioni del sud;

la Basilicata, secondo i dati dell’Associazione Italiana Registro Tumori, ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale;

In Basilicata, secondo i dati della Confederazione Italiana Agricoltori, nell’arco di 10 anni le aziende agricole si sono dimezzate;

la Basilicata, secondo i dati Cgil, ha un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: «Nella sola Val d’Agri (dove è più intensa l’attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati»;

in Basilicata le prime ricerche di petrolio risalgono al 1981 in Val d’Agri con il pozzo Costa Molina 1. Nella Val d’Agri si concentra il bacino più importante, da sola produce l’82% del petrolio italiano e possiede il più grande giacimento di petrolio onshore (sulla terraferma) dell’Europa continentale. Le aree di estrazione sono gestite da una holding dove l’Eni ha la maggioranza del 61% e il resto (39%) è detenuto dall’inglese Shell.“

nonostante le attività di estrazione siano iniziate da ormai oltre trent’anni, una vera e propria rete di monitoraggio per la salubrità delle attività estrattive è stata attivata però solo dal 2011 (per stessa ammissione dell’Eni). Anni in cui sono passati sotto silenzio tutta una serie di incidenti e anomalie, come la fuoriuscita di migliaia di litri di greggio in un bacino naturale per la raccolta di acque piovane il 17 marzo 2002; la nebulizzazzione di 500 litri di greggio il 06 giugno del 2002; l’immissione in aria di ingenti quantitativi di gas inquinanti il 4 ottobre del 2002, oppure la «misteriosa» intossicazione da idrogeno solforato di 20 operai di un’azienda che si trova proprio di fronte il Centro Oli, per i quali fu necessario contattare il centro anti veleni di Pavia;

la Basilicata, secondo i dati della Commissione Bicamerale sul Ciclo dei rifiuti, ha oltre 400 siti contaminati dalle attività estrattive;

di pozzi, nella sola Val d’Agri ce ne sono 39, alcuni a pochi metri da una scuola materna o addirittura uno che sovrasta un municipio. In particolare, sedici pozzi petroliferi si trovano all’interno del perimetro del parco nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, istituito con DPR 8/12/2007. Si tratta dei pozzi Pergola 1, S.Elia 1, Monte Enoc 1, Monte Enoc 6, Monte Enoc 7, Monte Enoc 10, Alli 2, Alli 4, Caldarosa 2, Caldarosa 3, Serra del Monte di Montemurro, Costa Molina Ovest 1, che si aggiungono alla costellazione dei pozzi denominati Cerro Falcone: il CF1, CF2, CF3, CF4, CF5, CF7 e il CF8;

c’è da notare, tra l’altro, come il pozzo CF7 non risultava, ad oggi, viene considerato un cosiddetto cavallo di Troia per operare dentro il Parco, dove è vietata ogni attività estrattiva. L’Alli 2 verrebbe perforato a poche centinaia di metri l’ospedale di Villa d’Agri, verrà spostato di poche centinaia di metri, ma sempre davanti il suddetto ospedale; e i due pozzi Monte Enoc 6 e 7 saranno realizzati addirittura dentro l’abitato di Viggiano, in un’area franosa, già ritenuta dall’amministrazione municipale inidonea ad edificare abitazioni;

nel “Piano di sviluppo Val d’Agri”, approvato nel gennaio 2012 e firmato dall’allora ministro dello Sviluppo Corrado Passera, si progettava di duplicare la produzione annuale di petrolio del Paese;

inseguendo tale progetto, L’Eni progetta nuovi pozzi di estrazione come il “Pergola 1”, nel comune di Marsico Nuovo, con annessi circa 24 chilometri di oleodotti petroliferi che nasceranno a ridosso di un’area protetta, in prossimità del fiume Agri, a pochi metri dalle case e dai campi coltivati. Un’area, ancora, in cui sono presenti le più importanti “sorgenti perenni” che portano acqua fino in Campania, nonché in prossimità del sito di interesse comunitario “Monti della Maddalena” e sulla faglia sismica “Pergola-Melandro”;

la realizzazione del “Pergola 1” comporterebbe uno scavo di venti metri di larghezza e quattro di profondità, creando un fitto reticolo di oleodotti collegati ai tre pozzi già esistenti a Marsico Nuovo. Tutto passerebbe sotto il fiume Agri, sotto la superstrada Fondo Val d’Agri, passando in alcuni punti a 200 metri dalle abitazioni”. La superficie da espropriare è pari a 180.000 m2; circa il 30% delle superfici è costituito da fertili suoli agricoli, pascoli e boschi. Territorio esposto al rischio di episodi come quello del 25 marzo 2013, quando dai pozzi e lungo le condotte fuoriuscì idrogeno solforato“; l’Eni, sempre rifacendosi al suo nuovo programma di raddoppio petrolifero in Val d’Agri e in Basilicata, con determinazione dirigenziale del dipartimento ambiente 21 febbraio 2013, n. 219 ENI S.p.A. – Distretto Meridionale – ha autorizzato ai sensi del R.D.L. 3267/23 i lavori di: “Progetto Sviluppo Caldarosa 2/3”, adeguamento piste esistenti ed apertura nuove piste di accesso all’area, in agro del Comune di Calvello;

