{"id":18195,"date":"2026-03-05T11:30:13","date_gmt":"2026-03-05T10:30:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=18195"},"modified":"2026-03-05T11:33:14","modified_gmt":"2026-03-05T10:33:14","slug":"una-riflessione-sul-conflitto-tra-rinnovabili-e-paesaggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2026\/03\/una-riflessione-sul-conflitto-tra-rinnovabili-e-paesaggio\/","title":{"rendered":"Una riflessione sul conflitto tra rinnovabili e paesaggio"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong><em>In nome della transizione energetica i paesaggi agrari vengono considerati sacrificabili. L\u2019agricoltura viene progressivamente marginalizzata e alla collettivit\u00e0 vengono sottratte capacit\u00e0 di produrre cibo e radici culturali dei territori. Con la riforma del 2022 dell\u2019art. 9 della Costituzione si \u00e8 indebolito il ruolo del paesaggio, favorendo una primariet\u00e0 dell\u2019ambiente inteso come luogo dal quale trarre le risorse. A prevalere \u00e8 una cultura che non sa pi\u00f9 riconoscere la storia, le tracce, la memoria che rendono unico un paesaggio. Luoghi identitari vengono feriti rapidamente e in modo indelebile, senza che vi sia interesse a riconoscere che un rapporto virtuoso fra transizione energetica e tutela del paesaggio \u00e8 tutt\u2019altro che impossibile da realizzare. La vera tutela dell\u2019ambiente \u00e8 quella che salva la terra e non la padroneggia n\u00e9 l\u2019assoggetta<\/em><\/strong>.<\/h2>\n\n\n\n<p>di <em>Endri Orlandin<\/em><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><em>Articolo 9 della Costituzione: ambiente versus paesaggio<\/em><\/h2>\n\n\n\n<p>Fra i dodici articoli della Costituzione, relativi ai principi fondamentali, l\u2019art. 9 afferma che <strong><em>la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione<\/em><\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il testo, entrato in vigore il primo gennaio del 1948, \u00e8 stato integrato nel 2022 con un nucleo di modifiche che potremmo definire di matrice ecologista, attraverso il riferimento alla tutela dell\u2019ambiente, della biodiversit\u00e0 e degli ecosistemi (nell\u2019interesse delle generazioni future).<\/p>\n\n\n\n<p>Una riforma accolta con quasi totale consenso ma che, oltre alle difficolt\u00e0 nel distinguere con precisione tra i concetti di ambiente, biodiversit\u00e0 ed ecosistema, cela un contrasto: la possibilit\u00e0 di <strong>mettere l\u2019ambiente in contrapposizione con il paesaggio<\/strong>, favorendo misure che proteggano il primo a scapito del secondo (ad esempio, l\u2019installazione di impianti eolici o solari in aree a elevata tutela paesaggistica). Fino a poco tempo fa, questa eventualit\u00e0 era impensabile, poich\u00e9 il paesaggio, il patrimonio e l\u2019ambiente erano considerati un tutt\u2019uno. Oggi, per\u00f2, \u00e8 importante ribadire con forza questo principio per evitare interpretazioni sbagliate della nuova normativa, che potrebbero portare a conseguenze disastrose.<\/p>\n\n\n\n<p>Tale modifica avr\u00e0 un ruolo fondamentale nel determinare una contrapposizione tra tutela del paesaggio e tutela dell\u2019ambiente, tra un <strong>approccio qualitativo<\/strong> e un <strong>approccio quantitativo<\/strong>, che nel momento attuale va nettamente a scapito della tutela paesaggistica. Perch\u00e9 \u00e8 evidente come <strong>l\u2019approccio ambientalista<\/strong> all\u2019uso del territorio, <strong>insito nell\u2019idea di transizione ecologica<\/strong>, <strong>finisca per minare gravemente l\u2019azione di tutela paesaggistica<\/strong> che si trova quasi involontariamente a costituire l\u2019ultimo, o quantomeno uno dei pochi (insieme ai comitati locali), argini al dilagare delle trasformazioni antropiche che vanno dal consumo di suolo allo sviluppo massiccio degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico in primis).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Questa integrazione dell\u2019articolo 9 porta a un palese indebolimento del ruolo del paesaggio<\/strong> favorendo una primariet\u00e0 dell\u2019ambiente inteso come luogo dal quale trarre le risorse energetiche per raggiungere la tanto agognata autonomia energetica nazionale, ponendo in secondo piano e sfumando alquanto l\u2019originario principio della tutela paesaggistica sancito dall\u2019Assemblea Costituente e dagli apparati legislativi.