di Paolo Berdini.

Le città dell’Umbria sono ammirate per la bellezza, per i tesori che contengono, per una profonda cultura di accoglienza che caratterizza la popolazione. Intorno a questa preziosa stratificazione storica, si è costruito in questi ultimi decenni un sistema economico che ha saputo coniugare la leva turistica con produzioni agricole locali e con un artigianato diffuso. Un modello che sembrava destinato a non interrompersi mai e che è stato invece colpito al cuore dalla pandemia del Covid-19.

Quel sistema si rimetterà in moto. Ci vorrà un anno. O un altro ancora, come dicono i più pessimisti. Ma, anche con questa certezza, fa un effetto estraniante girare per le strade deserte di Assisi o di Orvieto. Proprio in questo momento di crisi più acuta, quel vuoto urbano deve essere colmato da un pensiero lungimirante che sappia far tesoro dei nodi irrisolti che erano emersi già prima della pandemia e che abbiamo fatto finta di non vedere perché il modello economico generato dal turismo di massa funzionava, creava lavoro e prospettive di vita. Nella millenaria storia delle città, sono stati sempre i momenti di crisi ad aprire a nuove fasi di vita urbana. Per compiere questo passo ci sarebbe bisogno di una classe dirigente economica in grado di cogliere gli elementi del salto culturale da compiere. Il caso di Gubbio ci dice che la crisi potrebbe produrre conseguenze molto negative.

Gubbio è stata per secoli una città importante e ciò ha comportato una straordinaria sedimentazione di bellezze urbanistiche, architettoniche e artistiche. Nei primi anni della ricostruzione postbellica, essa era caratterizzata da una diffusa povertà dovuta dalla difficoltà di accessibilità e si decise che essa dovesse essere sorvegliata da due cementifici tanto vicini al centro antico quanto fuori contesto per dimensione e caratteristiche. Una vicenda di industrializzazione analoga a tante altre in quel momento storico. Gubbio, insomma, era una delle tante città ad economia marginale che inseguiva il sogno industriale.

Alla fine degli anni Ottanta, la produzione di cemento ha iniziato a scendere in tutta Italia. Così, il relativo benessere messo in moto dai due opifici ha iniziato ad entrare in crisi. Un grande lavoro di riscoperta delle radici culturali avviato nei decenni precedenti da lungimiranti amministratori pubblici e da tanti cittadini e associazioni, hanno riscoperto il giacimento di arte e cultura eugubina. E cercato anche di cancellare -nei tempi e nei modi possibili- le offese portate negli anni della ricostruzione al paesaggio e alla salute dei cittadini. I cementifici generano insalubrità. Insieme alla bruttezza creano malattie nelle maestranze e in tutta la città. È noto che a Gubbio alcuni dati epidemiologici superano le medie regionali.

Oggi Gubbio rischia di tornare ad un passato doloroso. I due cementifici -grazie ad una legge scellerata voluta qualche anno fa dai governi nazionali di centrosinistra- vorrebbero utilizzare come risorsa energetica il “combustibile solido secondario”, termine anodino, che significa una frazione della produzione di rifiuti solidi urbani. Tempestivo è stato, purtroppo, l’aiuto da parte della regione Umbria e di alcuni -pochi in verità- esperti che hanno tentato di convincere la popolazione che il CSS non fa male alla salute. Anzi, l’aiuta. È in questo senso di grande importanza l’azione di sensibilizzazione che gli otto comitati eugubini hanno svolto in questi mesi e che è da ultimo sfociata nel convegno “Prima di tutto la salute“ dello scorso 17 ottobre. Opinioni mature e convincenti di scienziati e ricercatori che hanno a cuore il bene comune, hanno dimostrato l’insensatezza della proposta. E fa piacere sottolineare la limpida presa di posizione del sindaco Stirati, che si oppone allo sciagurato progetto.
Due idee di città si stanno dunque confrontando a Gubbio. Chi vuole continuare ad estrarre ricchezza anche a scapito del principio di cautela per la salute pubblica e far arrivare -su gomma!- migliaia di tonnellate di Css per poi bruciarle. E chi ha compreso che la ricchezza del futuro sta nella difesa della bellezza e dell’integrità ambientale.

Questo confronto tra due differenti culture sussiste anche nel ripensamento del modello economico delle città d’arte entrato in crisi a causa della pandemia. Come accennavamo, quel modello funzionava e per questo non ci si accorgeva che generava effetti gravissimi sulla vita urbana che oggi è indispensabile affrontare.
Il primo effetto riguarda la perdita di residenti nei centri antichi. Conviene più affidarsi a B&B che promettevano guadagni più elevati, piuttosto che affittare a nuclei familiari. Questo fenomeno non riguarda tutte le città umbre, Orvieto e Gubbio, ad esempio, hanno ancora un sufficiente numero di abitanti. Ma se si guarda ai luoghi presi maggiormente d’assalto dal turismo mordi e fuggi –Assisi ne è l’esempio paradigmatico– si comprende bene che se non torniamo ai ripari al più presto, corriamo il rischio di desertificazione dei centri antichi. Occorre dunque avviare una rigorosa politica di creazione di alloggi pubblici da destinare a famiglie che non potrebbero altrimenti, dato il livello degli affitti, abitarvi.

Il secondo problema creato dal liberismo selvaggio è la rarefazione del commercio di vicinato. Le città sono nate dalle esigenze di scambio ma da trenta anni l’economia dominante ha fatto nascere nella pianura umbra un numero enorme di centri commerciali che hanno portato alla chiusura di migliaia di negozi che garantivano relazioni sociali e vivibilità. In questo caso servono leggi di incentivazione all’apertura di nuove attività commerciali legate alla filiere produttive corte. Solo così si potrà rivitalizzare il commercio urbano diffuso e aiutare i piccoli produttori agricoli.

La terza contraddizione è legata alla cancellazione del sistema dei servizi urbani che ha garantito il mantenimento della vita sociale nei piccoli centri collinari. Come non citare le leggi che hanno falcidiato il sistema scolastico con la giustificazione che “costava troppo”. Lo smantellamento del sistema sanitario diffuso a favore delle grandi concentrazioni ospedaliere. O la chiusura degli uffici postali in base soltanto ad un ragionamento economicistico. Ridare vigore al welfare urbano è dunque una grande priorità e l’occasione del Recovery fund è in questo senso un’occasione da non perdere.

Infine, le città che hanno vissuto la fase della monocultura del turismo, soffrono di congestione automobilistica. Il ritorno alla vivibilità e alla bellezza dei centri urbani necessita di una svolta tecnologica. Dobbiamo ripensare i sistemi di accesso alle città storiche: bloccare le auto in luoghi più accessibili e collegarli ai centri collinari con moderni vettori collettivi che permettano una vita silenziosa e bella anche nei momenti di grandi afflussi di turisti.

Si tratta, in sintesi, di ripensare le città dell’Umbria nella chiave dell’attuazione del concetto di “Ecologia integrale” coniato cinque anni fa da Papa Francesco. Le città devono orientarsi verso una nuova fase di sviluppo che risolva le contraddizioni create da un modello economico insostenibile e crei le premesse per uno sviluppo duraturo. Questa fase di rinnovo urbano può prendere avvio dall’Umbria, la terra di Francesco d’Assisi, e in particolare dalla sua città d’origine proprio perché Assisi soffre maggiormente gli effetti della pandemia.

L’Umbria ha dunque la straordinaria occasione di guidare il rinnovamento urbano dei piccoli centri. Un’occasione preziosa da non perdere.

Tratto da: Micropolis – Dicembre 2020.