www.salviamoilpaesaggio.it http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog Forum italiano dei movimenti per la difesa del paesaggio e lo stop al consumo di suolo Mon, 21 Jan 2019 16:23:36 +0100 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.9 E’ uscito il nuovo numero di Reticula http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/e-uscito-il-nuovo-numero-di-reticula/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/e-uscito-il-nuovo-numero-di-reticula/#respond Mon, 21 Jan 2019 16:22:49 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12619

E’ disponibile online la monografia 2018 del periodico tecnico edito dall’Ispra, dedicato questa volta a “Infrastrutture verdi e mobilità dolce: esperienze e considerazioni per nuove sinergie”.

L’intento del numero monografico è quello di proporre una casistica di esperienze in grado di rappresentare lo stato dell’arte nazionale relativo alla mobilità dolce.

Il numero 19/2018 di “Reticula” presenta un mosaico di progetti e iniziative nazionali, a diversi livelli e in vari contesti territoriali, sviluppati per lo più su percorrenze preesistenti: percorsi verdi realizzati su ferrovie dismesse, antichi cammini, greenways e ciclovie, per valorizzare un patrimonio fondamentale del territorio nazionale.

RETICULA è una rivista tecnico-scientifica online curata dall’Ispra, che si occupa principalmente di connettività ecologica, green infrastructure, governance ambientale ed eco-pianificazione del territorio.

Reticula n.19/2018 – Numero monografico
http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/periodici-tecnici/reticula/reticula-n.19-2018

 

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Salvaguardia di una bellezza paesaggistica protetta nel territorio di Badia Polesine (Rovigo) http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/salvaguardia-di-una-bellezza-paesaggistica-protetta-nel-territorio-di-badia-polesine-rovigo/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/salvaguardia-di-una-bellezza-paesaggistica-protetta-nel-territorio-di-badia-polesine-rovigo/#respond Sun, 20 Jan 2019 22:47:00 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12616 Una lettera di Corrado Carone e Claudio Vallarini all’architetto Fabrizio Magani, Sovrintendente per i beni culturali e il paesaggio delle province di Verona-Vicenza-Rovigo.

Egr. Sovrintendente, i sottoscritti Corrado Carone e Claudio Vallarini, residenti in Badia Polesine, segnalano quanto segue e si appellano alla s.v. affinchè intervenga con urgenza al fine di salvaguardare una bellezza paesaggistica protetta nel territorio di Badia Polesine: la sommità arginale dell’Adige (fiume dichiarato bellezza paesaggistica e Sito di Importanza Comunitaria IT 3210042 da Verona Est a Badia Polesine soggetto a tutela ambientale ai sensi del Testo Unico sui beni culturali e il paesaggio 42-2004) nel tratto tra l’Acquedotto e la Malopera (tra gli Stanti 27 e 33, inclusi i medesimi) per un percorso complessivo di 1200 metri (diconsi milleduecento metri).

Com’è noto, entro breve tempo dovrebbero iniziare i lavori per la realizzazione di un sottopassaggio a ridosso del ponte a tre archi e quelli per il rifacimento del sedime arginale nel tratto da Badia Polesine (dallo Stante 1, al Ponte della Rosta) fino a San Martino di Venezze, interessanti un percorso di circa 50 chilometri. Le opere verrebbero realizzate nell’ambito di un più ampio intervento di percorsi ciclabili sulle sommità arginali – da Verona Est a Badia Polesine – dall’indubbio interesse turistico che pure noi condividiamo poiché porterebbe turismo e quindi benefici all’economia locale, offrendo probabilmente nuove opportunità di lavoro anche a tanti giovani che, grazie a queste forme di economia sostenibile, avrebbero la possibilità di rimanere nel loro territorio.

Ma se da una parte vengono messe in campo ingenti somme di denaro per promuovere il turismo, dall’altra non si dovrebbero arrecare danni al paesaggio. Questo vorremmo precisarlo in quanto è ancora vivo in noi il ricordo di alcuni gravi interventi effettuati o proposti sui nostri fiumi, in modo particolare sull’Adige e l’Adigetto, il più grave dei quali rimane il tentativo – paradossalmente proposto appellandosi oltretutto al Protocollo di Kyoto che promuove la produzione di energie pulite e rinnovabili – di realizzare una pericolosissima Diga sugli argini dell’Adige tra Badia Polesine e Terrazzo, ovvero un imponente progetto per la produzione di elettricità che avrebbe potuto indebolire gli antichi argini e far esondare il secondo fiume d’Italia creando un serio pericolo alla popolazione. Inoltre sarebbe scomparsa la biodiversità fluviale presente nelle numerose golene presenti tra Legnago e Badia Polesine. Un intervento sventato appena in tempo grazie alla sinergica collaborazione di cittadini ed istituzioni, che qui desideriamo ringraziare (in primis il Comitato contro la Diga, quindi i Comuni di Castagnaro, Lusia, Barbona, San Martino di Venezze, Cavarzere ed il Consorzio di Bonifica di Rovigo).

Assistemmo quindi, attorno al 2000, ad un grande intervento denominato Il fiume e l’Abbazia, dove venne realizzato – nella golena di Villa d’Adige – un costoso quanto inutile BELVEDERE IN LEGNO. Un’infrastruttura turistica che aveva la finalità di mostrare la bellezza del fiume ma che si ritrova invece a mostrare… una barriera di Salici. Un altro aspetto inadeguato di questo belvedere è quello che, ogni tanto, qualcuno va ad appropriarsi delle sue assi di legno. Se chi ha progettato quell’infrastuttura, anziché collocarla in una zona remota, lontana dal centro abitato, l’avesse collocata in un punto presenziato, di sicuro essa sarebbe ancora usufruibile.

