{"id":18800,"date":"2026-09-13T06:00:00","date_gmt":"2026-09-13T04:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=18800"},"modified":"2026-09-11T22:49:44","modified_gmt":"2026-09-11T20:49:44","slug":"la-citta-non-e-una-merce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2026\/09\/la-citta-non-e-una-merce\/","title":{"rendered":"La citt\u00e0 non \u00e8 una merce"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong><em>La rigenerazione urbana non pu\u00f2 ridursi a un\u2019etichetta applicata a qualsiasi operazione edilizia. Rigenerare significa produrre un cambiamento sociale intenzionale, restituire vitalit\u00e0 ai luoghi e rafforzare il diritto delle persone alla casa, agli spazi pubblici e ai servizi. Di fronte all\u2019avanzata della citt\u00e0-mercato, la vera sfida \u00e8 riportare le comunit\u00e0 e l\u2019interesse collettivo al centro delle trasformazioni urbane.<\/em><\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>di<em> Gabriele Bollini<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Oggi \u00e8 tutto un \u201cfare rigenerazione urbana\u201d:<\/strong> dalle grandi citt\u00e0 ai piccoli centri, ogni intervento urbanistico o immobiliare oggi \u00e8 definito come un intervento di rigenerazione. [1]<\/p>\n\n\n\n<p>Posto che ri-generare vuol dire <em>generare di nuovo<\/em>, dare nuova vita. Rigenerazione urbana richiama l\u2019idea di ri-portare in vita un pezzo della citt\u00e0 (assumendo che prima fosse morto o moribondo; il che peraltro \u00e8 spesso tutt\u2019altro che dimostrato). Quindi, la rigenerazione dovrebbe essere un esito, un obiettivo e, in quanto tale, incerto nel suo raggiungimento. <strong>Quello che dovrebbe caratterizzare un intervento come \u201cdi rigenerazione\u201d dovrebbe essere <\/strong>quindi<strong> il processo che lo contraddistingue e lo rende diverso da un intervento \u201cnormale\u201d di ristrutturazione<\/strong>; nel senso che viene progettato, gestito e valutato per il raggiungimento di <em>outcome<\/em> e <em>impact<\/em> \u201cintenzionali\u201d, cio\u00e8 condivisi e decisi ex-ante tramite un\u2019analisi approfondita di interessi e bisogni collettivi della comunit\u00e0 e degli altri stakeholders che abitano, vivono, agiscono nei luoghi interessati.<\/p>\n\n\n\n<p>Di sicuro, non \u00e8 certo una caratteristica che si pu\u00f2 dare <em>a priori<\/em>. Ma oggi \u00e8 l\u2019operatore immobiliare che decide se un intervento \u00e8 rigenerante: pu\u00f2 auspicarlo, non pu\u00f2 garantirlo, per\u00f2. \u00c8 l\u2019amministrazione comunale invece che, teoricamente, dovrebbe averne maggior consapevolezza e controllo. Soprattutto la rigenerazione ha a che fare con entit\u00e0 vive, cio\u00e8 le persone, le comunit\u00e0 che abitano (o abiteranno) uno spazio; non solo, quindi, gli edifici.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La rigenerazione dovrebbe lavorare soprattutto sui contenuti e non solo sui contenitori.<\/strong> Il cambiamento del modo di fruire gli spazi urbani (pubblici o privati che siano) e del loro livello di accessibilit\u00e0, passa dalla presa in carico sia della dimensione hardware (quella architettonico-urbanistica) sia di quella software (quella sociale e culturale).<\/p>\n\n\n\n<p>Se da un lato all\u2019interno dell\u2019hardware non possono solo essere considerati gli \u201cedifici\u201d ma anche i luoghi del quotidiano (strade, verde urbano, piazze, corsi d\u2019acqua, ecc\u2026 la citt\u00e0 pubblica), dall\u2019altro lato il software fa riferimento alle iniziative di coinvolgimento delle parti interessate, di attivazione sociale e culturale, di comunicazione delle attivit\u00e0 e dei loro risultati, di sensibilizzazione sui temi di interesse collettivo, di mediazione fra i differenti interessi particolari a favore dell\u2019interesse collettivo o pubblico: di partecipazione della popolazione, in sostanza.