{"id":12997,"date":"2019-06-18T23:27:30","date_gmt":"2019-06-18T21:27:30","guid":{"rendered":"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=12997"},"modified":"2019-06-18T23:29:23","modified_gmt":"2019-06-18T21:29:23","slug":"memoranda-un-laboratorio-per-ricordare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2019\/06\/memoranda-un-laboratorio-per-ricordare\/","title":{"rendered":"Memoranda: un laboratorio per ricordare"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"400\" src=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Oradour.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-12998\" srcset=\"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Oradour.jpg 600w, https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/Oradour-300x200.jpg 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><figcaption>La Renault del medico di Oradour sur Glane<\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><em>di Antonella Tarpino.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Qualcuno \u00e8 mai stato nel villaggio martire francese del Limousin, <strong>Oradour sur Glane<\/strong>, distrutto dai tedeschi nel 1944: 600 abitanti uccisi, bambini e donne nella chiesa data alle fiamme, due soli sopravvissuti?<br>L\u00ec, tra le rovine del paese \u2013 conservate, per decisione dei pochi superstiti, con l\u2019avallo di De Gaulle \u2013 in forma di rovina: tra quegli edifici anneriti, quasi sempre senza tetto, in mezzo a desuete macchine da cucire che sbucano oltre vuoti portoni, ho capito il senso del ricordare oggi. <strong>La scure che ha segnato, in un prima e in un dopo, il Novecento<\/strong>. Ho percepito, nel corso di quel viaggio, parlo dei primi anni Duemila, che solo la vista dei resti di un passeggino nella chiesa sventrata mi ha davvero fatto capire che cosa sia stata la guerra. Un\u2019immagine \u201cdomestica\u201d, nota a tutti, in un contesto per\u00f2 rovesciato, perturbante. Dove la stessa quotidianit\u00e0, che noi diamo per scontata, finisce sotto assedio, e i bambini, la vita, parte di un gioco di morte. <strong>Camminando tra le macerie delle case in pietra e la ferraglia dell\u2019automobile del dottore che fa mostra di s\u00e9 all\u2019ingresso del villaggio,<\/strong> mi ero convinta che sono proprio i luoghi del quotidiano, non pi\u00f9 lo spazio pubblico che si \u00e8 ritratto, n\u00e9 i testimoni in estinzione, i mediatori del ricordo per chi non ha ricordi. Le case, o i luoghi della socialit\u00e0 nei loro significati universali, sono gli unici tramiti che ci possono connettere al tempo trascorso, in un\u2019era, la nostra, in cui ogni passato, anche quello pi\u00f9 prossimo, evapora nel giro di un istante, nel battito di un clik. A Oradour era gi\u00e0 in nuce<strong> il progetto Memoranda che sta prendendo forma in questi mesi e che si pone un problema rilevante: come ritrovare la memoria di quel Novecento che \u00e8 insieme vicino e lontanissimo<\/strong>. O meglio come ritornare  alle origini da cui \u00e8 sorto il nostro mondo, in seguito all\u2019esperienza feroce della guerra e della lotta di liberazione. Forse, mi rispondevo, ripartendo da quegli unici ordini dell\u2019esistenza comuni ai vivi di oggi e alle vittime di ieri? Le forme dell\u2019abitare, i luoghi, le case: del resto non abitano forse le immagini della memoria i recessi pi\u00f9 profondi della mente? Abitano o, secondo un\u2019espressione pi\u00f9 aulica, \u201cdimorano\u201d\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Le case, o in senso lato i luoghi domestici, dunque, pensavo, rileggendo brani del <strong>Diario di Ada Gobetti<\/strong>, sono, i contenitori ideali per far parlare ad esempio la memoria dall\u2019\u201dinterno\u201d, rivelando in primis quei grumi di forte socialit\u00e0, che diedero vita (pensavo inizialmente proprio a Torino) all\u2019antifascismo. Casa Gobetti e poi per estensione casa Bobbio, la villa in collina di Barbara Allason dove si ritrovavano gli Antonicelli e gli Agosti, bar come il Caff\u00e8 Rattazzi, redazioni come la prima Einaudi di via Arcivescovado con Leone Ginzburg e Giulio Einaudi. E poi di l\u00ec gli Agosti e i Venturi a casa Bianco a Valdieri, a casa Revelli a Cuneo, a casa Galimberti\u2026..Per poi ricollegarsi alla <strong>Valle Belbo, e ai grandi luoghi fenogliani<\/strong> del comandante Nord detto Poli, Piero Balbo col cugino Adriano\u2026.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe importante costruire una Rete \u2013 mi consultavo con amici, studiosi e parenti \u2013 Ma come? Utilizzando quale medium, tanto pi\u00f9 pensando ai \u201cfruitori\u201d i giovani, gli studenti, quelli per i quali la memoria non ha nemmeno pi\u00f9 canali di trasmissione culturale, familiare? Giusto utilizzare un linguaggio consono, predisponendo \u2013 ci siamo detti \u2013 <strong>installazioni telematiche capaci di far parlare le case, i luoghi (quando si pu\u00f2) con la voce di una pagina di diario, immagini, fotografie del tempo<\/strong>. Non certo un museo, tutto il contrario. Da quei luoghi \u201cparlanti\u201d ci\u00f2 che mi immagino dovr\u00e0 scaturire \u00e8 il senso di una scelta, per cos\u00ec dire antropologica: un confronto tra chi, i giovani di allora, cresciuti sotto un regime autoritario e illiberale, che decisero di opporvisi, e i giovani di oggi che per recuperare la memoria dell\u2019antifascismo e di quella scelta sono chiamati, ancor prima, a comprendere che cosa significasse, nella vita quotidiano, vivere in un regime autoritario. Che cosa vuol dire, per assonanze imperfette \u2013 le forme della storia non si ripetono \u2013 <strong>correre il rischio di rinunciare alla libert\u00e0 senza essere del tutto consapevoli di che cosa significhi il suo contrario.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Non un museo, dunque, o un archivio in progress, ma un \u201claboratorio\u201d esistenziale in cui riconoscersi almeno a tratti. La memoria pu\u00f2 darsi \u2013 nell\u2019et\u00e0 della post memoria, della cesura, della trasmissione impossibile \u2013 come forma di un riconoscimento che valga per le cose che devono contare, che riveli i pericoli delle trappole dell\u2019indifferenza, del conformarsi, del like\u2026. <strong>La memoria, mi piace dire, come scandalo che si rinnova, non tanto come agiografia di eroi e resistenti.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Queste sono le cose da ricordare, \u201cmemoranda\u201d sunt, per noi stessi. E memoranda sono anche tutti quei testi, libri di storia, memorie, racconti, che permettono di reintrodurre l\u2019humanitas nei luoghi della vita a <strong>costituire una mappa affettivamente attiva dell\u2019arte di ricordare<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Tratto da: <a href=\"https:\/\/volerelaluna.it\/cultura\/2019\/06\/08\/memoranda-un-laboratorio-per-ricordare\/\">https:\/\/volerelaluna.it\/cultura\/2019\/06\/08\/memoranda-un-laboratorio-per-ricordare\/<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Antonella Tarpino. 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