Davvero possiamo parlare di consumo di suolo buono e consumo di suolo cattivo?

di Alessandro Mortarino.

Come ogni anno, nel pieno dell’estate è stato presentato il Rapporto SNPAConsumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. E, come ogni anno, la fotografia che esce dal puntuale e dettagliato monitoraggio dei ricercatori dell’ISPRA mostra un impietoso quadro che rende (dovrebbe rendere…) sempre più evidente la situazione di emergenza piena in cui versa il martoriato suolo italico.

Già, perché i dati riferiti al 2021 sono gravi. Ed essendo dati rilevati da una fonte scientifica dello Stato, non sono suscettibili di opinabilità: si tratta di cifre e statistiche di monitoraggio effettivo. La cruda realtà. Su cui troppe volte e per troppi anni si è continuato a sorvolare, confidando che la mano provvidenziale delle crisi e del “mercato” risolvessero o, almeno, alleviassero la contingente difficoltà.

Ma se il consumo di suolo aveva mostrato di non conoscere sosta neppure nel periodo del primo duro lockdown pandemico, il 2021 va oltre e ci certifica (come sintetizza il comunicato ufficiale di ISPRA, che potete leggere qui) una perdita di suolo a perdifiato, con una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni, una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo, per quasi 70 km2 di nuove coperture artificiali in un solo anno. Il cemento ricopre ormai 21.500 km2 di suolo nazionale, dei quali 5.400, un territorio grande quanto la Liguria, riguardano i soli edifici, che rappresentano il 25% dell’intero suolo consumato.

Quest’anno, però, la presentazione del Rapporto è stata parecchio “animata”. Nelle precedenti occasioni i Relatori avevano sempre espresso le loro valutazioni rispetto alle cifre asetticamente illustrate da Michele Munafò cercando di mettere in luce le criticità e l’esigenza di portare a compimento una necessaria legge nazionale capace di contrastare il fenomeno del consumo di suolo, considerarlo una emergenza, agire per custodire una risorsa preziosa, non riproducibile, elemento di vita o morte.
Quest’anno il dibattito è andato oltre e ha demarcato una – forse insanabile – linea di confine tra due mondi e due visioni: da un lato ricercatori, comunità scientifica e società civile; dall’altro le rappresentanze politiche. Mai come quest’anno…

Il detonatore che ha fatto “brillare” il divario tra i due blocchi è stata l’affermazione fugace dell’uscente ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, che si è addentrato in una disamina che ha scatenato l’immediata reazione di Paolo Pileri e di Luca Mercalli.

Giovannini ha sostanzialmente sostenuto che il consumo di suolo avvenuto e monitorato da ISPRA va considerato anche sotto il profilo degli investimenti strategici e delle priorità della visione politica, sia nazionale e sia europea. Occorre, infatti, considerare anche «quello shift modale da trasporto su gomma a trasporto su ferro, obiettivo principale del PNRR». Vale a dire interporti e centri di interfacciamento gomma/ferro, porti, retroporti.
Giovannini non ha usato perifrasi per evidenziare il concetto: «quindi da considerare benvenuti, perchè nel settore siamo indietro».
Insomma, dobbiamo considerare che «esiste dunque un consumo di suolo cattivo ma anche un consumo di suolo buono, necessario». E di questo consumo buono anche Ispra dovrà tenerne conto nei prossimi anni, poiché rappresenterà un fenomeno rilevante e in crescita (ci auguriamo sia da considerare un semplice suggerimento metodologico e non una velata “minaccia” ai ricercatori di ISPRA…).

Le frasi dell’uscente ministro non hanno raccolto reazioni da parte delle tre parlamentari intervenute (Silvia Fregolent, Paola Nugnes e Chiara Braga), che hanno ammesso l’incapacità (anche) di questa tornata legislativa nel porre risoluzione alle sofferenze del nostro suolo, compreso per l’amata (da Giovannini) legge nazionale sulla Rigenerazione Urbana, anch’essa arenatasi nelle aule romane.

