{"id":9754,"date":"2014-06-01T20:18:25","date_gmt":"2014-06-01T18:18:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/?p=9754"},"modified":"2014-06-01T23:25:44","modified_gmt":"2014-06-01T21:25:44","slug":"recinti-urbani-roma-e-i-luoghi-dellabitare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/2014\/06\/recinti-urbani-roma-e-i-luoghi-dellabitare\/","title":{"rendered":"Recinti urbani: Roma e i luoghi dell\u2019abitare"},"content":{"rendered":"<p>\u00ab<em><strong>Recinti urbani. Roma e i luoghi dell\u2019abitare<\/strong><\/em>\u00bb, \u00e8 il titolo del libro di Carlo Cellamare, Roberto De Angelis, Massimo Ilardi ed Enzo Scandurra edito da manifestolibri.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-9774\" style=\"margin-right: 15px;\" alt=\"$_35\" src=\"http:\/\/www.salviamoilpaesaggio.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/35.jpg\" width=\"203\" height=\"300\" \/><\/p>\n<h3><strong>Due urbanisti, un antropologo e un sociologo descrivono le loro decennali ricerche sulle periferie romane attingendo non solo alle esperienze disciplinari ma anche ai ricordi del loro vissuto. Ne viene fuori il racconto di un lungo viaggio che attraversa Roma dalla Serpentara al Mandrione, dalla Borgata Finocchio all\u2019Idroscalo.<\/strong><\/h3>\n<p>Parafrasando, anzi citando letteralmente alcune righe che anticipano i contenuti di un libro di qualche anno fa a cura di vari autori [1], potremmo dire che questo, primo di una collana che ha per tema il territorio, nasce da un sentimento semplice: <strong>dal vuoto che lascia il troppo pieno<\/strong>. Perch\u00e9 di territorio si parla dovunque e ne parlano tutti. Se ne parla nei bar e nelle piazze, dove si incontrano le persone, se ne straparla quando avviene una catastrofe \u201cnaturale\u201d come in questi giorni in Sardegna.<\/p>\n<p>Ne parlano gli storici, gli ambientalisti sempre con riferimento alle sue non innocenti trasformazioni, ne parlano gli etologi, gli economisti, i sociologi, gli antropologi e di esso ne parlano con frequenza quotidiana i giornali, le televisioni e cos\u00ec via.<\/p>\n<h3><strong><span style=\"color: #008000;\">Questo continuo citare questa parola \u2013 territorio \u2013 da parte di tutti e dovunque fa perdere ad essa il suo significato, diventa un modo convenzionale di indicare qualcosa che apparentemente tutti presumono di conoscere ma che \u00e8 invece assai difficile definire. Un po\u2019 come la parola \u201ctempo\u201d della quale Sant\u2019Agostino soleva dire: io so cos\u2019\u00e8 il tempo ma se qualcuno mi chiede di spiegare questa parola ho qualche difficolt\u00e0 a farlo.<\/span><\/strong><\/h3>\n<p>Ebbene gli autori di questo libro hanno tentato di tracciare un percorso per tutti quelli che scriveranno su questa collana. Non tanto cercando di dare una definizione univoca di territorio \u2013 cosa che avrebbe comportato un\u2019adesione dogmatica a un pensiero ancora una volta unico, e dio ce ne guardi bene dal farlo \u2013 ma pescando nel profondo autentico del proprio vissuto professionale o, anche, della propria vita. <strong>Certamente chi legge non trover\u00e0 risposta alla semplice domanda: cos\u2019\u00e8 territorio?<\/strong> Anzi non trover\u00e0 senz\u2019altro alcuna risposta tanto pi\u00f9 nei termini della disciplina da lui frequentata e coltivata. In un certo senso pi\u00f9 che dare risposte abbiamo invece, quasi al contrario, complessificato il tema affrontato.<\/p>\n<p>Piuttosto che limitarci ad aggiungere il tema della sua salvaguardia e tutela al coro delle tante voci, piuttosto che aggiungere la nostra disperazione a quella dei tanti che ne constatano il degrado progressivo e piuttosto ancora di insabbiarci su una disquisizione tassonomica, abbiamo scelto la strada di raccontare dove e come abbiamo incontrato, nel nostro percorso, questa parola e come abbiamo finito con l\u2019interessarsi ad essa.