{"id":11125,"date":"2016-01-16T01:42:29","date_gmt":"2016-01-16T00:42:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=11125"},"modified":"2016-01-16T01:42:29","modified_gmt":"2016-01-16T00:42:29","slug":"dirt-the-erosion-of-civilizations-lagricoltura-come-principale-responsabile-della-distruzione-del-suolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2016\/01\/dirt-the-erosion-of-civilizations-lagricoltura-come-principale-responsabile-della-distruzione-del-suolo\/","title":{"rendered":"&#8220;Dirt. The Erosion of Civilizations&#8221;: l&#8217;agricoltura come principale responsabile della distruzione del suolo"},"content":{"rendered":"<h4><strong><em>Dirt<\/em> \u00e8 un libro talmente importante, pur nella sua monotematicit\u00e0, che \u00e8 difficile persino decidere come cominciare a presentarlo. Forse l&#8217;introduzione migliore \u00e8 data da una frase contenuta nel libro stesso:<\/strong><\/h4>\n<h3><strong><em><a href=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/dirt.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"padding-left: 20px; alignright wp-image-11126 size-medium\" src=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/dirt-200x300.jpg\" alt=\"dirt\" width=\"200\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/dirt-200x300.jpg 200w, https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/dirt.jpg 333w\" sizes=\"auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px\" \/><\/a>&#8220;Tutto il resto \u2013 la cultura, l&#8217;arte, la scienza \u2013 dipende da un&#8217;adeguata produzione agricola. Invisibili durante i periodi di benessere, questi legami diventano evidenti quando l&#8217;agricoltura inizia a vacillare.&#8221;<\/em><\/strong><\/h3>\n<p><strong>Nessuna di tutte le altre cose di cui parliamo \u2013 la cultura, la scienza, la pace, la letteratura, gli affetti, la bellezza, la libert\u00e0 &#8211; pu\u00f2 esistere se non c&#8217;\u00e8 da mangiare.<\/strong> Senza cibo non possiamo vivere, n\u00e9 migliorare come esseri umani, n\u00e9 coesistere. Sono molti gli elementi necessari affinch\u00e9 noi possiamo disporre di cibo, ma uno dei pi\u00f9 importanti in assoluto, se non forse il pi\u00f9 importante, \u00e8 <strong>la terra<\/strong>. La sua presenza, cio\u00e8 il mero fatto che esista e non sia scomparsa lasciando solo roccia nuda, e poi la sua qualit\u00e0, la sua quantit\u00e0, e quindi la sua capacit\u00e0 di sostenere la vita che ci sfama \u2013 tutto questo \u00e8 semplicemente fondamentale, eppure ce ne dimentichiamo fin troppo facilmente, soprattutto nei periodi di vacche grasse.<\/p>\n<p>Un&#8217;altra introduzione possibile pu\u00f2 partire dal titolo inglese (in italiano, per ora, non c&#8217;\u00e8): <em>Dirt. The Erosion of Civilizations<\/em>. In inglese <em>dirt<\/em> significa terriccio, ma anche sporcizia, da cui <em>dirty<\/em>, sporco, e l&#8217;espressione \u201c<em>to treat like dirt<\/em>\u201d si usa per indicare l&#8217;atto di mortificare qualcuno, di trattarlo male, come se non valesse nulla. Proprio come la stragrande maggioranza delle civilt\u00e0 umane ha sempre trattato il suolo.<\/p>\n<p>Gli esempi forniti da David R. Montgomery, geomorfologo e autore del libro, sono innumerevoli: dall&#8217;antica Mesopotamia all&#8217;America colonizzata dagli europei, dalla Cina alle Alpi, <strong>non esiste grande area geografica o civilt\u00e0 il cui suolo, prima o poi, non sia stato distrutto dalla deforestazione e dall&#8217;agricoltura<\/strong> \u2013 in alcuni casi, come in Islanda, in modo irreversibile.