Immediata, invece, la replica di Paolo Pileri (Politecnico di Milano): «è un disastro, c’è da piangere; passare da 14 ettari al giorno a 19 ettari al giorno è un incremento del +34%: un cataclisma. E’ un dato che mette il bollo del fallimento politico negli ultimi 15 anni. E resto basito davanti alle parole del ministro: consumo di suolo buono e cattivo? 323 ettari di logistica in un solo anno equivalgono a una superficie pari al consumo di suolo totale registrato da Toscana e Liguria messe assieme. Oltre tutto considerando che il ministero non ha un osservatorio, non sappiamo quante sono le aree dismesse, dove si sta appoggiando la logistica ecc. ecc. Eppure vogliamo sostenere che è un consumo di suolo utile?».

Altrettanto immediata anche la reazione di Luca Mercalli: «aggiungo un’altra parola: disperazione. La disperazione che ci prende: a cosa serve avere tutti questi dati se poi siamo ridotti in questa condizione? Il clima ha mille punti di contatto con la devastazione del nostro suolo, il cambiamento climatico dipende in primis dalla devastazione del suolo. Sono allibito dalle parole del ministro Giovannini, che non pare accorgersi che le cartine illustrate da Michele Munafò sono come le metastasi, celle cancerose che si staccano e aggrediscono l’intero organismo: come possiamo pensare che vi siano metastasi buone e metastasi cattive?».

In ultimo, Massimo Mortarino, a nome del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, ha ricordato come, oltre a non disporre di una legge che contrasti il consumo di suolo, l’Italia non sia dotata nemmeno di una disposizione di rango statale che individui definizioni uniformi e, in primis, definisca cosa è “consumo di suolo”: situazione che consente a chi “vuole fare il furbo” di disporre di un ampio margine di manovra, come dimostrato – ad esempio – dalla recentissima L.R. 7 piemontese del 31 maggio scorso, che va addirittura a modificare il metodo di conteggio del consumo del suolo.

Non dobbiamo trascurare il fatto che dal marzo 2012 a oggi, sul contenimento del consumo di suolo sono stati depositati, nei due rami del Parlamento, più di 60 tra proposte e disegni di legge. Con l’esito che ben conosciamo. E che il Rapporto annuale di SNPA stila la “classifica” delle Regioni che nell’ultimo anno hanno registrato i più elevati livelli di consumo di suolo: tutte hanno in vigore una legge regionale per limitarlo/contenerlo e, allo stesso tempo, anche norme per “semplificare” gli iter delle pratiche edilizie e urbanistiche!

Le parole dell’ex ministro e delle tre parlamentari, l’insuccesso in aula della nostra legge per l’arresto del consumo di suolo e il riuso dei suoli urbanizzati e di quella (che per il Forum dovrebbe essere considerata “figlia” della legge per lo stop al consumo di suolo) indirizzata alla Rigenerazione urbana, i dati angoscianti del nuovo Rapporto ISPRA e la quantificazione della perdita di servizi ecosistemici causata dal consumo di suolo libero calcolata anche in termini monetari/finanziari, rendono assolutamente evidente che è ora di creare una nuova alleanza “dal basso” tra ricercatori e società civile.

Da poche ore siamo entrati in una difficile campagna elettorale, che tuttavia potrebbe rappresentare un’opportunità per la nostra comunità di “custodi” del suolo e dei territori. Questa volta vogliamo cogliere l’occasione, tutti insieme, per chiedere con forza non “una” legge nazionale ma “la migliore” legge nazionale possibile per contrastare il consumo di suolo e in tempi rapidissimi?
Facciamo entrare questo tema nel dibattito politico e, anzi, facciamo sì che “la terra” (insieme all’acqua, l’aria e il fuoco, cioè energia e calore), tornino a essere il fulcro della nostra vita, delle nostre priorità. E la loro corretta e lungimirante gestione contribuiscano a ridisegnare un nuovo modello di società.

Oggi possiamo e dobbiamo farlo. Noi ci siamo, il nostro Forum nazionale c’è: rimbocchiamoci le maniche e tutti insieme sollecitiamo un opportuno “time out” alla nostra prossima classe dirigente!