<\/p>\n<p>Per<strong> comprendere quanto il territorio sia fondamentale nello sviluppo delle comunit\u00e0<\/strong> e perfino degli stessi singoli individui, citiamo brevemente due episodi tratti dai libri di Ernesto De Martino [2]. Il primo riguarda gli usi attraverso i quali gli <strong>aborigeni Achilpa<\/strong> esprimevano il loro rapporto con esso [3]. Popolazione nomade, ogni volta che gli Achilpa si fermavano in un luogo piantavano un palo (il Kiwawa) per segnare simbolicamente il centro del mondo, marcando le loro coordinate, plasmando lo spazio. Il secondo racconto \u00e8 quello del <strong>pastore calabrese e il campanile di Marcellinara<\/strong> [4].<\/p>\n<p>Racconta De Martino che un giorno, in un paese della Basilicata, offr\u00ec un passaggio in auto a un vecchio pastore calabrese che si stava recando fuori dal paese. Il famoso antropologo not\u00f2 ad un certo punto che questo pastore, man mano che l\u2019auto si allontanava dal paese, volgeva la testa all\u2019indietro con inquietudine crescente. Ad essa De Martino diede il nome di \u201c<em><strong>angoscia territoriale<\/strong><\/em>\u201d perch\u00e9 qualche tempo dopo scopr\u00ec che l\u2019ansia crescente provocata dal viaggio in auto era dovuta alla sparizione dalla sua vista del campanile di Marcellinara, che, da sempre, per il contadino era stato il punto di riferimento di ogni suo spostamento a piedi. Anche oggi, seppure ad una scala diversa e con modalit\u00e0 diverse, si usano termini come de-territorializzazione o sradicamento per indicare quella stessa sensazione di trovarsi fuori dal proprio territorio in una regione aperta senza pi\u00f9 riferimenti.<\/p>\n<p>Coglieva De Martino, in quella sua riflessione di studioso di antropologia, senza alcuna concessione alla retorica, un sentimento profondamente radicato nella psiche di ogni persona: quella di <strong>appartenere a qualcosa, di avere un legame con un luogo, una radice che costituisce un riferimento simbolico ineliminabile<\/strong>. Anche nel caso degli Achilpa, la perdita del palo o la sua rottura provoca la sensazione di spaesamento, produce il sentimento del non sentirsi a casa propria. \u201cL\u2019angoscia\u201d, dunque, \u201c<em>apre il rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile e quindi di non esserci affatto, di perdersi nella \u201cisolata\u201d intimit\u00e0 privata e incomunicabile, di spaesarsi rispetto ad ogni possibile \u201cpaese<\/em>\u201d. Questa storia ci \u00e8 stata raccontata in tanti modi dalla letteratura, dalla poesia, dalla narrativa.<\/p>\n<h3><strong><span style=\"color: #008000;\">Il territorio \u00e8 sempre raccontato. Ad ogni racconto fatto da una generazione di uomini si aggiunge quello della generazione successiva cos\u00ec che esso \u2013 il territorio \u2013 entra a far parte delle storie di vita, storie di conflitti spietati, di lotte ancora pi\u00f9 cruente, di legami, di memorie, di amori, oppure di regioni scomparse per effetto dei violenti cambiamenti dell\u2019economia o per l\u2019avidit\u00e0 dei vincitori. Il metodo scientifico moderno ci dice come cercare di conoscere e di rappresentare il territorio nella sua apparizione pi\u00f9 reale possibile.<\/span><\/strong><\/h3>\n<p>Questo metodo \u00e8 ampiamente diffuso nel mondo accademico ma spesso ha il difetto di lasciarci indifferenti in quanto contiene una buona dose di autoreferenzialit\u00e0 e riduce la complessit\u00e0 di questo termine a una piatta razionalit\u00e0 portatrice dell\u2019unica verit\u00e0. Non che tale metodo non abbia la sua efficacia nel campo della ricerca consentendo anche passi avanti nel campo della conoscenza. Il problema \u00e8 che esso rimuove i legami che ciascuno di noi ha col proprio territorio (quale che sia o quali che siano). In tal senso la spesso abusata frase:<strong> la mappa non \u00e8 il territorio<\/strong>, sta a significare che ciascuno di noi produce una propria rappresentazione, un proprio schema interpretativo che si aggiunge (confrontandosi e scontrandosi) a quelli prodotti da altri uomini, cos\u00ec che non \u00e8 data una rappresentazione univoca dello stesso territorio.