<\/p>\n<p>Riassumerli tutti \u00e8 impossibile, ma probabilmente l&#8217;esempio pi\u00f9 pertinente, e forse addirittura pi\u00f9 convincente, per i lettori di questo sito, \u00e8 probabilmente quello dell<strong>&#8216;Impero Romano.<\/strong><\/p>\n<p>Nel 1960, il geologo Sheldon Judson trov\u00f2 vicino a Roma una cisterna costruita nel 150 d.C. le cui fondamenta, un tempo sottoterra, erano ora esposte di circa un metro. Questo significava che, dalla fondazione di Roma, il suolo circostante era sceso di oltre tre centimetri ogni secolo, cio\u00e8 molto pi\u00f9 velocemente di quanto si formava. La terra fertile che copriva i primi campi coltivati dai romani ora giaceva sepolta in fondo ai fiumi e ai laghi, o, depositandosi lentamente, aveva finito per togliere all&#8217;antica Ostia il suo porto.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;agricoltura venne introdotta nella nostra penisola tra il 5000 e il 4000 a.C. Nei millenni successivi si estese gradualmente fino a occupare anche terre marginali e meno adatte alla coltivazione<\/strong>, cio\u00e8 soprattutto quelle pi\u00f9 ripide e quindi pi\u00f9 soggette all&#8217;erosione se spogliate della loro copertura arborea. La diffusione degli attrezzi in ferrro, cominciata attorno al 500 a.C., facilit\u00f2 la deforestazione. Nei primi anni di Roma il suolo era fertile, i poderi poco estesi, e l&#8217;abilit\u00e0 come contadino un grande vanto per un cittadino romano. Lo stile di coltivazione era quello della <em>cultura promiscua<\/em>, in cui i campi, lavorati intensivamente a mano e fertilizzati con il letame, consistevano di una stratificazione sullo stesso appezzamento di colture da fieno, olivi, uve, cereali e ortaggi. La combinazione di diverse profondit\u00e0 di radici e diverse altezze delle piante proteggeva il terreno dall&#8217;erosione e, aumentando la temperatura in loco, prolungava la stagione vegetativa.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;avvento dell&#8217;aratro trainato dai buoi permise di risparmiare ore di lavoro umano ma richiese maggiori estensioni di terra coltivata a parit\u00e0 di rendimento.<\/strong> La deforestazione e l&#8217;aratura dei pendii scatenarono un&#8217;erosione tanto massiccia da intasare i fiumi e portare alla creazione di paludi dove prima erano valli coltivate, come l&#8217;Agro Pontino.<\/p>\n<p><strong>A seguito delle guerre puniche, la fuga dei contadini dalle campagne e l&#8217;aumentata disponibilit\u00e0 di schiavi permisero all&#8217;agricoltura romana un&#8217;ulteriore evoluzione<\/strong>: in questa nuova fase una classe emergente di grandi proprietari terrieri impiegava eserciti di schiavi nella coltivazione di grandi tenute monocolturali \u2013 principalmente viti e olivi. <strong>Il loro unico obiettivo era massimizzare il profitto, e quindi i raccolti.<\/strong> Un eccesso di arature, soprattutto sui terreni pi\u00f9 pendenti, spingeva la terra a valle e la lasciava esposta all&#8217;erosione della pioggia e del vento. <strong>Lentamente, il suolo di Roma scivolava via.<\/strong><\/p>\n<p>Alcuni osservatori del tempo, come Plinio il Vecchio, accusavano i grandi possidenti, che anzich\u00e9 prendersi cura delle loro terre le abbandonavano al lavoro degli schiavi, di causare la rovina dell&#8217;impero.<\/p>\n<p><strong>Per parte loro i contadini presero ad abbandonare la terra ormai erosa e non pi\u00f9 fertile<\/strong>, che quindi rendeva impossibile con le sue basse ripagare i loro debiti. Il fenomeno dell&#8217;abbandono delle campagne divent\u00f2 cos\u00ec grave che furono passate leggi che legavano la terra a chi la coltivava, gettando forse le basi della servit\u00f9 medievale.