Qui potete vedere la registrazione integrale della presentazione del Rapporto SNPA 2022 “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. Non è solo un invito alla visione ma un consiglio, perché il dibattito è appena iniziato e quanto gli autorevoli Relatori hanno espresso deve essere conosciuto da tutte e tutti!…

15 commenti

  1. ho bisogno di avere questo comunicato sulla mia pagina facebook per poterla condividere il più possibile

  2. ANCHE PER LE MONTAGNE VALE LA MASSIMA:
    “DAGLI AMICI (da alcuni almeno) MI GUARDI IDDIO CHE DAI NEMICI MI GUARDO IO”
    Gianni Sartori
    Mentre le calure estive schiantano (e non solo metaforicamente) a decine anziani proletari e lavoratori stagionali (e mentre una larga fetta di piccola media e oltre borghesia si rifugia in quota “al fresco”), un’esponente della destra italica che, a suo dire, tra i monti di Cortina si sentirebbe “a casa sua” (sentimento, mi auguro, non ricambiato dagli indigeni e dalla fauna e flora locale) ha emesso il verdetto definitivo, la classica “parola fine” sull’ambigua e lamentosa questione “spopolamento delle montagne”. Concetto spesso impropriamente e retoricamente evocato, a scopo finanziamenti, oltre che da interessati amministratori, operatori turistici e speculatori d’alta quota, da una miriade di soidisant “scrittori di montagna” (esiste anche l’associazione, quasi una lobby, mi dicono) che dai Monti , spettacolarizzando e mercificando, trae sostentamento.
    In realtà si dovrebbe piuttosto parlare dei rischi di sovrappopolazione in un ambiente non “fragile”, ma sicuramente “delicato” (nel senso di complesso, variegato, ricco di interconnessioni a livello di habitat, specie, clima… ) e quindi a rischio. Soprattutto pensando che tutti (quasi tutti?) usano l’auto, il fuoristrada, il suv e altro e per il territorio, per gli ecosistemi le conseguenze sono comunque devastanti.
    Oltre naturalmente al proliferare di seconde case, alberghi, rifugi-alberghi, strade, impianti di risalita, piste da sci (con illuminazione notturna), il bob olimpico… e una generalizzata cementificazione-deforestazione.
    Giusto un anno fa assistevo allibito ad un brutale taglio boschivo, una folta assemblea di larici ridotta in trucioli, destinati poi a qualche impianto per la produzione di energia “bio” (bio ?!?).
    Ufficialmente, mi spiegava il proprietario del bosco “xe sta Vaia”. Peccato che il bosco, come potevo ampiamente testimoniare, da “Vaia” all’epoca non fosse stato nemmeno sfiorato. Diciamo che l’astuto montanaro veneto aveva colto l’occasione (“ghe gaveva ciapà rento”) per specularci su.
    Ma con l’odierna richiesta di un aeroporto per Cortina (perché arrivarci su strada sarebbe “un calvario”) si è letteralmente toccato il fondo.
    Del resto questa pare sia la tendenza generale . Per gli straricchi senza vergogna (non solo i classici capitalisti naturalmente, aggiungiamo calciatori, attori, cantanti, politici, camorristi, nani e ballerine…) volteggiare angelicamente sopra le masse accaldate e puzzolenti sui sentieri (o magari in coda sui tornanti) è una questione di principio. Solo qualche giorno fa davanti a un rifugio CAI sulle Pale di San Martino sono atterrati un paio di elicotteri (il gestore aveva fatto allontanare preventivamente gli escursionisti raccomandando di riprendersi magliette e canotte stese ad asciugare perché altrimenti sarebbero volate via) da cui scendevano, in ghingheri, due vispe comitive di turisti che qui avevano prenotato il pranzo. Dopo un lauto pasto e abbondanti libagioni erano ripartiti senza nemmeno sgranchisti le gambe e senza mischiarsi con le prosaiche masse appiedate. Rifugio CAI, sottolineo.
    Quanto alla recente “tragedia annunciata” della Marmolada (più che un “campanello” una sirena, l’ennesima, d’allarme) presumibilmente (siamo pur sempre nella Società dello spettacolo dove lo spettacolo si fa merce) alimenterà il turismo, almeno quello dei voyeurs (vedi sul Vajont, vedi, anche se in forma minore, Stava e Cermis…), ma forse non contribuirà abbastanza, non quanto dovrebbe, allo sgretolamento dell’antropocentrismo capitalista applicato al turismo e dei suoi inevitabili corollari (mercificazione, sfruttamento,spettacolarizzazione etc. vedi sopra).
    A titolo di parziale consolazione (e lo dico magari a mio svantaggio, in quanto escursionista che dalla pianura risale in treno e corriera e poi si sposta rigorosamente solo a piedi), almeno da ‘ste parti (Vette Feltrine e dintorni), vanno dilagando zecche et similia. Scoraggiando una eccessiva frequentazione di boschi, prati e brughiere.
    Gianni Sartori