<\/p>\n\n\n\n<p>La rigenerazione, quindi, \u00e8 <strong>un processo dagli esiti non completamente prevedibili<\/strong>. I cambiamenti attesi vanno circostanziati: Quale rigenerazione si punta a realizzare? Per chi? Come? Quando? Ecco quindi che l\u2019esplicitazione di una teoria del cambiamento sollecita il riconoscimento dei <em>trade off<\/em> (scambi) e smaschera la retorica delle operazioni in cui tutti vincono.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Non c\u2019\u00e8 un\u2019unica strada per governare le trasformazioni urbane<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>La capacit\u00e0 del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, \u00e8 stato forse il principale fattore di cambiamento della politica delle citt\u00e0 degli ultimi decenni. Il capitale finanziario-immobiliare implica rapidit\u00e0, tempestivit\u00e0, capacit\u00e0 di adattamento; e pi\u00f9 questo si fa tendenzialmente transnazionale e pi\u00f9, naturalmente, \u00e8 definito dalla sua mobilit\u00e0, o ancora pi\u00f9 precisamente, dalla propaganda della sua mobilit\u00e0 e dalla conseguente minaccia di andare altrove.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fronte a questa situazione (di fatto da sempre), sebbene in un quadro assai costretto e con capacit\u00e0 d\u2019azione assai limitata,<strong> chi \u201ccontrolla\u201d le amministrazioni locali (chi governa) pu\u00f2 percorrere per\u00f2 strade divers<\/strong>e.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La prima<\/strong> \u00e8 quella di lasciare che la logica di tale capitale sia fattore egemonico di governo sgombrando il campo da quasi qualsiasi mediazione, se non quelle rimovibili solo a condizione di un deciso e risolutivo cambiamento dell\u2019ordine politico (\u00e8 il motivo per cui le petro-monarchie costituiscono il contesto ideale per il grande capitale finanziario immobiliare).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La seconda,<\/strong> al contrario, \u00e8 mobilitare le istituzioni locali per fare l\u2019opposto di quanto la mobilit\u00e0 del capitale richiederebbe, ovvero rallentare, selezionare e diversificare. Che significa, essenzialmente, condizionarne e quindi <strong>contenderne, l\u2019egemonia<\/strong>: promuovendo discussioni pubbliche al fine di imporre criteri di selezione degli investimenti privati; istituendo <strong>contro-poteri istituzionali<\/strong> che possano contrastarne il monopolio dei processi di trasformazione urbana; imponendo forme di forte prelievo pubblico sul valore generato dalle trasformazioni urbanistiche per impiegarlo in investimenti che vadano in direzioni opposte a quelle che la sua logica di accumulazione inevitabilmente preferisce.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La terza e ultima strada<\/strong> consiste nell\u2019impedire loro l\u2019accesso, preservando il monopolio di attori immobiliari di vecchio tipo (quelli che potremmo definire palazzinari, relativamente localizzati e non molto finanziarizzati), o percorrendo strade molto radicali, quali quelle del congelamento di qualsiasi attivit\u00e0 edilizia. Questa terza strada pu\u00f2 rivelarsi problematica, perch\u00e9 in quanto meramente difensiva pu\u00f2 avere effetti distributivi paradossali: avere un sistema immobiliare dominato da palazzinari tradizionali, come \u00e8 il caso di tante citt\u00e0 italiane, non \u00e8 garanzia di maggiore equit\u00e0 distributiva; e le politiche di decrescita attraverso il congelamento dell\u2019attivit\u00e0 edilizia si sono spesso rivelate funzionali alle strategie di preservazione del valore immobiliare e dell\u2019esclusivit\u00e0 sociale di citt\u00e0 e territori.