{"id":12262,"date":"2018-09-25T22:39:33","date_gmt":"2018-09-25T20:39:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=12262"},"modified":"2018-09-25T23:00:58","modified_gmt":"2018-09-25T21:00:58","slug":"lurbanistica-deve-parlare-a-tutti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2018\/09\/lurbanistica-deve-parlare-a-tutti\/","title":{"rendered":"L&#8217;Urbanistica deve parlare a tutti"},"content":{"rendered":"<p><em><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-12263\" src=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/paolo-pilieri-manson-paesaggio.jpg\" alt=\"\" width=\"480\" height=\"220\" srcset=\"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/paolo-pilieri-manson-paesaggio.jpg 480w, https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/paolo-pilieri-manson-paesaggio-300x138.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px\" \/>Commento di Paolo Pileri al libro curato da Anna Marson.<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Per alcune settimane ho avuto tra le mani il libro curato da Anna Marson, &#8220;<a href=\"https:\/\/www.laterza.it\/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=99&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858122952\"><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>La struttura del paesaggio. Una sperimentazione multidisciplinare per il Piano della Toscana<\/strong><\/span><\/a>&#8221; (Laterza, 2016). L&#8217;ho sfogliato e risfogliato. Ho letto alcuni saggi e curiosato in altri. Non \u00e8 affatto facile recensire un&#8217;opera di questa densit\u00e0 e vastit\u00e0. Come molte raccolte collettanee, inoltre, contiene linguaggi diversi e approfondimenti eterogenei che non \u00e8 possibile raccogliere sotto un&#8217;unica valutazione omologante. Proceder\u00f2 quindi per questioni e a tentoni.<\/p>\n<p>1. La prima cosa che voglio dire al lettore \u00e8 che non intendo entrare nella polemica tra Francesco Ventura e la stessa Marson che si \u00e8 aperta in questa rubrica perch\u00e9 credo che<strong> il valore di questo libro stia nell&#8217;audacia con cui la curatrice ha provato a scardinare uno sguardo alla tutela del territorio che solitamente \u00e8 oggetto di compromessi-a-prescindere e che invece qui si \u00e8 tentato di restituire a maggior dignit\u00e0<\/strong>. Un tentativo raro per cambiare il corso predestinato a cui facilmente tutti ci abituiamo per poi spendere tempo in noiose critiche. <strong>La legge urbanistica toscana del 2014 \u00e8 stata la prima a tentare di deviare davvero il corso delle cose intoccabili dall&#8217;urbanistica<\/strong>. L\u00e0 dentro si \u00e8 provato a mettere suolo, paesaggio e natura in una posizione dominante rispetto alle canoniche richieste trasformative dell&#8217;urbanistica e della politica. Di questa vicenda il libro \u00e8 testimone ma lo sono ancor pi\u00f9 quella legge e il piano paesistico che ne \u00e8 scaturito.<\/p>\n<p>2. Il libro \u00e8 il racconto di un piano e quindi, necessariamente, trattiene dentro di s\u00e9 parti &#8216;<em>dure<\/em>&#8216; che descrivono scientificamente i connotati di un paesaggio, quello toscano, che danno conto dei criteri su cui ci si \u00e8 basati per interpretarli e pianificarli, che mostrano apparati cartografici e iconografici irrinunciabili per un progetto urbanistico, e via di questo passo. Ed \u00e8 corretto cos\u00ec, perch\u00e9 <strong>il paesaggio, il territorio, il suolo non sono banalizzabili in formulette ipersemplificate<\/strong>. A loro va restituita quella densit\u00e0 che \u00e8 propria del loro status e dell&#8217;importanza degli argomenti.<\/p>\n<p>3. <strong>Nel libro il paesaggio \u00e8 considerato un bene comune, ma per davvero<\/strong>. Dico cos\u00ec perch\u00e9 oggi \u00e8 diventato di moda dire che suolo acqua paesaggio lavoro scuola etc. sono beni comuni per poi fare in modo che nulla cambi rispetto a prima.