<\/p>\n\n\n\n<p>Riportando questa contrapposizione all\u2019interno del dualismo cartesiano, con riferimento ai due aspetti del mondo finito, potremmo argomentare che il paesaggio attiene alla \u201crealt\u00e0 pensante\u201d (il soggetto consapevole di s\u00e9) piuttosto che alla \u201crealt\u00e0 estesa\u201d (la cosa puramente spaziale, non consapevole di s\u00e9 e possibile oggetto di conoscenza da parte della realt\u00e0 pensante). Il paesaggio va quindi ricondotto alla semiologia piuttosto che all\u2019ecologia, essendo orientato per sua natura all\u2019integrazione tra identit\u00e0 dei luoghi e cultura materiale, piuttosto che alla conservazione degli ecosistemi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il paesaggio costituisce percezione, stratificazione di conoscenze e saperi, evoluzione culturale dello spazio che ci circonda e non banalmente il sostrato biotico di un territorio. <strong>Il paesaggio \u00e8 il significato che percepiamo del territorio attraverso la lettura dei suoi caratteri costitutivi<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>La concezione giuridica di paesaggio non si sviluppa solo attraverso un atto normativo formale, ma emerge dalla fusione e dall\u2019integrazione di varie tradizioni e idee metagiuridiche, possedendo radici profonde sia epistemiche che logiche, oltre che storiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla base della differenza tra paesaggio e ambiente si trova una sostanziale diversit\u00e0 di approccio: <strong>il paesaggio \u00e8 visto da una prospettiva soggettiva e qualitativa<\/strong>, tipica delle <strong>scienze umane<\/strong>, mentre <strong>l\u2019ambiente \u00e8 considerato in modo oggettivo e quantitativo<\/strong>, caratteristico delle <strong>scienze esatte<\/strong> e della <strong>tecnica<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019attenzione pressoch\u00e9 esclusiva alle questioni ambientali, introdotte all\u2019art. 9, ha costituito una chiusura ai valori complessivi della societ\u00e0, una riduzione della storia all\u2019ecologia, della cultura alla biologia, scordando che societ\u00e0 e identit\u00e0 si alimentano attraverso relazioni evolutive con la storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine del secolo scorso, la <strong>Corte Costituzionale<\/strong> ha sviluppato, dopo aver definito nei decenni precedenti l\u2019importanza del valore estetico-culturale come limite alle competenze regionali in materia urbanistica, una concezione unitaria di \u201cambiente\u201d che include anche il paesaggio. La Corte ha affermato che \u201cla tutela del bene culturale \u00e8 contemplata nel testo costituzionale insieme a quella del paesaggio e dell\u2019ambiente come espressione di un principio fondamentale unitario che riguarda il territorio in cui si svolge la vita umana\u201d (sentenza n. 85 del 1998), e che queste forme di tutela rappresentano un\u2019endiadi unitaria. In altre sentenze contemporanee, la Corte ha ampliato la definizione di paesaggio, includendo \u201cogni elemento naturale e umano che riguarda l\u2019aspetto esteriore del territorio\u201d, arrivando a sostenere che la tutela del paesaggio deve essere intesa in un senso ampio, come tutela ecologica, e coincide con la conservazione dell\u2019ambiente.<\/p>\n\n\n\n<p>La giurisprudenza costituzionale, in diverse occasioni, ha seguito una linea che considera ambiente e paesaggio come concetti interconnessi, promuovendo un approccio globale e integrato alla loro tutela. Tale approccio ha portato a una visione di sviluppo sostenibile, in cui gli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili possono essere integrati nel territorio. Tuttavia l\u2019interpretazione della tutela del paesaggio che viene adottata in questo contesto risulta distorta e incoerente, nel senso che non tiene pienamente conto di tutti gli aspetti della tutela del paesaggio, come ad esempio la salvaguardia della biodiversit\u00e0, dei caratteri costitutivi (materiali e immateriali) di un