<\/p>\n<p><strong>Lucrezio, come altri autori contemporanei, lamentava il calo della fertilit\u00e0 di Madre Terra.<\/strong> Ai tempi della nascita di Cristo, la campagna romana era gi\u00e0 cos\u00ec sterile che Tito Livio si chiedeva come avesse potuto sostenere un impero: ormai non era pi\u00f9 nemmeno in grado di sfamare i cittadini di Roma, il cui numero peraltro continuava ad aumentare.\u00a0<strong>Proprio come l&#8217;Italia di oggi, Roma fin\u00ec per dipendere dal cibo importato.<\/strong><\/p>\n<p><strong>In particolare, il grano per sfamare l&#8217;impero proveniva dal Nord Africa.<\/strong> Nel secondo secolo dopo Cristo Tertulliano, che viveva a Cartagine, scriveva: \u201c\u2026i campi coltivati hanno avuto la meglio sui boschi\u2026 Stiamo sovraffollando il mondo. Gli elementi faticano a sostenerci. I nostri desideri aumentano e le nostre richieste sono sempre di pi\u00f9, mentre la Natura non ci pu\u00f2 reggere.\u201d<\/p>\n<p>Duemila anni dopo, le colonie romane del Nord Africa e del Medio Oriente mostrano ancora nei pendii nudi e nelle citt\u00e0 abbandonate le tracce dell&#8217;erosione causata dall&#8217;Impero Romano e dai Fenici. Tunisia, Algeria, Israele, Siria, Libano\u2026 ovunque deforestazione, continue arature e un eccesso di pascolo avevano trasfomato terre fertili e coperte di foreste in deserti. Irreversibilmente. Dove non era rimasta terra, i famosi cedri del Libano non sarebbero mai pi\u00f9 potuti ricrescere.<\/p>\n<p><strong>Montgomery non sostiene che l&#8217;erosione del suolo abbia causato, da sola, il crollo o meglio il lento declino dell&#8217;Impero Romano \u2013 sicuramente, per\u00f2, vi contribu\u00ec. Soprattutto, stiamo ripetendo gli errori causati dai nostri antenati, e questa volta su scala globale. I progressi tecnologici hanno prodotto aumenti nelle rese, ma a un prezzo altissimo dal punto di vista ambientale, sociale, e del suolo, oggi pi\u00f9 eroso che mai.<\/strong><\/p>\n<h3><strong>Si stima che ogni anno vengano perdute globalmente ventiquattro miliardi di tonnellate di suolo \u2013 pi\u00f9 di tre tonnellate per essere umano. Le riserve globali di cereali sono calate negli ultimi anni: l&#8217;umanit\u00e0 intera dipende per la sopravvivenza dalla buona riuscita del prossimo raccolto.<\/strong><\/h3>\n<h3><strong>Inoltre, l&#8217;attuale forma di agricoltura, basata sulla meccanizzazione, sui combustibili fossili, sulle modifiche genetiche e sulla fertilizzazione artificiale non solo sta causando l&#8217;erosione dei suoli, senza i quali nessuna agricoltura \u00e8 possibile, non solo non \u00e8 sostenibile a lungo termine, ma non \u00e8 nemmeno riuscita a cancellare la fame a livello globale. Pi\u00f9 crescono le rese, pi\u00f9 cresce la popolazione. <\/strong><\/h3>\n<p>Se poi questa popolazione \u00e8 composta da ex contadini costretti ad abbandonare o vendere le loro terre e ad affollare le bidonville delle nuove megalopoli, allora non importa quanto cibo in pi\u00f9 verr\u00e0 prodotto: loro non potranno permettersi di comprarlo.<\/p>\n<h3><strong>La proposta di Montgomery, invece, \u00e8 questa: ridarre la terra ai contadini, coltivarla in appezzamenti piccoli e medi, pi\u00f9 efficienti di quelli grandi, e adottare tecniche di conservazione del suolo.<\/strong><\/h3>\n<h3><strong>Secondo Montgomery, non sono necessarie altre modificazioni genetiche e un&#8217;ulteriore meccanizzazione dell&#8217;agricoltura. Queste pratiche creano immense monoculture dipendenti dai combustibili fossili e da altre fonti non rinnovabili e sono difficilmente adattabili alle infinite diversit\u00e0 locali, e alla lunga rovinano il suolo. <\/strong><\/h3>\n<p><strong>Come si \u00e8 visto in innumerevoli esempi storici, i grandi proprietari terrieri o gli affittuari hanno come unico obiettivo il profitto a breve termine.