L’unico mondo che abbiamo

Lo definiscono come il «filosofo-contadino», ma a me piace immaginarlo semplicemente come un contadino vero, secondo un’idea dell’ «hora et labora» medioevale che, nel suo caso, significa lavorare nei campi e pensare, laicamente, al rapporto tra uomo e natura, tra progresso e conservazione, tra presente e futuro. Mi riferisco a Wendell Berry, per molti poeta, tra i più letti ed acclamati scrittori americani contemporanei, attivista della prima ora dei diritti della terra e ambasciatore del “bioregionalismo” americano.

Piano B Edizioni ha da poco dato alle stampe un suo libro («L’unico mondo che abbiamo») che contiene dieci saggi che scandagliano i temi prioritari della nostra moderna esistenza: il rapporto tra economia ed ecologia, il “commercio della violenza” globale che distrugge comunità e terra nel nome del profitto, l’assoluta necessità d’iniziare a considerare come un “costo” la sistematica distruzione del nostro unico mondo e delle sue culture locali e localmente adattate. Sono testi inediti e relazioni pubbliche che Berry ha prodotto tra il 2010 e oggi e ci aiutano ad approfondire temi ben chiari a chi, nel tempo, lo ha già conosciuto e di straordinaria originalità e attualità per chi ancora non lo ha incontrato. Utilissimi per porsi delle domande e confrontarsi con le sue risposte. Che dovrebbero essere le risposte di noi tutti, cittadini di un tempo delle incertezze.

Ne «L’unico mondo che abbiamo» si ragiona del ruolo della scienza e della significativa differenza tra il sapere e il credere, ben consci che un cervello da solo è un cervello morto. Oggi viviamo in un’era tecnologica, nel regno dell’industrializzazione e dell’economia del denaro contrapposta all’economia reale dei beni («il governo della casa»): un’economia di «quantità» che fatica ad essere anche un’economia attenta e responsabile.
I nostri paesaggi sono diventati semplici fonti di prodotti estraibili, il processo dello sviluppo è basato sulla sostituzione dei lavoratori umani con le macchine e sul massimo profitto derivante dalla vendita di merci/prodotti indipendentemente dalla loro utilità o dai loro effetti. La scienza e l’industria danno spazio alla sintesi, ma non per rimettere insieme ciò che era intero e che è stato separato: abbiamo imparato a conoscere le macchine, ma il prezzo è stato quello di dimenticare le piante e gli animali. Senza minimamente considerare la distruzione come un costo.

La popolazione che lavora la terra si è ridotta drasticamente e le fattorie a gestione famigliare sono state rimpiazzate dalle riorganizzate tecnologie belliche e, per questo, sono diventate il fronte di una guerra contro il mondo vivente, dove le buone pratiche consolidate nell’uso della fertilità della terra sono state spiazzate dall’avvento dei combustibili fossili, creduto come una panacea anzichè come un processo inevitabilmente orientato all’esaurimento.
Il motto dell’agricoltura moderna ha un ritmo, quello della rapidità. Rapido è meglio, è più efficiente. Ma oltre una certa scala di lavoro l’agricoltore inizia a conformarsi alle esigenze della macchina e non alla natura del proprio terreno.

«Se le persone che vivono e lavorano in campagna non riescono anche a goderne, una parte preziosa e necessaria della loro vita è perduta. L’arte e la vita di comunità rurali e stanziali sono fondamentali per un’economia che sia di sostegno alla vita. Ma il loro valore non è calcolabile».

Abbiamo sostituito la scienza alla cittadinanza e al senso di appartenenza alla comunità e alla buona gestione. «Un posto di lavoro esiste senza riferimento a nessuno o a nessun luogo in particolare. Se una persona perde il posto di lavoro nel Kentucky e trova lavoro altrove, cessa di essere disoccupato», ma con quale danno per una comunità o per un territorio ? Parliamo poco dei «costi umani» e dei «danni collaterali» della guerra industriale e dei costi ecologici dell’uso industriale della terra. Un risultato che soddisfa solo l’obiettivo sociale dell’economia industriale e del suo governo industriale, ma «se vogliamo salvare la terra, dobbiamo salvare le persone che appartengono alla terra. Se vogliamo salvare le persone, dobbiamo salvare la terra a cui appartengono le persone. Dovremmo respingere l’idea che la realtà ultima sia politica e che dunque le soluzioni ultime siano politiche. Se il nostro progetto è quello di salvare la terra e le persone, il vero lavoro dovrà essere fatto localmente».
Le soluzioni iniziano e finiscono con noi stessi. E l’energia dei combustibili fossili deve essere sostituita non solo con energia pulita, ma anche con meno energia.
Abbiamo bisogno di «gentilezza», che è legata alla «gens», la famiglia, ma anche alla razza e alla natura; nel medioevo genere e natura erano sinonimi.

Particolarmente attuali, per noi italiani (mi riferisco alla controversa legge nazionale su boschi e foreste ora alla firma del Presidente della Repubblica), le riflessioni di Wendell Berry sulla gestione veramente ecosostenibile delle riserve verdi, sempre più considerate come un giacimento economico.

«Il bosco viene ridotto a un mattatoio, perchè nessuno ha pensato alla foresta invece che agli alberi. Nessun allevatore sano di mente venderebbe le sue fattrici per tenersi le giovenche, per poi aspettare anni prima che siano pronte per accoppiarsi e partorire nuovi vitelli. E nessun allevatore valorizzerebbe la sua mandria vendendo le mucche migliori per tenersi e allevare le peggiori. Una foresta, se trattata con gentilezza, può vivere incredibilmente più a lungo di qualunque dei suoi alberi. E una gestione del territorio a breve termine conduce quasi inevitabilmente al suo depauperamento nel lungo termine».

L’economia di territorio significa proprio questo: ricreare un luogo in cui i giovani imparino dai loro anziani. «Cambiamento e innovazione si succederebbero naturalmente, senza imposizioni esterne o per il beneficio degli estranei o con la vertiginosa velocità dell’innovazione industriale».
L’uomo è assalito perennemente dall’assillo del «domani». Ma tutto ciò di cui possiamo e dobbiamo preoccuparci è, invece, fare oggi la cosa giusta per preparare un domani migliore: è una prerogativa (questa sì) esclusivamente umana.

«Risparmiare energia grazie all’autocontrollo, alla consapevolezza e ricorrendo alla virtù perduta della frugalità. Spendere meno, bruciare meno, viaggiare meno, può essere un sollievo. Una vita più fredda, più lenta, può renderci più felici e più presenti a noi stessi e a tutti coloro che hanno bisogno della nostra presenza. Grazie a queste ricompense, un grande problema potrebbe essere risolto nella pratica da molte piccole soluzioni che, dopo tutto, sono necessarie indipendentemente da ciò che farà la politica. Il governo, alla fine, potrebbe fare la cosa giusta e iniziare a imitare la gente».

Una speranza, un augurio o una certezza ? …

Recensione di Alessandro Mortarino.

 

L’ unico mondo che abbiamo
Wendell Berry
Traduttore: A. Tozzi
Editore: Piano B
Anno edizione: 2018
Pagine: 154 p., Brossura
Euro 14,00