determinato territorio, o la possibilit\u00e0 di un impatto paesaggistico negativo. Ci\u00f2 evidenzia la tensione tra la necessit\u00e0 di promuovere uno sviluppo sostenibile e una corretta tutela del paesaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019inserimento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, se davvero necessari, richiede inevitabilmente una valutazione attenta degli impatti sul paesaggio, al fine di garantire un approccio equilibrato e coerente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ormai stiamo assistendo a una sistematica distruzione del paesaggio soggetto ai pesantissimi impatti generati dall\u2019estrazione massiva di valore, frutto della spinta spasmodica all\u2019uso delle risorse rinnovabili<\/strong>. Il mondo nel quale avevamo individuato i riferimenti valoriali e nel quale i nostri nonni e i nostri genitori erano cresciuti, frutto di una storia millenaria che si esprimeva anche attraverso l\u2019iconografia del paesaggio, spesso di raffinatissima civilt\u00e0, si sta progressivamente disgregando sotto gli assalti di forze non pi\u00f9 gestibili n\u00e9 controllabili dalla cultura della tutela dei beni comuni; forze ciniche e arroganti nello sfruttare le occasioni offerte dall\u2019attuale, e dalle facilmente prevedibili, future congiunture.<\/p>\n\n\n\n<p>In fin dei conti, come sosteneva Eugenio Turri nel suo <em>Semiologia del paesaggio italiano<\/em>, la variet\u00e0 e il sovraccarico di segni che oggi caratterizzano e rendono pi\u00f9 \u201cmoderno\u201d il paesaggio tendono a farlo apparire pi\u00f9 complesso; ma, nel momento in cui si instaura tale condizione, il paesaggio sembra degradare come immagine. Potr\u00e0 aumentare la sua dimensione di territorio funzionale, di geosistema antropico complesso, ma pi\u00f9 difficilmente esso entrer\u00e0 nelle immagini che si fissano nella memoria, assumendo funzione simbolica e rappresentativa di un paese o di una regione.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><em>Rinnovabili versus paesaggio<\/em><\/h2>\n\n\n\n<p>Possiamo sostenere che l\u2019incremento annuo finora sia stato di poche unit\u00e0 percentuali, ma queste piccole dimensioni in termini spaziali corrispondono a significative superfici in ettari di paesaggi trasformati e per i quali dovremo attendere un lungo lasso di tempo prima di ritornare a viverli come in origine, o forse con ogni probabilit\u00e0 temo, non li rivedremo o li riavremo mai pi\u00f9 come prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Potremmo parlare di neopaesaggi, forse, e scegliendo questa accezione metterci al riparo da eventuali critiche rispetto all\u2019approccio alla questione trasformativa del paesaggio; tuttavia, anche cos\u00ec facendo non riusciremo a cancellare facilmente le ferite infertegli.<\/p>\n\n\n\n<p>Che sia <strong>eolico, minieolico, fotovoltaico, agrivoltaico<\/strong> (in pieno campo, rialzato, trasparente, ecc.), comunque lo si voglia chiamare (magari anche \u201cpaesaggio delle energie rinnovabili\u201d per conferirgli un\u2019accezione pi\u00f9 accattivante), rimane un dato di fatto evidente: questo <strong>\u00e8 sempre paesaggio che abbiamo trasformato irreversibilmente ed \u00e8 un bene comune che con infinite difficolt\u00e0 potremo tornare a godere nella sua forma e funzione originaria<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>E anche la questione che ormai l\u2019agricoltura \u00e8 marginale nel nostro paese, e quindi \u00e8 pi\u00f9 opportuno riconvertire le coltivazioni permanenti in produzioni di energia da fonti rinnovabili, non pu\u00f2 costituire un alibi alla forza devastatrice dell\u2019eolico e del fotovoltaico.