<\/strong> Questo, per\u00f2, pu\u00f2 valere anche su scala pi\u00f9 piccola, se chi coltiva si pone soltanto il problema di guadagnare, e non di conservare. L&#8217;agricoltura non pu\u00f2 essere trattata come un&#8217;industria qualsiasi. <strong>Dato che la terra \u00e8 di tutti e che non \u00e8 giusto lasciare un suolo depauperato in eredit\u00e0 alle generazioni future, sono indispensabili politiche che portino alla sua tutela sul lungo termine, scoraggiando pratiche agricole dannose e incoraggiando quelle conservatrici<\/strong> &#8211; come, dove possono essere applicati, i terrazzamenti, il no-till (senza aratura), la consociazione, i cover crops (coltivazioni di copertura del terreno, come il trifoglio), il recupero dei nutrienti presenti nel letame e persino nelle deiezioni umane (pare che nella provincia cinese dello Shaoxing, i contadini del secolo scorso non vendessero il surplus di riso ma se ne riempissero le pance per poi &#8216;restituirlo&#8217; ai campi sotto forma di fertilizzante attraverso eleganti bagni pubblici).<\/p>\n<h3><strong>Sarebbe poi il caso di smetterla di cementificare terreno agricolo, ma questo, dal libro appare chiaro, \u00e8 solo l&#8217;ultimo dei problemi. Persino negli ambienti pi\u00f9 avanzati dell&#8217;ambientalismo italiano l&#8217;agricoltura viene idealizzata al punto che non ci si rende conto che essa stessa, prima ancora delle villette, dei parcheggi e dei centri commerciali, \u00e8 la principale responsabile della distruzione del nostro suolo.<\/strong><\/h3>\n<p>Leggere <em>Dirt<\/em> in un paese alpino che sta ancora facendo i conti con lo spopolamento, l&#8217;avanzata del bosco, l&#8217;abbandono dell&#8217;agricoltura tradizionale, ha rappresentato per me una sfida mentale non indifferente. Da un lato, mi spingeva a lottare contro i pregiudizi universali secondo cui la massima espressione della montagna \u00e8 il prato, il bosco un nemico, lo spopolamento una sciagura; contro le pratiche abituali, che portano a lasciare i campi nudi per lunghi periodi (fortunatamente, spesso, protetti dalla neve) e a coltivare sempre le stesse colture negli stessi appezzamenti. Dall&#8217;altro, mi aiutava a riconoscere il valore di alcune pratiche tradizionali solo parzialmente abbandonate: la fertilizzazione con il letame, la costruzione di muretti e terrazzamenti, la fienagione.<\/p>\n<p>Alcuni, pi\u00f9 anziani, mi hanno raccontato come funzionavano i bagni quando erano giovani. Sotto al bagno non c&#8217;erano le fognature, ma dei semplici raccoglitori. Quando erano pieni si svuotavano manualmente, aiutandosi con degli elmetti per la parte liquida. La parte solida andava a fertilizzare i campi. Spiazzando gli interlocutori, che volevano solo raccontare una storia estrema, io mi entusiasmavo: \u201c\u00e8 quello che voglio fare io!\u201d. <strong>Voglio ricominciare a vedere l&#8217;agricoltura come parte di un grande ciclo naturale, anzich\u00e9 come un&#8217;industria. Un ciclo che passa anche per i nostri corpi e per la terra sotto ai nostri piedi.<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>Gaia Baracetti<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dirt \u00e8 un libro talmente importante, pur nella sua monotematicit\u00e0, che \u00e8 difficile persino decidere come cominciare a presentarlo. 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