    1. condivido e aggiungo ricollegandomi al riferimento sulla montagna (presa d’assalto anch’essa dall’ingordigia), che sta nella logica predatoria la continuazione dell’azzerramento dell’ambiente fatto sistematicamente e in modo ossessivo nella povera pianura padana (veneta in questo caso); è palese che è inesistente una pianificazione del territorio per renderlo vivibile (in senso ampio del termine).
      Non stupiamoci che perfino nei passi a traffico veicolare ci si ripropone il mini centro commerciale, con annessa distesa di asfalto per parcheggiare i suv ed allestire improvvisati suk; a completare il paesaggio (quello antropico cui siamo abituati vedere e che vogliamo meleficamente riproporre), la bella vista dei piloni degli impianti di risalita, a completare il carosello del divertimento in quota.
      Intanto continuiamo cementificare la pianura, per carità, non sia mai che si impiantano cinture verdi, sono inutili, e poi sporcano; servono lotti edificabili, aree industriali/commerciali e strade, tante strade, tombare i fossati, tanto l’acqua non c’e’ (e ci metti pure la pista ciclabile che diventa un nastro infernale), vuoi mettere le belle file di capannoni, l’emblema della produzione e del benessere economico… ma poi quale benessere? e per chi?

  3. una mente insana, sconnessa dal reale, quella che va distinguere tra consumo di suolo buono e quello cattivo; oppure non ha appreso, anche dal punto di vista logico e sostanziale, che l’ulteriore consumo di suolo è a prescindere un fatto NEGATIVO.
    E’ intrinsecamente disonesto e irresponsabile chi avanza questa insensata distinzione, fautrice solo della continuazione per continuare la devastazione.
    Certo che se siamo ancora a questo punto di intelligibilità, non c’e’ proprio speranza, ma la via d’uscita è che la natura si vendichi.

  4. Scusate, una frase di Paolo Pileri mi sembra riportata in modo da dar luogo ad ambiguità: “323 ettari di logistica in un solo anno equivalgono a una superficie pari a quella di Toscana e Liguria messe assieme”. Non mi torna, in qualunque senso la leggo. Non è che contiene un refuso?

    1. Refuso… ora corretto.
      323 ettari di logistica in un solo anno equivalgono a una superficie pari al consumo di suolo totale registrato da Toscana e Liguria messe assieme.

  5. 1 TRANSIZIONE, ecologica??

    La Terra, la superstite terra fertile, non è Res nullius, né, ancora, derelictae;
    non è illimitata e non va consumata e umiliata con aggettivi che di ecologico hanno
    solo la sfacciataggine.
    Milioni di km di sovrastrutture (già definiti indispensabili) hanno occupato, tombato
    e impermeabilizzato in una sola generazione il 28% delle campagne. Un’anarcoide
    rincorsa al cemento si è accanita sui più fertili ma scarsi terreni di pianura, e ancora lì
    si pretende spazio per il fotovoltaico (175 000 ettari secondo il PNRR, come la
    scomparsa di intere province granarie, e di grano ne manca tantissimo e sempre più
    ne mancherà).
    Gravissima è la delegittimazione in corso delle Sovrintendenze, ultimo baluardo a
    difesa del Patrimonio ambientale e culturale italiano, additate al pubblico ludibrio
    come responsabili di colpevoli ritardi alla pretesa rapida autorizzazione invece di
    palesi scempi.
    Con tecnica da basso marketing imbonitore si chiamano ipocritamente ” parchi” questi
    invasivi oltraggi alla Bellezza. E malinconica e surreale è la prezzolata pretesa di far digerire
    queste schifezze come nuovo moderno paesaggio.
    Fabrizio Quaranta, Agronomo e ambientalista concreto da 50 anni

  6. La lugubre distesa di pannelli funebri fotovoltaici che sta per devastare definitivamente il suolo fertile di pianura, uccidendo agricoltura equilibrio idrogeologic e quel che sopravvive del paesaggio identitario e’ forse consumo talmente “buono” tanto che non ne parlano non solo i politici ruffiani ma nemmeno i più agguerriti ricercatori? Uniti nel perpetuare gli incancreniti capricci dell’aria condizionata?