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche perch\u00e9, a causa dei valori agricoli, certe coltivazioni sono pi\u00f9 facilmente trasformabili mentre altre no (seminativi di costo inferiore, vale la pena eliminarli; vigneti di costo maggiore, rimangono) e di questo passo avremo una divaricazione sempre pi\u00f9 ampia tra paesaggi agrari di serie A e di serie B, con conseguenze drammatiche dal punto di vista paesaggistico oltre che sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma in realt\u00e0 viviamo gi\u00e0 in questa condizione: <strong>alcuni paesaggi agrari li consideriamo gi\u00e0 persi o quantomeno territori disponibili\/sacrificabili per la trasformazione<\/strong> e inesorabilmente in attesa di essa. Paesaggi fortemente frammentati, che avrebbero potenzialit\u00e0 latenti per tornare a essere integrati nel patrimonio comune ma, per imperizia pianificatoria, preferiamo assimilare al brutto che ci circonda e considerare come \u201cterreno di conquista\u201d per trasformazioni\/edificazioni, li vediamo e li consideriamo come una causa persa in partenza, alla quale non \u00e8 concessa alcuna possibilit\u00e0 di redenzione, restauro, recupero o riqualificazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto dell\u2019homo sapiens con il resto delle specie viventi (animali o vegetali esse siano) \u00e8 stato sempre di tipo predatorio, ma al giorno d\u2019oggi lo \u00e8 ancor di pi\u00f9. Perch\u00e9 le tecnologie ci permettono di depredare le risorse pi\u00f9 rapidamente, di trasformare l\u2019ambiente che ci circonda con sempre maggiore impeto, di rafforzare il nostro dominio sulle altre specie.<\/p>\n\n\n\n<p>Stiamo assistendo ormai da tempo a uno scontro tra due visioni opposte: a un estremo \u201cl\u2019ambientalismo industriale e globalista\u201d, a sostegno di imprese che, usando come pretesto dapprima il protocollo di Kyoto e successivamente l\u2019accordo di Parigi (passando per l\u2019emendamento di Doha) sulla riduzione dei gas serra e la lotta al cambiamento climatico, cercano soprattutto profitti immediati. Queste imprese vogliono costruire parchi eolici dove le condizioni climatiche sono pi\u00f9 favorevoli (valli montane, appennini, colline, mare, non importa dove) e campi di pannelli fotovoltaici nelle pianure e in collina, dove l\u2019irraggiamento \u00e8 maggiore.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019altro estremo, comunit\u00e0 che amano e difendono la bellezza dei paesaggi, dove gli abitanti vogliono riscoprire e valorizzare le proprie radici culturali legate alla terra, all\u2019agricoltura e alle tradizioni. Queste vere e proprie comunit\u00e0 di pratica di paesaggio puntano a uno sviluppo pi\u00f9 equilibrato, basato sulla filiera enogastronomica di qualit\u00e0, sull\u2019agriturismo, su nuovi modi di vivere e sulla rivitalizzazione dei borghi antichi. Ci\u00f2 significa riappropriarsi della propria storia, ripristinare e restaurare il patrimonio culturale, prendersi cura del paesaggio in maniera proattiva e coerente, dando luogo a produzioni agricole e artigianali legate al territorio, riscoprendo saperi, sapienze e tradizioni sia pratiche che orali a rischio di perdita definitiva. Per tale motivo difendono il paesaggio e si assumono una responsabilit\u00e0 collettiva nei suoi confronti, in quanto lo intendono come patrimonio identitario e conoscitivo, memoriale da trasmettere alle generazioni future.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La nostra responsabilit\u00e0 nei confronti dei luoghi \u00e8 pari al rispetto che dobbiamo all\u2019alterit\u00e0, all\u2019umanit\u00e0 e alla cultura<\/strong>. In essa risiede, infatti, la salvaguardia delle identit\u00e0, la tutela delle diversit\u00e0 e l\u2019opportunit\u00e0 di dialogo tra singolarit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Da tale contrapposizione si evince quanto sia sfuggente e contraddittorio il concetto di \u201csviluppo sostenibile\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui i valori si scontrano e va compreso quale \u201csostenibilit\u00e0\u201d si vuole davvero perseguire: se quella di uno sviluppo locale autentico, che rispetta le comunit\u00e0 e le radici culturali di quei territori, come previsto dalla Convenzione di Faro, oppure una sostenibilit\u00e0 \u201cglobale\u201d che, nel frattempo, porta a stravolgere le tradizioni culturali locali, a omologare immagine e forma dei luoghi e a lasciare su di essi cicatrici indelebili.