<strong> L&#8217;inflazione di un concetto si porta sempre dietro il rischio di bruciarne il significato<\/strong>. Ma qui la convinzione di chi ha scritto quel libro fa la differenza. Bellissimo quel cenno non casuale alla speranza che Anna Marson fa intitolando (e chiudendo) il suo saggio introduttivo &#8220;<em>La pianificazione del paesaggio: qualche speranza per la qualit\u00e0 della vita nel territorio<\/em>&#8220;. Effettivamente <strong>oggi dobbiamo davvero sperare che si torni a posare lo sguardo su un territorio innanzitutto per quello che \u00e8 e non solo per quello che potrebbe diventare<\/strong>. Dedichiamo troppa poca attenzione al patrimonio esistente o quando la dedichiamo lo facciamo con quel tono ingessato e un po&#8217; stucchevole che subito viene percepito come antitetico a ogni modernit\u00e0 e futuro e quindi scartato dai pi\u00f9. E sbagliamo. In questo senso l&#8217;esercizio, seppur un po&#8217; tradizionale, fatto nel piano della Toscana, come raccontano gli autori, di fissare l&#8217;attenzione su patrimoni, invarianti, morfotipologie, strutture, ambiti, personalmente lo ritengo corretto e quindi giustamente in grado di resistere, se cos\u00ec posso dire. \u00c8 questa forma di resistenza (che in qualche modo <strong>Baldeschi<\/strong> cita nel suo bellissimo saggio) che rappresenta secondo me un&#8217;ottima versione della speranza a immaginare un futuro della Toscana (e non solo) che possa durare nel tempo proprio perch\u00e9 &#8216;<em>seduta<\/em>&#8216; su alcune questioni che non siamo disposti a sciogliere nella banalit\u00e0 di nessuna retorica tecnologica o sviluppista. In questo senso il lavoro raccolto in questo libro \u00e8 un argine alla banalit\u00e0 e va bene cos\u00ec. <strong>Questo non vuol dire affatto che i suoi autori (e io con loro) rifiutano il cambiamento: tutt&#8217;altro.<\/strong> Tutti noi vogliamo un cambiamento, ma <strong>non siamo disposti che avvenga in modo casuale o sospinto dal vento del mercato o dall&#8217;interesse dell&#8217;imprenditore di turno<\/strong>. Nell&#8217;esperienza Toscana torna prepotentemente la mano pubblica, la decisione collettiva, l&#8217;interesse comune e questo non \u00e8 &#8216;<em>il male<\/em>&#8216; come qualcuno vuole far credere, ma una forma possibile del bene.<\/p>\n<h3><span style=\"color: #008000;\"><strong>Se nel passato un pezzo del &#8216;<em>pubblico<\/em>&#8216; ha fatto male, non ha brillato certo il privato e, comunque, non \u00e8 accettabile buttarlo dalla finestra ma ha senso, semmai, elaborare il lutto degli errori commessi e impostare una strada di possibile riabilitazione.<\/strong> <\/span><\/h3>\n<p>Questo libro \u00e8 proprio la storia di una riabilitazione possibile che riporta il paesaggio in cima all&#8217;agenda dei pensieri di tutti, governati e governanti. E lo fa lavorando nel cuore del paesaggio italiano, la Toscana, per dirci che nulla \u00e8 l\u00ec per caso ma <strong>tutto \u00e8 il risultato di un ecosistema di cure, saperi, storie e tradizioni che non ha pari altrove<\/strong>. In Toscana il paesaggio di alcuni luoghi \u00e8 talmente forte e indelebile da essere divenuto persino un colore: Terra di Siena bruciata. Non \u00e8 neppure un caso che, passeggiando per quelle colline, <strong>Norberg-Schulz<\/strong> abbia concettualizzato la famosa formula moderna del &#8216;<em>genius loci<\/em>&#8216;. Come possiamo, allora, tollerare e immaginare un futuro nel nostro Paese se si stravolge il paesaggio, persino annacquando i piani preposti a prendersene cura? <strong>La tutela che si sta sperimentando in Toscana (e di cui, ogni giorno, vogliamo conoscere l&#8217;efficacia) non \u00e8 una battuta di arresto per lo sviluppo, semmai un&#8217;interpretazione intelligente di un paradigma di sviluppo.