A cura di Salviamo il Paesaggio, Difendiamo i Territori – Coordinamento Cremonese, Cremasco, Casalasco.

Cremona è una realtà rappresentativa della situazione nazionale riguardo al tema del consumo di suolo: se da un lato, almeno a parole, l’esigenza di tutelare le aree agricole e naturali inedificate sta sempre più entrando nell’agenda politica, dall’altro i numeri ci dicono che la cementificazione continua ad avanzare inesorabilmente, parzialmente frenata, nell’ultimo decennio, più dalla crisi economica che da incisive politiche di tutela.

Questo si traduce a Cremona con una variante del Piano di Governo del Territorio che prevede una riduzione del consumo di suolo quantificata dal Vicesindaco Andrea Virgilio in 100.000 mq, cui però fa da contraltare il susseguirsi di episodi che suscitano le proteste del mondo dell’associazionismo locale e, in particolare, di quello ambientalista.

In alcuni ambiti di trasformazione la situazione rispetto alle previsioni precedenti è peggiorata, come ad esempio nel caso della già contestata lottizzazione di via Flaminia, in un contesto agricolo periurbano a sud-est della città, dove alle villette si è aggiunto l’edificio di una cooperativa sociale che fornisce servizi ai disabili. Non è ovviamente la destinazione finale a scatenare la contestazione, quanto il fatto che la stessa possa essere una giustificazione per ulteriore consumo di suolo. Un caso per certi simile si è verificato in via Primo Maggio, ai margini del Parco Locale di Interesse Sovracomunale del Po e del Morbasco, dove una onlus ha ottenuto, grazie ad una variante del Piano di Governo del Territorio, la possibilità di edificare un centro riabilitativo.

D’altra parte il consumo di territorio si è nutrito, negli anni, di giustificazioni apparentemente “nobili”, in primo luogo quello dei “posti di lavoro”, aprendo così agli insediamenti commerciali e produttivi. A Cremona tra gli episodi più contestati c’è il recente taglio di una zona alberata a lato di via Sesto per far posto all’ampliamento della ditta adiacente. Legambiente ha contestato il fatto che il taglio sia stato effettuato a tempo di record il giorno precedente alla riunione di commissione nella quale i funzionari del Comune avrebbero presentato le loro controdeduzioni alle osservazioni della stessa Legambiente e di altre associazioni. Il taglio verrà compensato da una ripiantumazione a Bagnara, nella periferia sul lato opposto della città. Una compensazione i cui benefici non cadranno direttamente sull’area in oggetto. Il caso è emblematico della situazione delle piantumazioni compensative: il Comune prevede la realizzazione di altre aree boscate, ma si dovrebbe porre una riflessione sull’equilibrio tra ambienti urbanizzati ed aree verdi nelle varie aree della città.

Riguardo agli insediamenti commerciali particolarmente interessata è la periferia est: nel raggio di poche centinaia di metri si trovano Roadhouse, Burger King, Mc Donald’s e KFC: non propriamente esempi di legame diretto col territorio, tradizionalmente vocato all’agricoltura e all’allevamento, attività progressivamente erose dagli stessi insediamenti commerciali il cui esempio più recente sta per sorgere poche centinaia di metri più a nord, tra il Cascinetto e la tangenziale, dove è prevista la realizzazione di un nuovo supermercato.

La Provincia di Cremona con terreno fertile classe A ha una grossa responsabilità, anche etica, nel contribuire a ridurre l’importazione di cibo, ma riuscirà a farlo se la biodiversità tornerà ad essere la priorità e la terra tornerà ad essere fonte di cibo. Qual è la sostenibilità del circolo vizioso creato per sostenere la redditività in tempi di cambiamenti climatici che mettono in ginocchio le colture e i tempi di produzione?” Questo si chiedono, tra gli altri, WWF Cremona, Slow Food Cremonese e Filiera Corta Solidale in un documento recentemente diffuso. Nello stesso si legge: “Serve un nuovo modello di politica territoriale e ci preoccupa che Cremona, il capoluogo, non sia trainante. La recente analisi sui prezzi dei prodotti di consumo svolta da Federconsumatori a Reggio Emilia, che si caratterizza come la città dei centri commerciali, ci fa riflettere. I prezzi sono sensibilmente aumentati, perché la grande distribuzione azzera la concorrenza, decide le politiche industriali, fissa i costi dei prodotti e di conseguenza le politiche agricole e le condizioni di lavoro e i salari. Tra l’altro i più redditizi e in espansione sono i discount che creano minore occupazione.