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando il paesaggio \u00e8 segnato da opere di enormi dimensioni, la loro imponenza e la loro percezione visiva risultano quasi sempre sproporzionate rispetto a ci\u00f2 che esiste gi\u00e0 stratificato nel tempo. Spesso questi fuori scala appaiono come una brutale e violenta intrusione nell\u2019orditura naturale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un tempo, le trasformazioni del paesaggio procedevano con lentezza<\/strong>, scandite dal ritmo dell\u2019intervento umano, eseguito con pazienza e continuit\u00e0. Ci\u00f2 facilitava l\u2019integrazione dei nuovi \u201csegni\u201d, sia nell\u2019ambiente naturale sia nelle comunit\u00e0, che li assimilavano gradualmente nel proprio contesto territoriale e sociale facendoli propri. Al contrario, <strong>quando l\u2019inserimento \u00e8 veloce e impattante, l\u2019assorbimento risulta pi\u00f9 difficile, spesso straniante<\/strong> e con effetti di rigetto da parte delle comunit\u00e0, e molto spesso, per opportunismo, il problema viene posposto alle generazioni successive.<\/p>\n\n\n\n<p>La razionalit\u00e0 tecnica degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, spinta dalla ricerca di un\u2019invocata indipendenza energetica, si presenta come una logica superiore e indifferente alle peculiarit\u00e0 dei contesti locali; al pi\u00f9 cerca di superare le opposizioni attraverso risarcimenti per i danni paesaggistici. La problematica locale \u00e8 vista esclusivamente in termini economici e ambientali, senza assumere l\u2019essenziale carattere di comunit\u00e0 e di luogo dotato di identit\u00e0. \u00c8 evidente come un cambiamento di approccio progettuale alla questione presupponga un mutamento di paradigma, sia teorico-metodologico, ma soprattutto politico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019energia prodotta a danno del paesaggio genera iniquit\u00e0 <\/strong>quando le terre vengono espropriate alle comunit\u00e0 locali per generare profitti, che finiscono esclusivamente nelle mani delle imprese e di soggetti che nulla hanno a che fare con i luoghi della produzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo modo di agire dell\u2019uomo e delle imprese nello sfruttare le risorse e nell\u2019estrarne valore rappresenta un modo di <strong>assalire e svuotare progressivamente di significato il paesaggio<\/strong>; \u00e8 un modo di assumere il <strong>territorio come un semplice supporto per invocate esigenze di sviluppo<\/strong> (sostenibile?).<\/p>\n\n\n\n<p>Sembra per\u00f2 che la <strong>\u201ctransizione ecologica\u201d<\/strong> rischi di trasformarsi, come spesso accade, in un\u2019operazione di <strong><em>greenwashing<\/em><\/strong> riproponendo il vecchio slogan della \u201ccrescita e sviluppo\u201d, imponendo <strong>ulteriori sacrifici ai gi\u00e0 sfruttati paesaggi del nostro Paese<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, al di l\u00e0 del <em>greenwashing,<\/em> quello che veramente dobbiamo chiederci \u00e8 se sia ancora necessario frammentare, consumare, trasformare nuovo paesaggio. E ancor di pi\u00f9 considerare il paesaggio alla stregua di una fonte da cui estrarre valore in maniera \u201cartificiale\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia rimane una questione in sospeso ed \u00e8 quella che attiene al bilanciamento tra produzione energetica e agricola, con tutte le relative ricadute in termini di strategia economico-territoriale e gli impatti sulle ecorisorse. Tale scelta, ovviamente, determina un\u2019indispensabile riflessione sul futuro della nostra economia e del nostro assetto spaziale, ma anche sulla societ\u00e0 e sul paesaggio che vorremmo e che avremo nel prossimo futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>I segnali non sono incoraggianti: <strong>tra il 1970 e il 2020<\/strong> (data del settimo censimento generale dell\u2019agricoltura condotto dall\u2019Istat), <strong>la superficie agricola utilizzata nel nostro paese \u00e8 diminuita del 28%<\/strong> a fronte di una ben pi\u00f9 significativa <strong>contrazione del 34% della superficie agricola totale<\/strong>. Se a questo associamo il <strong>numero degli addetti<\/strong>, che nell\u2019intervallo intercensuario <strong>2010-2020 \u00e8 calato del 29%,<\/strong> e la <strong>loro et\u00e0 media<\/strong>,<strong> in costante aumento<\/strong> (54 anni), comprendiamo bene come <strong>l\u2019agricoltura