l’area scelta per ospitare i pozzi “Caldarosa 2” e “Caldarosa 3”, previsti all’interno della c.d. fascia di rispetto è fuorilegge. A tal proposito infatti, le misure di salvaguardia della Rete Natura 2000 emanate dalla Regione Basilicata (BUR n.23 del 1 agosto 2012) prevedono “il divieto di nuove attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi all’interno dei siti Rete Natura 2000 (ZPS e ZSC) e in una fascia di rispetto pari a 1.000 (mille) metri esterna ai suddetti”;

dopo il parere negativo dell’Ufficio regionale competente per il paesaggio, all’inizio del 2014 anche la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Basilicata ha bocciato il progetto dell’Eni, nell’ambito della Valutazione di Impatto Ambientale;

nella nota di diniego del parere ambientale la Soprintendenza ritiene che, se realizzati, i nuovi pozzi e i relativi oleodotti di collegamento con il Centro Olio di Viggiano “si porrebbero in stridente contrasto con le caratteristiche intrinseche dello specifico quadro panoramico ancora scarsamente antropizzato, introducendo elementi di rottura del tutto estranei all’attuale paesaggio in un’area estremamente vulnerabile dal punto di vista ambientale e naturalistico. Il sito infatti risulta a ridosso dell’area SIC del Monte Caldarosa inserito altresì nell’elenco nazionale dei biotopi dalla Società Botanica Nazionale, sottoposto a tutela assoluta dalla Legge Regionale n.42 del 22 maggio 1980 come “Biotopo della Caldarosa“;

la Soprintendenza, inoltre, fa rilevare che “l’intervento nel suo complesso, è situato ad una quota altimetrica superiore ai 1200 mt. In particolare l’area pozzo è prevista ad una quota di 1326 mt. e pertanto altamente visibile da e verso i punti panoramici e di percorrenza nonché dalle altre zone limitrofe sottoposte a vincolo paesaggistico quali quelle del Parco Nazionale della Val d’Agri.

Inoltre la condotta attraversa per la maggior parte un’area boschiva prevedendo pertanto tagli di vegetazione poiché non sono presenti piste all’interno della stessa area che ridurrebbero l’incidenza paesaggistica negativa dello stesso intervento. Per tutto quanto suddetto si ritiene che l’opera prevista non risulta compatibile con le finalità intrinseche di tutela paesaggistica dello specifico territorio”;

alcuni pozzi petroliferi sono previsti vicino ai centri abitati o in prossimità di limpide sorgenti d’acqua, come quella denominata Acqua dell’Abete, bene comune, prezioso oro blu, indispensabile per la vita stessa della popolazione. Ebbene, queste sorgenti sono state inquinate da metalli pesanti e sostanze usate durante la trivellazione, come il bario. L’area è situata all’interno del parco nazionale, ove insiste, a poche centinaia di metri, il pozzo petrolifero Cerro Falcone 2, recentemente autorizzato dalla Regione Basilicata alla “messa in produzione” (nonostante il divieto previsto nel Decreto istitutivo e le misure di salvaguardia allegate al Decreto del Presidente della Repubblica del 2007) ovvero ad estrarre greggio, anch’esso situato all’interno di un SIC/ZPS del parco nazionale;

durante i campionamenti del lago che porta acqua potabile nei rubinetti di Puglia e Basilicata, il Dipartimento di scienze geologiche dell’Università degli Studi della Basilicata ha trovato 6458 microgrammi/litro di idrocarburi in tre punti diversi e su undici campioni di sedimenti, ben sette avevano presenza di idrocarburi superiori al limite di riferimento;

oltre al patrimonio naturale della Val d’Agri, anche i beni culturali hanno subìto conseguenze per le attività estrattive. Numerosi sono i reperti rinvenuti sul tracciato degli oleodotti: a Marsicovetere, loc. Barricelle, nell’ambito dei lavori dell’ENI per la ristrutturazione petrolifera, la Soprintendenza Archeologica di Potenza ha messo in luce un impianto edilizio di notevoli dimensioni (una villa rustica) risalente all’età augustea-primo imperiale (fine I sec. a.C.- I sec. d. C.);

in quasi dieci anni, al centro di inchieste tutte legate al petrolio, sono finiti in manette il direttore generale dell’Arpab, il coordinatore provinciale dell’Ente regionale Ambiente, il vicepresidente, tre assessori e un consigliere regionale. Altri otto consiglieri sono stati destinatari di divieto di dimora, mentre sotto inchiesta sono finiti due deputati lucani. E non c’è solo la politica. Nel 2002 sono stati arrestati un maggiore della Guardia di Finanza, un generale dei servizi segreti (Sisde), imprenditori, banchieri, finanzieri.

Se il Governo non ritenga opportuno procedere al blocco dei progetti dell’ENI circa la realizzazione dei nuovi pozzi, anche a seguito dei giudizi negativi già ricevuti dagli enti competenti, per procedere tempestivamente ad una verifica puntuale della liceità di quanto progettato e della corretta e salubre attività di estrazione dei pozzi esistenti;

Se il Governo non ritenga opportuno far prevalere la salvaguardia dei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione in merito alla tutela della salute pubblica, secondo l’art. 32 ed in merito alla tutela della propria ricchezza paesaggistica e culturale, secondo l’art 9, rispetto ad interessi e profitti privati derivati da politiche energetiche anacronistiche e contrastanti con quanto richiesto dalla UE sullo sviluppo delle energie rinnovabili, anche al fine di realizzare gli obiettivi comunitari disposti dalla strategia dell’Unione europea per lo sviluppo sostenibile.

On. Massimo De Rosa