<\/p>\n\n\n\n<p>Per questa ragione, storicamente, quando le forze progressiste hanno ottenuto il controllo di amministrazioni locali (il governo della citt\u00e0), hanno solitamente battuto la seconda strada, diversificando il campo degli attori immobiliari in direzione del rafforzamento di attori pubblici e cooperativi, e contrastando i comportamenti speculativi sul mercato attraverso nuove regolazioni. E, attraverso tutto questo, rendendo visibili all\u2019opinione urbana i processi dell\u2019economia immobiliare e quindi i processi di pianificazione, al fine di renderli contendibili. Come si vede, sono queste, strategie eminentemente politiche in quanto \u201cistituenti\u201d, nel senso che intendono modificare il campo degli attori e trasformare gli istituti e le logiche attraverso le quali si realizzano le trasformazioni urbane. Sono quindi strategie che affermano anche un determinato modello di governo, contestualmente a un diverso modello di accumulazione.<\/p>\n\n\n\n<p>In altri tempi, questo tipo di strategia sarebbe stata definita riformista, ma oggi sarebbe definita (specie in Italia) con pseudo-concetti quali ideologica o massimalista, circostanza che d\u00e0 la misura di come si sia ristretto il campo delle opzioni politiche percepite come politicamente accettabili. Mentre, a essere definito riformista, \u00e8 bizzarramente la scelta della passivit\u00e0 politica di fronte al dispiegarsi delle logiche del capitale, piccolo, medio e grande che sia.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>\u00c8 oramai evidente la crisi della citt\u00e0 pubblica<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p><strong>\u00c8 all\u2019inizio degli anni Settanta che l\u2019equilibrio si incrin<\/strong><strong>a<\/strong>. Le <strong>citt\u00e0 crescono, ma crescono anche le disuguaglianze<\/strong>. Il welfare entra in crisi sotto pressioni diverse: economiche, demografiche, culturali. <strong>Le ideologie neoliberali ridisegnano il ruolo dello Stato, riducendolo a regolatore del mercato. La citt\u00e0 comincia a diventare merce, e non pi\u00fa diritto<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La citt\u00e0 pubblica lascia progressivamente spazio alla citt\u00e0 mercato<\/strong>. Il cittadino si trasforma via via in consumatore, lo spazio pubblico comincia a diventare una vetrina. Inizia la stagione delle privatizzazioni, della svendita del patrimonio pubblico, della sfiducia nelle istituzioni. La citt\u00e0 perde la sua tensione morale: non educa pi\u00f9, non accoglie, non redistribuisce. Diventa la citt\u00e0 di chi ha pi\u00fa soldi, competitiva, scintillante, ma diseguale.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Le citt\u00e0 si trasformano secondo logiche di competizione globale: attrarre capitali, turisti, eventi.<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Nasce il marketing urbano, i grandi progetti privati, i partenariati pubblico-privato. Gli spazi pubblici si fanno ibridi: vere e proprie cittadelle commerciali, le piazze privatizzate. Tutto ci\u00f2 con grande sollievo da parte delle pubbliche amministrazioni, in perenne affanno finanziario, affrancate con gioia dagli oneri relativi alla gestione del decoro e della sicurezza.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Che qualcosa sia cambiato nello spazio urbano non \u00e8 difficile osservarlo.<\/strong> Il pubblico non scompare del tutto, certo, ma si impoverisce: perde autorevolezza, risorse, fiducia. Le idee che muovono la citt\u00e0 contemporanea oggi nascono da una logica di rendita e competizione. La citt\u00e0 si \u00e8 sostanzialmente trasformata in una macchina per attrarre capitali, la casa in un prodotto finanziario. Il linguaggio cambia di conseguenza: \u201cvalorizzare\u201d, \u201crigenerare\u201d, \u201crendere attrattivo\u201d. Parole che suonano seduttive, ma che disvelano un\u2019idea pericolosa, quella che misura il valore solo in termini di profitto.