si stia progressivamente marginalizzando<\/strong> nell\u2019economia nazionale e stia via via perdendo il suo indispensabile ruolo di presidio territoriale in termini di manutenzione costante e di cura del paesaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Non dimentichiamoci che il terreno agricolo utilizzato per la produzione di energia da fonti rinnovabili riduce costantemente le superfici per le colture cerealicole, oltre ad assottigliare quelle destinate a filiere altrettanto strategiche, come la zootecnia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vero errore \u00e8 lasciarsi guidare dalle speculazioni; <strong>le grandi aziende energetiche<\/strong> pagano per occupare i campi, promettendo <strong>rendite immediate ai proprietari<\/strong>, ma <strong>sottraendo inesorabilmente alla collettivit\u00e0 la capacit\u00e0 di produrre cibo<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure il numero dei giovani che dimostrano un crescente interesse verso l\u2019agricoltura, attratti da un desiderio di vita pi\u00f9 sostenibile, contatto con la natura e opportunit\u00e0 di innovazione, sono in aumento. I <em>millennial farmer<\/em> stanno imparando a integrare la conduzione agricola tradizionale con la tecnologia e a proporre attivit\u00e0 multifunzionali come la vendita diretta e l\u2019agricoltura sociale mettendosi in contatto diretto con le comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Contrapporre il paesaggio all\u2019ambiente \u00e8 un gioco a somma zero<\/strong>, in cui privilegiare l\u2019uno a scapito dell\u2019altro finisce solo per andare a detrimento della nostra qualit\u00e0 di vita. Siamo pi\u00f9 disposti a sacrificare la \u201cbellezza\u201d di quanto ci circonda a favore della produzione di energia da fonti rinnovabili, oppure preferiamo che la produzione di energia green avvenga in zone paesaggisticamente gi\u00e0 compromesse (ad esempio aree produttive dismesse e non) senza consumarne di nuove?<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco \u00e8 questa la domanda che dovremmo porci prima di ricorrere a qualsivoglia nuova decisione che richieda di impegnare nuovi spazi per la produzione di energia da fonti alternative.<\/p>\n\n\n\n<p>Il rapporto virtuoso fra transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio e gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua) e tutela del paesaggio \u00e8 senz\u2019altro complesso, ma \u00e8 tutt\u2019altro che impossibile da realizzare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>\u00c8 in atto un\u2019azione irreversibile per la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili<\/strong> (fotovoltaico\/agrivoltaico, eolico onshore e offshore) tanto da prefigurare la sostanziale <strong>sostituzione paesaggistica e culturale, la sostituzione identitaria e la sostituzione economico-sociale<\/strong> con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno previsto.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 non si prende in considerazione la produzione energetica fotovoltaica diffusa sui tetti degli edifici e si privilegiano invece i grandi impianti eolici e fotovoltaici?<\/p>\n\n\n\n<p>Come indicato dal quadro normativo di riferimento in materia di individuazione di superfici e aree idonee per l\u2019installazione di impianti a fonti rinnovabili, in tutta Italia, fra le aree idonee dovrebbero essere individuate le zone industriali dismesse e altre aree compromesse, aree abbandonate e marginali, e dovrebbero essere privilegiate e incentivate le soluzioni relative al posizionamento di pannelli fotovoltaici sui tetti di edifici pubblici, capannoni, aziende, edifici privati, ecc.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 sarebbe pi\u00f9 che sufficiente a soddisfare le necessit\u00e0 energetiche nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli impianti fotovoltaici andrebbero collocati quantomeno dove non esiste un conflitto con l\u2019uso agricolo (sui tetti di capannoni e stalle, sugli edifici pubblici e privati, sulle coperture degli impianti industriali dismessi, ecc.). Un ulteriore elemento localizzativo, finora non adeguatamente preso in considerazione, potrebbe essere costituito dalla collocazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade e superstrade).