{"id":12819,"date":"2019-03-30T22:36:16","date_gmt":"2019-03-30T21:36:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=12819"},"modified":"2019-03-30T22:36:19","modified_gmt":"2019-03-30T21:36:19","slug":"i-beni-comuni-spiegati-a-chi-ne-ha-paura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2019\/03\/i-beni-comuni-spiegati-a-chi-ne-ha-paura\/","title":{"rendered":"I beni comuni spiegati a chi ne ha paura"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"589\" height=\"188\" src=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/mondeggi-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-12820\" srcset=\"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/mondeggi-2.jpg 589w, https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/mondeggi-2-300x96.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 589px) 100vw, 589px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><strong>di Salvatore Settis.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Insieme \u2013 L\u2019idea di una propriet\u00e0 intermedia tra pubblico e privato trova nuovo sostegno perch\u00e9 implica una collettivit\u00e0 capace di gestire se stessa, una speranza nella crisi della democrazia rappresentativa<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il grande tema dei beni comuni guadagna spazio nel Paese. Raccoglie consensi, ma suscita aspre divisioni: perch\u00e9?<\/strong> L\u2019idea dei beni comuni piace perch\u00e9 implica una collettivit\u00e0 capace di gestire se stessa, e perci\u00f2 suscita speranza, a contrasto con la crisi della democrazia rappresentativa.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma come definire i beni comuni e la loro funzione? <strong>Ugo Mattei e Alberto Lucarelli <\/strong>hanno rilanciato, proponendolo all\u2019iniziativa popolare, il disegno di legge prodotto nel 2007 da una commissione presieduta da <strong>Stefano Rodot\u00e0<\/strong>; ma subito si sono levate voci critiche, in particolare di <strong>Paolo Maddalena e Stefano Fassina,<\/strong> a sua volta promotore di un disegno di legge contrapposto. Pi\u00f9 vicina a quest\u2019ultima \u00e8 una <strong>terza posizione, espressa da comunit\u00e0 che gestiscono beni comuni<\/strong> (dall\u2019Asilo Filangieri di Napoli a Mondeggi presso Firenze, a Casa Bettola di Reggio Emilia), secondo cui la proposta Mattei, \u201c<em>che era all\u2019avanguardia dieci anni fa, oggi risulta insufficient<\/em>e\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Per orientarci in questo rompicapo, cominciamo col dire che<strong> se avessimo la fortuna di avere ancora tra noi Rodot\u00e0, egli sarebbe il primo a volere l\u2019aperta discussione della proposta che firm\u00f2 undici anni fa<\/strong>. La Relazione della sua stessa Commissione consente di fare un po\u2019 di storia. Tutto parte da quando <strong>Tremonti<\/strong>, ministro dell\u2019Economia nel governo Berlusconi, var\u00f2 la <strong>Patrimonio dello Stato SpA<\/strong>, un marchingegno (fallimentare) che rendeva vendibile ogni propriet\u00e0 pubblica. In quel contesto, mentre <strong>Giuseppe Guarino<\/strong> proponeva la riduzione del debito pubblico mediante il massiccio trasferimento ai privati del patrimonio immobiliare dello Stato, Tremonti avvi\u00f2 (inizio 2002) lo studio di un Conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche, affidato a una ditta privata (<strong>Kpmg<\/strong>) e finalizzato alle dismissioni. Nel marzo 2003 <strong>Sabino Cassese, Antonio Gambaro, Ugo Mattei ed Edoardo Reviglio <\/strong>mandarono a Tremonti un Memorandum che proponeva una commissione di riforma del contesto giuridico dei beni pubblici. Prontamente approvato da Tremonti, quel progetto si ferm\u00f2 quando all\u2019Economia lo sostitu\u00ec <strong>Siniscalco <\/strong>(luglio 2005), ma venne ripreso dal <strong>governo Prodi<\/strong>, e il ministro della Giustizia <strong>Mastella <\/strong>costitu\u00ec la <strong>Commissione Rodot\u00e0 <\/strong>(luglio 2007). La sua Relazione (15.2.2008) considerava il regime di propriet\u00e0 del Codice civile (1942) ormai obsoleto dopo i forti cambiamenti tecnologici ed economici e per il ruolo assunto da nuove forme di beni (immateriali, finanziari ecc.), <strong>ma senza menzionare la pi\u00f9 importante novit\u00e0 intervenuta: la Costituzione, che collega la propriet\u00e0 ai diritti di cittadinanza e alla funzione sociale (art. 42).