    1. ecco abbiamo immediatamente un bell’esempio di come ci si unisce tutti insieme per affermare un modello di sviluppo sostenibile. si parla giustamente di consumo di suolo come giustamente si parla di cambiamenti climatici e di transizioni energetica. Ma il primo totem che si agita è quello dei “lugubri pannelli fotovoltaici” come immagino altrettanto “lugubri” siano le pale eoliche. Le rinnovabili sono uno strumento decisivo per la de carbonizzazione e quindi per ridurre l’effetto serra. evidente che dovrà essere fatto il possibile per utilizzare i tetti di case e capannoni (ma non so se anche in questo caso non siano troppo lugubri) e magari anche i terreni più degradati. Ma difesa e rigenerazione del suolo e crescita delle rinnovabili sono alleati nella stessa battaglia e non è possibile che vengono subito messi in contrapposizione quando gli avversari sono certamente altri

      1. 2 Migliaia di capannoni fatiscenti, scheletri di serre, strade superflue, disordinate e
        sparse periferie, seconde case, pacchiani villoni abusivi, parcheggi di faraonici centri
        commerciali e, ora, enormi depositi dei giganti della logistica, sono la desolata
        immagine del Bel Paese  fu della secolare armonia multifunzionale dei borghi
        rurali.
        Dopo gli allarmanti dati 2019, con coperture di 57 milioni mq – oltre 2 mq al
        secondo, le colate di cemento non rallentano nel 2020, nonostante il lockdown, e
        consumano altri 60 kmq, impermeabilizzando ormai oltre il 7% del territorio
        (ISPRA)
        Non si consumi allora altro prezioso, miracolosamente superstite, territorio rurale!

        Si riconvertano quei km di obbrobri fatiscenti dotandone i tetti (i TETTI !!) di pannelli
        fotovoltaici. Ce n’è per chilometri e sarà anche occasione per un salvifico maquillage
        urbanistico. I tetti degli edifici extra-urbani sono circa 3 500 kmq, ISPRA stima che sarebbe possibile installarli su almeno 700 kmq. Si raggiungerebbe una potenza
        fotovoltaica fra 59 e 77 gigawatt, il doppio di quanto previsto dal PNIEC, che
        individua un obiettivo di incremento di 30 gigawatt al 2030.
        Poi ci sono i parcheggi, varie infrastrutture, aree dismesse, cave esaurite, e,
        comunque vastissime aree GIÀ CONSUMATE

        1. 3 Le emissioni climalteranti di CO2 non sono poi una costante immodificabile che
          costringe inevitabilmente ad agire esclusivamente sul COME produrre energia. Il
          fabbisogno si può ridurre e la CO2 si può abbattere soprattutto con un razionale e coscienzioso risparmio modificando
          drasticamente molte incancrenite pessime abitudini favorite da una fin troppo facile
          ed economica disponibilità di pratiche energivore: case e uffici in inverno a 24°C, in
          estate a 18°, basterebbe invertire le pretese;  condizionatori ormai di gran moda, vero status symbol, ma unica causa dei blackout elettrici fino ad oggi; abuso di auto in città con motori accesi in fila per ore anche per spostamenti facilmente
          ciclopedonali; consumo abitudinario e acritico di cibi fuori stagione, ecc.…
          Non è colpa dell’inamovibile destino cinico e baro ma, appunto, di incancrenite
          pessime abitudini da eccesso facile di comodità energivore se quindi un cittadino
          del Qatar emetta mediamente 39 tonnellate di CO2 l’anno, uno statunitense e
          australiano 16, mentre un italiano scende a 5 e ancor meno in Francia, Svezia e
          Svizzera con 4 tonn./pro capite, dove certo il regime di vita non è da eremiti nelle
          grotte (dati da Banca mondiale 2016).