<\/p>\n\n\n\n<p>Energia che si potrebbe produrre senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali; energia producibile in modo diffuso, democratico, pi\u00f9 facilmente controllabile dalle realt\u00e0 locali interessate.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la risposta sta proprio in questo: una produzione realizzata con impianti collocati in tali contesti danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di propriet\u00e0 pubblica, che ne perderebbero facilmente il controllo a favore delle comunit\u00e0 locali.<\/p>\n\n\n\n<p>La vera questione, come spesso accade, \u00e8 di tipo epistemologico: forse la veratransizione ecologica non \u00e8 quella della cosiddetta green economy, che \u00e8 ancora troppo legata alle vecchie logiche di profitto e crescita del prodotto interno lordo, ma \u00e8 prima di tutto una questione legata al paradigma culturale di riferimento che vogliamo assumere.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta di abbracciare un nuovo modello di pensiero e di visione del mondo, di adottare uno stile di vita diverso, di <strong>recuperare il senso del limite e <\/strong>di<strong> ripensare profondamente i valori<\/strong>, abbandonando il consumo fine a s\u00e9 stesso e il falso slogan dello \u201csviluppo sostenibile\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019obiettivo dovrebbe consistere nel trovare un equilibrio stabile e duraturo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La vera transizione ecologica \u00e8 quella che porta i giovani a tornare a lavorare la terra<\/strong>, non quella che sfrutta il territorio per installare pannelli solari e alimentare il business della filiera della mobilit\u00e0 elettrica.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, questa nuova visione sembra essere completamente fuori portata rispetto all\u2019attuale modo di pensare della politica comune.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche se alcune associazioni ambientaliste sono disposte a sacrificare il territorio in funzione di uno sviluppo sostenibile, fondato sullo sfruttamento delle fonti rinnovabili, non \u00e8 detto che questa sia la via da percorrere perch\u00e9, giunti a un certo punto e guardando indietro, sicuramente ci accorgeremo che abbiamo finito per devastare il nostro paesaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Come osservava Rosario Assunto, nel suo <em>Il paesaggio e l\u2019estetica<\/em>, dalla salvaguardia dei paesaggi (e non dall\u2019adozione di un modello di approccio scientistico-quantitativo) discende la tutela e il ripristino della natura. La vera tutela \u00e8 quella che salva la terra e non la padroneggia n\u00e9 l\u2019assoggetta. Gli ecologisti, al contrario, sovente argomentano restando sullo stesso terreno dei produttivisti, ai quali oppongono unicamente una difesa di risorse materiali. Essi si battono in nome dello stesso benessere materiale fine a s\u00e9 stesso, in nome del quale la cultura tecnologica e industrializzante aveva mosso guerra alla natura.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma forse non occorre volgere lo sguardo al futuro, in quanto stiamo gi\u00e0 vivendo questa situazione nel presente: basta guardare dall\u2019alto alcune delle nostre pianure o certe zone collinari, in <strong>cui i campi fotovoltaici hanno gi\u00e0 significativamente compromesso l\u2019assetto agronomico e pesantemente trasformato la forma e l\u2019immagine dei paesaggi<\/strong>. Oppure osservare cosa si sia gi\u00e0 realizzato nei territori alpini e appenninici, in termini di <strong>impianti eolici che hanno irrimediabilmente stravolto la struttura e la percezione di questi luoghi, infliggendo ferite mortali non solo al paesaggio ma anche all\u2019ecosistema<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Se questo \u00e8 il segno del nostro passaggio terreno che vogliamo lasciare sui paesaggi e il lascito culturale, in termini di immagine e assetto strutturale, che tramanderemo del nostro Paese alle generazioni future, stiamo commettendo errori gravi, imperdonabili e irreparabili.