Contributo a cura del prof. Paolo Pileri (DAStU Politecnico di Milano) all’interno del Rapporto 2021 (pagine 272/273) “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” curato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA).

Il suolo continua a non trovare pace in Italia anche nel 2020, dove tutto pareva essere stato fermato per via della pandemia. I dati di questo rapporto ci dicono che il consumo di suolo non si è fermato affatto e così abbiamo perso ancora 5.670 ettari. Il Green Deal, che è stato proposto a dicembre 2019 (COM(2019) 640 final), non ha infiammato la buona volontà di politica e urbanistica e quindi non abbiamo incassato nessun rallentamento degno di nota.

E purtroppo non ci sono buone notizie neppure dal fronte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che poteva essere la grande occasione per introdurre norme cogenti contro il consumo di suolo che in via ‘ordinaria’ non si riescono ad approvare.
Invece il PNRR – è un fatto – non si oppone al consumo di suolo, ma si limita solo a invocare qua e là possibili limitazioni che senza strumenti robusti di attuazione non produrranno mai gli effetti sperati e necessari: ce lo insegna da tempo la storia urbanistica più recente. Pertanto, non si capisce con quale ‘presa’ dovrebbero funzionare le esortazioni del PNRR.

Unica scintilla di luce è un formale impegno per cui il Governo dovrebbe approvare una legge sul consumo di suolo, che affermi i principi fondamentali di riuso, rigenerazione urbana e limitazione del consumo dello stesso, sostenendo con misure positive il futuro dell’edilizia e la tutela e la valorizzazione dell’attività agricola (p. 81). La formula testuale non riesce, però, a scrollarsi di dosso
quelle solite tracce di compromesso che rischiano di vanificare gli effetti attesi o di tenerli al di sotto della soglia di quanto è urgente fare in Italia. Nel PNRR il Governo fa bene a ricordare che la sfida all’azzeramento del consumo di suolo è una questione urgente e internazionale.
Altrettanto bene farebbe a ricordare che quella sfida ha bisogno di motivazioni robuste e solide radici culturali per essere compresa e attuata, politicamente parlando.

Non mancherebbero, sempre su scala internazionale, i preoccupanti avvertimenti ‘culturali’ per i governi perché, si sa, non si fanno buone leggi laddove non si capisce fino in fondo l’importanza della questione con cui si ha a che fare. La FAO, ad esempio, ha recentemente ricordato che “la nostra completa ignoranza sulla biodiversità dei suoli urbani è una minaccia ben maggiore della stessa urbanizzazione” (Soil biodiversity, dic. 2020, p. 201). L’Agenzia Ambientale Europea si è lamentata delle persistenti (e insostenibili) lacune conoscitive sul suolo (Segnali EEA 2019, p. 8) da parte di chi governa ai vari livelli istituzionali. E il lavoro di un’agenzia governativa come ISPRA, da anni impegnata a colmare queste lacune, offre moltissimo materiale e rapporti annuali sul consumo di suolo che annullano ogni tipo di alibi all’azione politica e urbanistica.

Unico difetto: vanno letti e portati dentro le politiche e i piani interrompendo la catena di effetti negativi con cui il consumo di suolo minaccia il futuro. La perdita permanente dei benefici ecologici erogati quotidianamente dal suolo è una voce di indebitamento preoccupante per il nostro Paese e ogni anno viene richiamata in quel rapporto.
Eppure, continua a non essere considerata.

Prendendo i nuovi valori finanziari della perdita di servizi ecosistemici di questo rapporto (Tabella 105, Tabella 106), calcoliamo il danno che produrrà/ebbe alle prossime generazioni il consumo di suolo se continuasse l’attuale tendenza anche nel periodo di attività del Recovery Fund. Ebbene, tra il 2021 e il 2026 accumuleremmo una spesa pubblica figurativa che potrebbe arrivare a sfiorare i 17 miliardi di euro, ovvero il 7-8% dei miliardi che ci dà la UE per il post-Covid. Questo equivale a dire che, mentre incassiamo con una mano, accumuliamo debiti sottoforma di perdita di benefici e servizi ecosistemici del suolo con l’altra. È come se buttassimo via soldi ancor prima di spenderli.