<\/p>\n<p>Il problema della sua definizione, della definizione della parola territorio, pu\u00f2 essere aggirato se partiamo dal presupposto che esso \u00e8 <strong>il luogo in cui si co-abita, intesa questa come forma dello stare insieme tra esseri viventi e tra questi e la natura<\/strong>. Ne consegue, come afferma il geografo Dematteis, la responsabilit\u00e0 dell\u2019essere-in-comune che \u00e8 al tempo stesso ecologico, culturale, sociale, economico, politico. Questa coabitazione non \u00e8 quasi mai pacifica, cos\u00ec che il territorio finisce per essere un luogo di conflitti permanenti conseguenti al non riconoscimento dell\u2019altro o al non riconoscimento del non umano, o del non vivente. Conflitti conseguenti, ancora, ai diversi valori di cui sono portatori gruppi diversi presenti su di esso, e cos\u00ec via. In ogni caso non esiste un territorio fuori dalla storia degli uomini che lo abitano o che lo raccontano. <strong>In tal senso il territorio \u00e8 sempre una costruzione culturale fatta anche delle inevitabili cariche emotive ed affettive che lo legano ai suoi narratori<\/strong>.<\/p>\n<p>In un certo senso, questo libro parla di tre distinti \u201cterritori\u201d, non perch\u00e9 gli autori si riferiscono a luoghi diversi, quanto piuttosto perch\u00e9 aprono a mondi diversi, a interpretazioni diverse, a modi diversi di vedere ad esso. Il territorio descritto da De Angelis \u00e8 quello di una periferia storica di Roma: <strong>San Basilio<\/strong>, situato su una delle consolari romane (la Tiburtina) dove pi\u00f9 visibile \u00e8 la mutazione da promessa dello sviluppo fordista (la famosa Tiburtina Valley per parafrasare il ben pi\u00f9 noto distretto industriale di San Francisco) a paesaggio postmoderno costellato a tratti da manufatti che celebrano la societ\u00e0 dei consumi. San Basilio \u00e8 una pezzo importante della storia di Roma e non soltanto delle sue periferie.<\/p>\n<p>Nato come costola espulsa dal centro di Roma ai tempi del fascismo, ha rappresentato nei primi anni Cinquanta uno dei primi insediamenti di edilizia pubblica. De Angelis ce ne descrive la trasformazione feroce attraverso il racconto di brani di vita di alcuni suoi abitanti. Oggi \u201c<em><strong>La ex borgata fascista fatta di paglia compressa \u00e8 un quartiere di case di edilizia popolare pubblica urbanisticamente pi\u00f9 che decoroso, una \u201ccitt\u00e0-giardino<\/strong><\/em>\u201d se si considera il rapporto verde-costruito. Un quartiere-pensionato di abitanti sempre pi\u00f9 anziani e in condizione di deprivazione [\u2026]\u201d. Ma la condizione dei suoi abitanti \u00e8 drammatica, per i giovani c\u2019\u00e8 un avvenire senza speranza fatto di traffici illeciti di droga che costituiscono una fonte di reddito diffusa e generalizzata. Anche questo territorio disperato \u00e8 Roma, la sua storia, il suo lato d\u2019ombra, una delle sue molteplici maschere fuori dalla scena principale.<\/p>\n<p>Anche Carlo Cellamare sceglie come tema alcune parti di Roma. La sua descrizione riguarda un \u201cterritorio\u201d fatto di <strong>episodi di autogestione, autorganizzazione da parte di comitati di lotta<\/strong> che, un po\u2019 dovunque, cercano di farsi carico dei disagi della periferia: da Serpentara al Mandrione, da Tor Fiscale alla borgata Finocchio, alla Borghesiana. Territori spesso lontani dal centro della citt\u00e0 e che vivono una condizione subalterna. Qualche volta si sviluppano in essi forme interessanti di solidariet\u00e0 come la cura di un orto, di un piccolo parco, di un qualche elemento simbolico. Borghesiana rappresenta una di queste memorie della citt\u00e0, quella legata all\u2019abusivismo: \u201c<em>\u00e8 la storia difficile della ricerca della casa, del raggiungimento almeno delle condizioni minime dell\u2019abitare; \u00e8 la storia profonda di una citt\u00e0 che si \u00e8 dovuta \u201cautocostruire\u201d, che rimane sempre inadeguata, sottomisura, mai pienamente di qualit\u00e0, sebbene sempre amata [\u2026]<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Il \u201cterritorio\u201d raccontato da Massimo Ilardi (Trastevere) \u00e8 assai diverso da quello delle guide turistiche del centro di Roma. Anni fa, ci dice Ilardi, esso costituiva una delle periferie di Roma, situato \u201cal di l\u00e0\u201d del fiume; un regno autonomo con \u201cleggi speciali\u201d che ne facevano un luogo malfamato e pericoloso per quelli che vi transitavano. Ma <strong>tanto pi\u00f9 esso appariva separato dal cuore della citt\u00e0, tanto pi\u00f9 ne costituiva una sua anima profonda<\/strong>: non a caso essere romani \u00e8 sinonimo di essere \u201ctrasteverini\u201d. Questa territorio oscuro, di cui ci parla Ilardi, \u00e8 diventato col tempo, con il procedere della modernit\u00e0, un luogo del folklore, uno spazio occupato da turisti, benestanti chic, attori, intellettuali. Ma la storia di questa trasformazione non \u00e8 stata indolore. Ilardi ci racconta delle \u201csparizioni\u201d avvenute: di mestieri, di figure, di relazioni, di tradizioni, di dialetti letteralmente cancellati da quello che potremo, in una parola, chiamare progresso.<\/p>\n<p>Il saggio di Enzo Scandurra, infine, apre il libro. In esso si tenta di spiegare come <strong>il territorio assuma sempre pi\u00f9 una dimensione fondamentale per uscire dalla crisi e per ristabilire rapporti produttivi ed ecologici compatibili con un diverso sviluppo<\/strong>.<\/p>\n<p><em>Gli autori del libro sono: Cellamare C., De Angelis R., Ilardi M., Scandurra E., Recinti urbani. Roma e i luoghi dell\u2019abitare, manifestolibri, Roma, 2014]<\/em><\/p>\n<p><em><span style=\"text-decoration: underline;\"><strong>Note<\/strong><\/span><\/em><\/p>\n<p><em>[1] AA.VV., Questo terribile intricato mondo. Racconti politici, Torino, Einaudi, 2008. Si tratta di un libro che ha per oggetto la politica dove questa, per\u00f2, viene affrontata attraverso racconti inediti di letteratura. Gli autori sono: Affinati, Asor Rosa, Bartezzaghi, Celestini, De Silva, Di Stefano, Fois, Loy, Murgia, Pascale, Siti, Vassalli.<\/em><\/p>\n<p><em>[2] E. De Martino, Il mondo magico, Torino, Boringhieri, 1967; La fine del mondo. Contributo all\u2019analisi delle apocalissi culturali, Torino, Einaudi, 2002<\/em><\/p>\n<p><em>[3] Si veda E. De Martino, Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito Achilpa delle origini, in Il mondo magico, op. cit.<\/em><\/p>\n<p><em>[4] Un pastore in cui De Martino s\u2019imbatte durante un viaggio calabrese in auto, al quale chiede la strada giusta, la direzione valida, viene invitato a salire in macchina per condurre i passeggeri alla meta desiderata. Sal\u00ec con qualche diffidenza e appena allontanatisi e perduta \u00abla vista familiare del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo minuscolo spazio esistenziale\u00bb, la diffidenza del pastore si tramut\u00f2 in vera propria angoscia. Decisero di riportarlo indietro. Sulla via del ritorno il pastore stava sempre con la testa fuori dal finestrino, alla ricerca del suo punto di riferimento: appena lo rivide apparire in tutta la sua domesticit\u00e0 si rasseren\u00f2 avendo ritrovato la patria perduta. \u00abCi\u00f2 significa che la presenza entra in rischio quando tocca i confini della sua patria esistenziale, quando non vede pi\u00f9 il \u201ccampanile di Marcellinara\u201d, quando perde l\u2019orizzonte culturalizzato oltre il quale non pu\u00f2 andare e dentro il quale consuma i suoi \u201coltre\u201d operativi: quando cio\u00e8 si affaccia il nulla. Da La fine del mondo, op.cit.<\/em><\/p>\n<p>Tratto da: <a href=\"http:\/\/comune-info.net\/2014\/02\/recinti-urbani\/\">http:\/\/comune-info.net\/2014\/02\/recinti-urbani\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abRecinti urbani. 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