          1. 4 La terra non può essere svilita a fabbrica di corrente per incancreniti capricci, ma DEVE
            innanzitutto continuare a fornire alimenti, anche se il cibo a prezzi stracciati e
            senza stagionalità ha fatto perdere questa ancestrale e sacra percezione. L’Italia è
            infatti fortemente deficitaria di quasi ogni materia prima e OGNI SPICCHIO DI
            TERRA ANDREBBE COLTIVATO. (E lo sarebbe se i redditi fossero dignitosi).
            La Pace fra le Nazioni, poi, è fenomeno storicamente raro, e i facili scambi
            commerciali, che oggi mascherano e suppliscono i gravi deficit, potrebbero
            interrompersi in caso di conflitti (scritto prima del conflitto ucraino) E l’aria che tira fra i grandi blocchi non è la migliore.
            Un problema grave per l’Italia con un pesante deficit produttivo agroalimentare:
            mancano il 64% di frumento tenero, il 40% del duro (e relative difficoltà a garantire
            una pasta totalmente italiana) il 50% di mais, il 70% di soia…e anche la carne, il
            pesce (Ismea) e quasi tutte le altre materie prime, anche le più impensabili come le
            noci (-75%) o le nocciole (-30%), malgrado la fiorente industria dolciaria italiana.

          2. 5 Dal 2012 il suolo ormai consumato non ha potuto offrire 4 milioni di quintali di
            prodotti agricoli” (Coldiretti). Solo per il grano duro in Italia si è passati in pochi anni
            da 1.700.000 ha a 1.200.000 ha (ISTAT): la perdita di mezzo milione di ettari
            equivalgono ad un’intera Regione, e l’improvvisa impennata dei prezzi tutt’ora in
            corso evidenzia il precario e pericoloso equilibrio del commercio mondiale.
            Ma oltre al cibo, l’agricoltura da millenni svolge la fondamentale funzione di
            sistemazione e regimazione idraulica dei territori. Sebbene misconosciuta, questa
            costante opera di tutela ha impedito o almeno attenuato i disastri dovuti alla rottura
            dell’equilibrio idrogeologico . Questa drammatica realtà di dissesto che coinvolge
            con intensità e luttuosità crescente ormai il 90% dei comuni italiani (ISPRA) è dovuta
            principalmente all’abbandono dell’agricoltura locale e successive cementificazioni.
            Un ulteriore carico di strutture artificiali potrebbe aumentare i già alti rischi per quei territori

          3. 6 Territori che farebbero volentieri a meno delle ricorrenti ipocrite geremiadi televisive con i
            volti affranti di caduti dal pero per le reiterate luttuose calamità.
            Le suadenti sirene che sibilano a demotivati coltivatori facili redditi derivanti dal
            fotovoltaico a terra (almeno 3000 €/ha !- impensabili con qualsiasi coltura, almeno
            fra quelle legali), dovrebbero confrontarsi con gli operatori del turismo per
            l’irreversibile degrado paesaggistico arrecato per chilometri. Aree che proprio con
            un abbinamento tra armonico paesaggio agricolo e  itinerari lenti (cammini e ciclovie) ed
            enogastronomici, grazie ai redditi derivanti da crescenti frequentazioni anche
            internazionali stavano resistendo all’abbandono con opportunità di lavoro
            agroturistico ai giovani locali. Sperando che nessuna coppia neocollodiana li possa
            convincere a seminar zecchini d’oro, ferendo a morte la nostra madre terra
            conficcandole in grembo lugubri paramenti funebri.

            …gli insulti al paesaggio e alla natura, oltre a rappresentare un affronto
            all’intelligenza, sono un attacco alla nostra identità… (Mattarella, Capo dello Stato,
            garante della Costituzione, e specificamente dell’art. 9)

            Fabrizio Quaranta,
            Laureato in Scienze Agrarie, si occupa di cerealicoltura.

            caiofabricius@katamail.com

          4. Rapporto ISPRA luglio 2022
            …Fotovoltaico a terra: poche le nuove istallazioni a terra fotografate dal SNPA nel 2021 (70 ettari), ma gli scenari futuri prevedono un importante aumento nei prossimi anni stimato in oltre 50 mila ettari, circa 8 VOLTE IL CONSUMO MEDIO DI SUOLO (un orrore mai visto)

            Oggi oltre 17 mila ettari sono occupati da questo tipo di impianti, in modo particolare in Puglia (6.123 ettari, circa il 35% di tutti gli impianti nazionali), in Emilia-Romagna (1.872) e nel Lazio (1.483).
            (Un ettaro sono 10 000 mq… Milioni di mq devastati, impermeabilizzati, sottratti all’agricoltura, al paesaggio per km.

            Cosa c è di più lugubre e mortifero di questa invasione di pannelli funebri

            Una requiem per l’ambiente e almeno evitate il linguaggio ipocrita di “parchi”

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