Ma i 17 miliardi di spesa pubblica per consumo di suolo sono senza dubbio destinati ad aumentare, visti i tanti interventi ‘green’ previsti dal PNRR che incorporano consumi di suolo: le nuove linee ferroviarie ad alta velocità, le nuove autostrade e strade, i nuovi porti, le nuove urbanizzazioni sebbene definite rigenerazioni, e così via. A quella percentuale finanziaria va aggiunta una quota, che nessuno ha calcolato ancora, relativa al degrado che gli interventi produrranno verso altre risorse come acqua, aria, biodiversità, etc. Quel 7-8% potrebbe diventare così il 15% o il 25% o anche il 60% e nulla lo sta tenendo sotto controllo.

È difficile trovare un senso a un PNRR che di senso ne ha poco rispetto al consumo di suolo. Quando arriveremo al 2026 saranno finiti i finanziamenti UE, ma avremo lasciato alle future generazioni i debiti finanziari del consumo di suolo e dell’abuso sulle altre risorse generati in quei sei anni. Debiti che rimarranno e continueranno a crescere anche dopo il 2026.

A proposito di transizioni e azioni green, uno dei pilastri del PNRR è la transizione energetica, che punta molto sul solare. L’attuazione combinata di PNNR e PNIEC (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) potrebbe mettere a terra in 6 anni circa 15 GW (12 da PNIEC con l’opzione ‘Power-up’ e 3 con misure ad hoc). Questa messa a terra non è indolore per il suolo e la biodiversità perché la superficie necessaria per quella potenza potrebbe richiedere circa 15-18.000 ettari e forse pure di più. Più energia, meno cibo. Più energia, meno paesaggio. Più energia, meno biodiversità. Più energia meno servizi ecosistemici a terra. La transizione energetica non è affatto indolore. Il PNRR prevede che solo 0,43GW saranno generati espressamente senza consumo di suolo (parco agrisolare: investimento 2.2 di M2C1.2). La sola previsione di uso del suolo per il solare a terra farebbe salire del 50% il trend attuale di consumo di suolo. A questa quota andrebbe poi aggiunta la quota di servizio relativa a cantieri, strade di accesso e impianti di servizio.

Il ‘suolo’ rimane sotto scacco all’interno del PNRR dove, come abbiamo visto, non mancano le insidie. Abbiamo bisogno di una legge nazionale di tutela del suolo come di una imponente correzione di rotta delle varie leggi urbanistiche regionali che sono letteralmente fuori controllo e stanno aumentando le deroghe e le scappatoie per mantenere se non peggiorare l’attuale status di consumo di suolo. In più lo spettro della pandemia anziché imporre una riflessione sulla insostenibilità del precedente modello di sviluppo, sta imponendo un’agenda schizofrenica improntata all’accelerazione di qualunque cosa faccia ripartire le economie, qualunque esse siano, purtroppo. E quindi anche il settore delle costruzioni sta accelerando la sua ripartenza senza però riversare la sua energia sul solo recupero, ma su tutto quel che è possibile fare, anche se non utile.

Quel che avremmo bisogno è una strategia in grado di distinguere il veramente sostenibile da quel che è fintamente sostenibile.
Una strategia capace di estrarre sostenibilità modificando le pratiche impattanti che fino a oggi non hanno conosciuto rallentamento, piuttosto che offrire incerte proposte di sostenibilità abili solo a sfruttare meglio, ma pur sempre sfruttare, quel che è rimasto intatto dai consumi di natura del modello di sviluppo pre-pandemico. I dati parlano chiaro ai decisori: le azioni che hanno immaginato nel passato e proposto con veemente sicurezza non hanno dato affatto gli esiti sperati dall’imperativo della sostenibilità.

Il re è sempre più nudo e non vuole guardarsi allo specchio. Bisogna cambiare rotta, ma con più risolutezza e più responsabilità verso la risorsa più necessaria, fragile e meno resiliente che abbiamo per noi e le prossime generazioni.