<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Questo il contesto in cui nacque la legge di iniziativa popolare, riproposta oggi in una situazione assai mutata. Allora come ora, infatti, il ddl prevede una <strong>delega piena al governo per la modifica del Codice civile<\/strong>: ma il governo di oggi non \u00e8 forse quello in cui una Lega straripante propugna una devoluzione regionale che sconfina nell\u2019auspicata (da loro) secessione del Nord? Per non dire di un possibile governo a guida leghista, chiaro obiettivo di Salvini con la complicit\u00e0 di Berlusconi &amp; C. Che senso ha, in questo contesto inimmaginabile nel 2008, scrivere, come fa la proposta Mattei, che \u201c<em>titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o privati<\/em>\u201d (comma 3 c)? Che senso ha, oggi, parlare di \u201c<em>gestione e valorizzazione di ogni tipo di bene pubblico<\/em>\u201d anche \u201c<em>da parte di un soggetto privato<\/em>\u201d (c. 2e)? <strong>Perch\u00e9 abolire il Demanio senza indicare chi ne prenda il posto per rappresentare \u201clo Stato\u201d<\/strong> che pure \u00e8 richiamato al c. 3c? Il riversamento dal demanio di Stato a quello di Regioni e comuni \u00e8 sempre stato l\u2019anticamera delle privatizzazioni: una totale sdemanializzazione non avrebbe effetti ancor peggiori? <strong>Una buona proposta di legge non dovrebbe contenere forti controveleni?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il tema \u00e8 troppo importante per liquidarlo solo perch\u00e9 fra chi ne parla non c\u2019\u00e8 accordo. \u00c8 necessario disaccoppiare il tema del beni comuni, centralissimo, dalle soluzioni proposte. <strong>Non irrigidirsi su questa o quella ipotesi, ma confrontare la diversit\u00e0 delle voci<\/strong>. Se vogliamo costruire una visione comune, \u00e8 necessario partire dalla Costituzione, ma anche dalla convergenza di antiche e sopravviventi tipologie di beni comuni con nuove e promettenti forme di gestione. <strong>L\u2019art. 42 Cost. riconosce due sole forme di propriet\u00e0, pubblica o privata, ma tace dei \u201cbeni comuni\u201d<\/strong>, eppure in Costituente se ne parl\u00f2. Si ricordarono allora gli <strong>usi civici <\/strong>gestiti da comunit\u00e0 di cittadini, ma si decise di non menzionare nella Carta questo \u201c<strong><em>altro modo di possedere<\/em><\/strong>\u201d, assorbendolo invece nella categoria dei beni pubblici. Affermato il continuum fra beni pubblici e beni comuni, rimasero nella Costituzione alcune tracce delle propriet\u00e0 collettive, come le \u201c<strong><em>comunit\u00e0 di lavoratori e di utenti<\/em><\/strong>\u201d dell\u2019art. 43. Inoltre, ed \u00e8 ancor pi\u00f9 importante, la Carta nel suo insieme consacra la vocazione dei beni collettivi (pubblici e\/o comuni) a farsi strumento per l\u2019esercizio dei diritti dei cittadini e della libert\u00e0 democratica.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli usi civici sopravvivono con enorme variet\u00e0 locale, dai demani del Sud alle regole del Cadore. Ne <strong>restano oggi un milione di ettari (tre milioni nel 1947): propriet\u00e0 collettive nate da forme spontanee di auto-organizzazione<\/strong> imperniata su uno spirito comunitario. Ma a questa mappa residuale, che andrebbe rilanciata e vitalizzata, si unisce ora, con visibile affinit\u00e0 di intenzione etico-politica, una trama di nuove realt\u00e0 di autogestione, a cui appartengono <strong>l\u2019Asilo di Napoli e molte altre realt\u00e0 sparse in tutta Italia (come a Pisa il Teatro Rossi)<\/strong>. Oggi dunque parliamo dell\u2019universo dei beni comuni in una situazione doppiamente nuova: <strong>da un lato la deriva della politica verso la destra leghista, dall\u2019altro la crescente consapevolezza della funzione civile delle propriet\u00e0 collettive.<\/strong> La nozione di beni comuni dev\u2019essere perci\u00f2 rivista, nel quadro della Costituzione, partendo al tempo stesso da qualcosa di antico (gli usi civici) e da qualcosa di molto nuovo (le esperienze di autogestione di questi anni).<\/p>\n\n\n\n<p>Questa la lezione di un\u2019affollatissima assemblea sul tema convocata qualche giorno fa a Venezia da Libert\u00e0 e Giustizia (Riviera del Brenta) e da numerose associazioni cittadine. E che fosse a Venezia non \u00e8 un caso: le irresponsabili minacce che pesano sulla Laguna e sulla citt\u00e0 richiedono urgenti contromisure, un\u2019acuta e consapevole attenzione al bene comune, alle propriet\u00e0 collettive, ai diritti delle generazioni future. <strong>Per parlare oggi di beni comuni si deve ripartire \u201cdal basso\u201d, dalla ricchezza e variet\u00e0 delle esperienze locali di autogestione: quelle volute da noi, i cittadini.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Tratto da: <a href=\"https:\/\/emergenzacultura.org\/2019\/03\/29\/salvatore-settis-i-beni-comuni-spiegati-a-chi-ne-ha-paura\/#more-6932\">https:\/\/emergenzacultura.org\/2019\/03\/29\/salvatore-settis-i-beni-comuni-spiegati-a-chi-ne-ha-paura\/#more-6932<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Salvatore Settis. 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