<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro questa trasformazione si consuma anche una crisi di fiducia nel pubblico. Lo Stato, i Comuni, le istituzioni che un tempo garantivano diritti e servizi oggi appaiono svuotati, deboli, spesso complici delle logiche di mercato. Si \u00e8 dissolto quel legame invisibile che faceva sentire quell\u2019edificio \u00abla nostra scuola\u00bb, quel parchetto \u00abdi tutti\u00bb. E con esso si \u00e8 affermata un\u2019altra cultura urbana: quella del rifugio privato, della sicurezza individuale, del quartiere chiuso. La citt\u00e0 finisce cos\u00ed per perdere la sua dimensione educativa e democratica per diventare una somma di recinti, chiusi.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli ultimi trent\u2019anni, la svendita del patrimonio pubblico (case popolari, scali ferroviari, edifici comunali, ex caserme, giardini) \u00e8 diventata una pratica ordinaria, salutata come necessaria per dare ossigeno alle casse locali. Questi beni, costruiti con la fiscalit\u00e0 di generazioni, vengono trattati come peso economico invece che capitale civico. Stiamo di fatto svendendo il patrimonio dei nostri padri e delle nostre madri.<\/p>\n\n\n\n<p>Dimentichiamo troppo spesso un dettaglio della nostra storia. Che stiamo vivendo ancora di rendita, godendo, oggi, della generosit\u00e0 delle generazioni che ci hanno preceduto: parchi e giardini storici, scuole, ospedali. Non ce ne accorgiamo, perch\u00e9 li diamo per scontati, come succede a molti beni di famiglia: li abbiamo trovati l\u00ec, non ne ricordiamo la genesi n\u00e9 la storia, e che sono il frutto delle lotte delle nostre madri e dei nostri padri; che fanno parte del nostro paesaggio quotidiano.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho imparato dalla storia degli spazi pubblici di questi due secoli che \u00e8 la forza delle idee, l\u2019intreccio tra i saperi, la convergenza di energie e la spinta del desiderio umano ad aver generato quella forma spaziale, quei quartieri e quei progetti capaci di trasformare lo spazio urbano.<\/p>\n\n\n\n<p>In conclusione, si sta gi\u00e0 chiudendo la parabola positiva che ci ha portati dalla citt\u00e0 del potere alla citt\u00e0 del welfare? <strong>Ci dirigiamo inesorabilmente verso la citt\u00e0 mercato?<\/strong> Assistiamo davvero alla fine della citt\u00e0 di tutti? <strong>O ci sono tracce di reinvenzione e resistenza in forme nuove, che si insinuano tra le crepe della citt\u00e0 contemporanea?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Forse qualcosa si muove<\/strong>, dopo cinque lustri di fascinazione per il profitto e la rendita. I segnali di stanchezza diffusa e di voglia di azione emergono. E il SFA (Social forum dell\u2019abitare) \u00e8 l\u2019unica realt\u00e0 rete di soggetti e realt\u00e0 locali, che si occupa di affermare un potere di abitare, di affermare il nostro diritto alla casa, alla citt\u00e0, agli spazi pubblici e ai servizi.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><strong>[1]<\/strong> Ho tratto ispirazione da \u201cLa valutazione d\u2019impatto delle operazioni di rigenerazione urbana\u201d, Discussion paper, Social Value Italia, 2025, dall\u2019articolo di Alessandro Coppola \u201cIl modello Milano, oltre le inchieste\u201d su Jacobin Italia, 28 luglio 2025, dagli scritti di Bertram Niessen, dal libro \u201cLa citt\u00e0 \u00e8 di tutti\u201d di Elena Granata.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Gabriele Bollini<\/em> &#8211; 09.09.2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La rigenerazione urbana non pu\u00f2 ridursi a un\u2019etichetta applicata a qualsiasi operazione edilizia. 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