La concentrazione di strutture commerciali nella città, denunciano le associazioni, stride con la riduzione del traffico veicolare fonte di inquinamento e contribuisce allo spopolamento di servizi e negozi di vicinato nei piccoli Comuni creando disagio soprattutto alla popolazione sempre più anziana. Il documento citato fa riferimento anche al campo fotovoltaico che si intende realizzare alle porte della città, su un terreno attualmente ad uso agricolo di proprietà della Fondazione Città di Cremona, per un’estensione di 15 ettari. Per quanto riguarda quest’ultimo progetto riteniamo opportuno riprendere alcune delle richieste del Coordinamento Stati Generali dell’Ambiente e della Salute del territorio cremonese: “Si colga questa opportunità per aprire con le imprese impegnate nelle energie rinnovabili […] un confronto che porti a dotare il Comune di Cremona di un grande Piano per la diffusione del fotovoltaico su edifici pubblici, scuole, capannoni. Utilizzando anche incentivi specifici come la sostituzione di coperture di amianto con pannelli solari; la Fondazione Città di Cremona collabori con il Comune per ridiscutere le modalità di impiego del fotovoltaico su tutti gli edifici impegnati nella solidarietà sociale e per trovare le strade più adeguate e sostenibili per aumentare le proprie entrate.”

Su alcuni di questi progetti si è espressa negativamente, o ponendo indicazioni e limitazioni importanti, la Commissione Comunale per il Paesaggio. E proprio la composizione della commissione è al centro del nuovo bando che sta per essere pubblicato e che dovrebbe prevedere il divieto di superare il doppio mandato e soprattutto la norma transitoria che vieta agli attuali componenti di partecipare al prossimo bando. Una scelta dal “sapore sgradevole di una svolta autoritaria” secondo quanto dichiarato dall’architetto Michele de Crecchio, già Assessore all’Urbanistica del Comune e rappresentante locale di Italia Nostra, associazione il cui presidente locale è il geologo Giovanni Bassi, dimessosi dalla commissione poco più di un anno fa in polemica con le posizioni dell’Amministrazione Comunale sul recupero dell’area ex Snum, un comparto ex industriale alle porte del centro storico.

Ma il progetto più contestato rimane quello dell’autostrada regionale Cremona-Mantova, che sembrava ormai tramontato per gli stessi proponenti a causa dei flussi di traffico che non ne giustificherebbero la realizzazione e riesumato per volontà dei sindaci dei due capoluoghi. Al riguardo bisogna prestare particolare attenzione ai tempi di ammortamento e al loro ritorno: come riportato da una lettera a firma di Maria Grazia Bonfante (ex Sindaco ed attuale Consigliere di minoranza di Vescovato, uno dei Comuni interessati dal tracciato) e Ferruccio Rizzi (Attac Italia), pensare che il contesto attuale sarà il medesimo quando l’opera sarà realizzata significa creare opere inadeguate prima ancora di posare il primo cartello di cantiere. La risposta più immediata ed efficace ai disagi di chi percorre la direttrice Cremona-Mantova, proposta dal Coordinamento dei Comitati contro le autostrade CR-MN e Ti-Bre, è la riqualificazione della SP10, i cui costi stimati sono molto inferiori. La costruzione dell’autostrada CR-MN sembra più un’operazione finanziaria che giova unicamente a chi la costruisce, alle banche che la finanziano, ma con poche ricadute benefiche per il territorio.

Risulta sempre più evidente, a Cremona come altrove, che in mancanza di una seria legislazione a livello nazionale il tema del consumo di suolo viene affrontato a livello regionale o locale con iniziative talvolta meritorie, ma più spesso con risposte parziali e contraddittorie quando non addirittura nulle. Allo stesso modo sono troppe le giustificazioni con le quali si cerca di rendere più digeribile il cemento, da quelle occupazionali e sociali ad un concetto ambiguo di economia verde, fino alle opere “strategiche” sulla cui reale necessità ci sarebbe molto da discutere e che spesso non vengono nemmeno considerate ai fini del calcolo del consumo di territorio.

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