<\/strong> Vorrei dunque ricordare al lettore che in questo esercizio di piano e di libro vi \u00e8 anche un forte valore simbolico al quale possono appoggiarsi molti di quanti vogliono trovare un efficace riferimento culturale, scientifico e tecnico per proporre a loro volta una pianificazione di paesaggio pi\u00f9 robusta e alternativa alle solite pratiche.<\/p>\n<p>4. <strong>Ma le rose hanno pur sempre le spine. E anche qui ve ne \u00e8 qualcuna di appuntita: il linguaggio.<\/strong> Il libro, dobbiamo ammetterlo, \u00e8 difficile. Non \u00e8 per tutti. E questa \u00e8 una dolorosa contraddizione perch\u00e9 <strong>se il paesaggio \u00e8 patrimonio collettivo e bene comune, anche il modo con cui lo racconto, ne fisso le norme e i criteri che uso per tutelarlo, devono essere alla portata di tutti<\/strong>. C&#8217;\u00e8 sempre un modo pi\u00f9 semplice per affermare un concetto complesso senza banalizzarlo, ma va ostinatamente progettato e cercato. Non me ne vogliano gli autori, ma mi pare che il libro si porti dietro un linguaggio che \u00e8 sempre stato ad usum di una circoscritta cerchia di intellettuali urbanisti che, spesso, si parlano e si capiscono tra loro <strong>senza rendersi del tutto conto che il mondo l\u00e0 fuori non li capisce del tutto<\/strong>. Questo non lo ritengo giusto. Mai l&#8217;ho ritenuto giusto. Men che meno oggi per chi fa leva proprio su concetti come bene comune, patrimonio, tutela condivisa. <strong>Se questa vuole essere la strada, anche il linguaggio deve diventare bene comune e comprensibile<\/strong>. Questo libro non \u00e8 facile. Rischia di non essere letto. Ed \u00e8 un peccato, perch\u00e9 lo sforzo fatto non arriva a rigare il futuro. Rischia, insomma, di essere messo da parte prima di essere capito. Ed \u00e8 un doppio peccato. Il codice accademico \u00e8 ruvido, esclusivo, troppo forbito. Non voglio dire che bisogna rinunciarvi completamente. Ma dico che non pu\u00f2 essere questo il solo registro da tenere specie quando si intende parlare di questi temi a un pubblico ampio. Altrimenti il rischio \u00e8, paradossalmente, l&#8217;incomunicabilit\u00e0 oltre la propria &#8216;<em>comfort zone<\/em>&#8216;.<\/p>\n<p>Personalmente sono convinto che se oggi piangiamo alcuni guasti sul territorio \u00e8 anche per aver ampiamente accettato che <strong>le parole dell&#8217;urbanistica fossero manomesse fino al punto da renderla incomprensibile ai cittadini o, peggio, da scivolare nell&#8217;ambiguit\u00e0 di termini e concetti<\/strong>. Forse per qualcuno non farsi capire \u00e8 stata una scelta deliberata. Non \u00e8 certo il caso di questo libro, ma rimane il fatto che prevedibilmente pochi lettori potranno esserne conquistati. Qui dobbiamo cambiare. <strong>La comunit\u00e0 degli urbanisti deve sciogliere i linguaggi, farsi capire e lasciarsi interrogare.<\/strong> Che non vuol dire rinunciare a usare parole precise quanto, piuttosto, fare uso solo di quelle il pi\u00f9 possibile capibili, assicurandosi che i cittadini possano lasciarsi trascinare nelle narrazioni del progetto, anche lungo nuove vie. \u00c8 sempre valido il detto secondo il quale, nessuno difende quel che non riesce a conoscere fino in fondo: figuriamoci se non lo comprende neppure!<\/p>\n<p>Se potessi abusare delle energie della collega Anna Marson e del suo gruppo di lavoro, che stimo sinceramente, chiederei loro di costruire una versione non tecnica di questo libro con cui, magari con il supporto di designer e comunicatori, riuscire a traghettare nel conoscibile comune ci\u00f2 che deve di diritto esserci. Fatelo se potete. Avremo tutti da guadagnarci.<\/p>\n<p><em>Tratto da: <\/em><a href=\"http:\/\/www.casadellacultura.it\/783\/l-urbanistica-deve-parlare-a-tutti\"><em>http:\/\/www.casadellacultura.it\/783\/l-urbanistica-deve-parlare-a-tutti<\/em><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Commento di Paolo Pileri al libro curato da Anna Marson. 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