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 l\u2019iconografia presente e futura del nostro Paese, vale a dire il complesso dei motivi e dei criteri che distinguono e rendono percepibile la sua immagine dal punto di vista culturale, non pu\u00f2 essere lasciata al paesaggio della produzione di energia da fonti rinnovabili; neppure se inventassimo la tecnologia pi\u00f9 raffinata e meno impattante dal punto di vista paesaggistico. Mi rifiuto di credere che, dopo millenni di storia e cultura della cura della forma del nostro territorio, ci possiamo arrendere e sacrificare tutto ci\u00f2 in funzione di un\u2019illusoria autosufficienza energetica.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Determinare l\u2019inserimento di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili<\/strong>, siano essi di piccole o grandi dimensioni, <strong>rappresenta un grave errore di visione e pianificazione<\/strong>, oltre che una mancata comprensione di quel che una societ\u00e0 responsabile dovrebbe fare per rallentare il riscaldamento del nostro pianeta. Dimostra anche <strong>la profonda incapacit\u00e0 di comprendere il valore simbolico e affettivo che il paesaggio ha per una comunit\u00e0<\/strong>, un valore che non pu\u00f2 essere sacrificato sull\u2019altare dell\u2019indipendenza energetica.<\/p>\n\n\n\n<p>Non possiamo nemmeno pensare che interventi di mitigazione o integrazione paesaggistica oppure di <em>camouflage<\/em> di simili impianti possano minimamente attutire il loro impatto sul paesaggio; e ancora meno possiamo immaginare una loro sedimentazione sul territorio come segno dell\u2019evoluzione antropica e risignificazione percettiva. Perch\u00e9 l\u2019inautenticit\u00e0 dei nuovi elementi, veri e propri \u201ccorpi estranei\u201d introdotti artificialmente, malamente assimilati e sempre mal sposati con quelli locali (nati da profonda e assoluta coerenza con il contesto paesaggistico), pu\u00f2 facilmente determinare effetti di rigetto da parte dell\u2019organismo ricevente, originando effetti di estraneazione o rifiuto da parte delle comunit\u00e0 locali, che possono portare, nei casi pi\u00f9 estremi, a percepire il paesaggio come privo di significato strutturale, funzionale, estetico ed emotivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 in fin dei conti <strong>il paesaggio non \u00e8 un allestimento scenografico, bens\u00ec<\/strong> <strong>un organismo vivente che rispecchia la cultura di chi lo abita<\/strong>. Quando questa cultura smarrisce il linguaggio del luogo, quando non sa pi\u00f9 riconoscere la storia, le tracce, la memoria che rendono unico un paesaggio, allora esso smette di parlare a chi ci vive.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>I beni comuni, come il paesaggio, sono beni fragili che vanno tutelati e protetti attivamente<\/strong>. Non si pu\u00f2 distruggere il paesaggio per salvare l\u2019ambiente. Le soluzioni che vanno elaborate devono essere fondate sul consenso per intersezione, su quei valori pi\u00f9 profondi che uniscono e determinano una comunit\u00e0 di paesaggio. <strong>Non si possono tollerare scorciatoie utilitaristiche che sacrifichino gli interessi di una collettivit\u00e0 a vantaggio del tornaconto di un\u2019esigua minoranza<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima di utilizzare nuove fonti di energia c\u2019\u00e8 sempre la possibilit\u00e0 di usare meglio, o di risparmiare, l\u2019energia prodotta dalle fonti tradizionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Rinunciare alla tutela del paesaggio per conseguire l\u2019obiettivo della decarbonizzazione \u00e8 una contraddizione, in quanto la decarbonizzazione \u00e8 un mezzo per preservare paesaggio (e biodiversit\u00e0), non un fine in s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Chi interviene nel paesaggio pensando di conoscerne la semantica oppure credendo di modernizzarlo diviene un distruttore consapevole di questo bene e sta cancellando coscientemente ci\u00f2 che lo rende unico<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In nome della transizione energetica i paesaggi agrari vengono considerati sacrificabili. 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