di Rita Paris.

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica, creato nel 2016 dal Ministero come Istituto dotato di autonomia speciale, stenta ancora, dopo due anni e mezzo di vita, a funzionare. Le competenze assegnate dal decreto sono importanti: la tutela mista, ossia archeologica, paesaggistica, architettonica e storico artistica, i beni in consegna, come la Via Appia Antica fino a Frattocchie di Marino, gli Acquedotti, Villa dei Sette Bassi, le Tombe della Via Latina, l’Antiquarium di Lucrezia Romana e i complessi di Cecilia Metella con il Castrum Caetani, Capo di Bove, Villa dei Quintili e Santa Maria Nova, oltre agli innumerevoli monumenti che fiancheggiano la strada. Il Direttore è inoltre responsabile del progetto di valorizzazione dell’intero tracciato della strada fino a Brindisi.

Il museo all’aperto consacrato come tale dai restauri e dall’assetto ideati e realizzati da Luigi Canina, per volere del Governo Pontificio, nella metà dell’ottocento, che attirava visitatori da tutto il mondo, esempio straordinario di conservazione sul posto dei reperti antichi, ha subito molte ferite e poca attenzione in generale dalle amministrazioni pubbliche. Per questo l’Appia è stata oggetto di particolare interesse da parte di personaggi illustri, della società civile, di Associazioni, pima tra tutte Italia Nostra, e di Antonio Cederna che ne ha fatto la battaglia principale della propria vita, tra le tante a cui ha voluto dedicare scritti, denunce, inchieste.

Che all’Appia spettasse la definizione di Parco Archeologico era giusto anche per l’esistenza di un Parco Regionale che, dal 1997, è incluso tra le aree protette della Regione Lazio, le cui competenze, evidentemente e indiscutibilmente, non possono sostituire quelle dello Stato, per la tutela e per la gestione complessa del patrimonio culturale e paesaggistico. Questa gestione si attua attraverso una serie di azioni che sono inscindibili e integrate, gli scavi e la ricerca archeologica, i restauri, la cura della conservazione, la crescita della conoscenza, attraverso l’opera di professionisti formati da studio ed esperienza.

Nell’arco degli ultimi vent’anni l’Appia, fino al 2016 inclusa nelle competenze della ex Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, ha potuto usufruire dei finanziamenti della stessa – il cui bilancio era sostanzioso per gli introiti del Colosseo in particolare – e di alcune leggi speciali come quella del Grande Giubileo del 2000 e del Piano Nazionale per l’Archeologia, trasformandosi in un laboratorio continuo di attività, di scoperte, di nuove acquisizioni (Capo di Bove, S. Maria Nova) di realizzazioni di mostre ed eventi culturali, come il Festival dal Tramonto all’Appia, che hanno fatto comprendere al mondo scientifico internazionale e alla comunità civile quale grande risorsa l’Appia possa essere, sia come campo comune di applicazione, sia come luogo da vivere nella sua eccezionalità. La Via Appia ha in parte recuperato la propria dignità con i monumenti aperti al pubblico.

L’assenza della definizione di Parco Archeologico, prima del 2016, a fronte della presenza di un Parco Regionale/area naturale protetta, ha fatto sì che si affermassero una gestione e un uso di questo ambito e della strada stessa (la regina viarum!) piuttosto come spazio libero (dove è di proprietà pubblica), per quelle attività tipiche di un parco naturalistico che, se pur gradevoli, hanno avuto l’effetto di allontanare l’approccio con il valore speciale di luogo dove conoscere la storia e le trasformazioni del territorio attraverso i secoli. Basti pensare a quello che sono in grado di raccontare i siti di Villa dei Quintili con S. Maria Nova, o il Mausoleo di Cecilia Metella con il Castrum Caetani: i fenomeni del Vulcano Laziale con la colata lavica, la strada antica nell’epoca romana, il medioevo, le proprietà ecclesiastiche e l’uso del territorio, il Rinascimento, le scoperte e la ricerca archeologica, fino alla storia moderna del novecento con le grandi guerre, il boom economico, il cinema e le ville dei personaggi dello spettacolo che hanno scelto l’Appia quale luogo esclusivo, vicino all’aeroporto di Ciampino, a Cinecittà e al centro di Roma.

Ma il Parco Archeologico dell’Appia Antica che conserva questa eredità secolare, stenta anche solo a mantenere il proprio patrimonio monumentale e arboreo senza i finanziamenti necessari alla conservazione innanzitutto, attraverso un progetto di manutenzione costante e quindi alla crescita graduale del patrimonio nella disponibilità pubblica con l’acquisizione di monumenti, abbandonati dentro proprietà private che necessitano di restauri e studi per poter essere poi offerti al godimento pubblico, oltre che al mondo scientifico.

Un piano strategico ha segnato la strada da seguire affinché i risultati conseguiti non rimangano isolati e siano create le condizioni per mettere in collegamento i siti archeologici e la strada nel suo sviluppo con la città, creando alternative alle auto private, migliorando il servizio di trasporto pubblico e con punti di sosta ai margini.

Il Parco Archeologico, dopo due anni e mezzo, come “l’Ebreo errante”, ancora non dispone di luoghi di lavoro decorosi e a norma per accogliere i funzionari e i lavoratori tutti, per creare i servizi e gli archivi alla base di ogni struttura che deve gestire la tutela, il patrimonio e produrre, conservare e rendere disponibili i dati della conoscenza. Chi aveva scelto di far parte di un grande progetto di tutela, valorizzazione e crescita di un patrimonio così unico e prezioso, si trova a doversi arrangiare quotidianamente per poter conquistare una postazione di lavoro in veste di ospite, perché all’istituto non sono ancora stati assegnati uffici, neppure sulla carta.

Forse un destino incombe sull’Appia e il pensiero va alle parole di Antonio Cederna: “una chiave, chiedo solo una chiave”, quando per anni fu lasciato senza una sede per far funzionare l’allora azienda del Parco Regionale. L’archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato, è conservato a Capo di Bove e in gran parte riversato nel sito http://www.archiviocederna.it, archivio che ha interrotto da tempo la propria fervida attività per totale assenza di risorse. Rivolgiamo allora virtualmente un appello a Cederna che vigili affinché l’Appia, ora Parco Archeologico, non sia trattata in questo modo, un peso per la stessa amministrazione che lo ha creato e dotato di una autonomia finanziaria che non possiede, di fatto un istituto di serie C, non degno di considerazione, forse perché non è in grado di “fare cassa”.

E’ proprio, invece, alle situazioni più complesse che si sarebbero dovute garantire le condizioni migliori per affrontare un lavoro difficile per un patrimonio immenso, dotando l’istituto di finanziamenti e strutture. Invece il Parco Archeologico dispone solo degli spazi (anche per alcune postazioni di lavoro) nei siti acquisiti negli ultimi vent’anni nell’ottica di una gestione lungimirante che sembra ora destinata a un drastico ridimensionamento. Un appello reale invece va rivolto al Ministero che ha da poco messo a bando la posizione del nuovo direttore del Parco, che sarà selezionato a breve (tra i 99 che hanno fatto richiesta) affinché rivolga la propria attenzione, più volte richiesta, alla condizione di questo istituto, assumendo la responsabilità sul destino che vuole assegnare all’Appia.

Tratto da: https://emergenzacultura.org/2019/02/05/rita-paris-parco-archeologico-dellappia-antica-un-problema-o-una-risorsa/

 

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