Fu nel 2014 invece, che venne realizzata una POSTAZIONE PER BICICLETTE ELETTRICHE (ancora in appello al Protocollo di Kyoto) in Viale della Stazione – considerato il “biglietto da visita della città” – in area paesaggistica dell’Adigetto, per realizzare la quale venne “prontamente abbattuto” (incuranti della pioggia battente) un sanissimo ed imponente Tiglio di 60 anni… per la cronaca, il quarto Tiglio che veniva abbattuto in questa strada per realizzare una pensilina. E tutto ciò nonostante lo slogan della società promotrice del progetto, che metteva bene in vista: “Save a tree” (Salva un albero). Ultimamente questa postazione offriva l’opportunità di utilizzare “ben 2 biciclette ecologiche” sulle 8 che dovevano essere disponibili.

Infine (2016), veniva approvato un progetto di “abbellimento” del paesaggio fluviale (del costo di 37.000 Euro) che comportò anche la realizzazione di un’AULA DIDATTICA con banchi e cattedra in pietrame e rete di ferro. Noi avremmo preferito – com’è stato ottimamente realizzato a Legnago dall’associazione La Verbena dell’Adige – che nella suddetta aula didattica – tra l’altro dedicata a quella delicata figura che è Bruno Munari – si realizzassero le panche e la cattedra con tronchi d’albero – come di certo sarebbe stato gradito all’insigne quanto umile designer, che aveva un profondo rispetto per la Natura – ma essa venne realizzata in pietrame dalla poco idonea fruizione e, soprattutto, nel bel mezzo della golena di Villa d’Adige, alquanto lontana, dal punto di accoglienza dei visitatori. Questa “infrastruttura culturale” sarebbe costata alla comunità qualcosa come 5.000 Euro, ma quello che ci amareggia, è il fatto che la cattedra sia lontana 7 metri dai banchi… quante volte sino ad oggi, ci chiediamo, sarà stata utilizzata quest’aula didattica? Più di una volta oppure meno di una volta?

E’ ora è la volta (2019) di una PISTA CICLABILE, un’opera con un costo – se non erriamo – di circa 40.000 Euro al chilometro. Non è però nostra intenzione entrare nel merito dei costi, quanto occuparci esclusivamente degli aspetti paesaggistici.

A nostro parere, egr. Sovrintendente, anche in questo caso, per promuovere la viabilità ambientale e il turismo sostenibile – aspetti che, lo ripetiamo, sosteniamo pure noi – si rischia di eliminare/snaturare un elemento suggestivo di quel paesaggio tradizionale che contraddistingue anch’esso il nostro fiume.

Qualsiasi opera si intenda realizzare nel tratto interessato al S.I.C., è tuttavia soggetta al Suo autorevole parere e Nulla Osta paesaggistico, ed è per questo motivo che Le chiediamo di intervenire con urgenza per salvaguardare le peculiarità paesaggistiche del nostro territorio.

Tutto ciò lo vogliamo precisare perché, il tratto arginale dall’Acquedotto alla Malopera, è un LUOGO SUGGESTIVO, frequentato quotidianamente da decine di persone – soprattutto signore – che vi si recano per passeggiare in sicurezza e tranquillità a pochi passi dalla città, e Le chiediamo perciò di intervenire con urgenza prima che questa bellezza paesaggistica scompaia per sempre. I contrari a questo intervento di salvaguardia, ovvero coloro che vorrebbero eradicare completamente il manto erboso dalla strada arginale, sostengono che esso può provocare cadute ai ciclisti, ma noi ricordiamo che in detto tratto – per non cadere dalla bicicletta – è sufficiente rallentare la corsa, anche per il fatto che il percorso è spesso frequentato da pedoni.

Noi pensiamo che anche un umile sentiero inerbito possa valorizzare il nostro antico e fragile territorio e migliorarne l’immagine, in quanto esso può esprimere la sensibilità dei suoi amministratori pubblici e dei suoi abitanti.

In conclusione, per proteggere più adeguatamente il sentiero inerbito, a nostro parere, sarebbe necessario lasciare il percorso arginale così com’è, evitando assolutamente di modificare il manto stradale esistente nel tratto in esame, ma per soli 1200 metri sui 50 chilometri previsti dall’intervento. Dallo Stante 1 allo Stante 26 e dallo Stante 34 fino a San Martino di Venezze, invece, laddove non sussistano realtà paesaggistiche di pregio analoghe a quelle segnalate in Badia Polesine, ovvero con una discreta presenza di manto erboso, si potrebbe intervenire con la posa del nuovo manto stradale.

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Agro romano, salviamo il paesaggio di Pasolini. Facciamolo diventare patrimonio Unesco http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/agro-romano-salviamo-il-paesaggio-di-pasolini-facciamolo-diventare-patrimonio-unesco/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/agro-romano-salviamo-il-paesaggio-di-pasolini-facciamolo-diventare-patrimonio-unesco/#respond Sun, 20 Jan 2019 22:30:22 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12614

di Manlio Lilli.

Totò Innocenti, alias Totò, e suo figlio Ninetto, alias Ninetto Davoli, si fermano al bar Las Vegas. A breve distanza via di Torre Maggiore, sterrata, e all’orizzonte la sagoma della torre medievale di Torre Maggiore. Ovunque c’è campagna nel trailer di Uccellacci e uccellini, film epico del 1966 di Pier Paolo Pasolini. Non esistevano i complessi industriali, né quelli commerciali. Tanto meno i palazzi di Santa Palomba. Roma non era arrivata qui. E neppure alla Bufalotta, nel quadrante nord-est. Tanto meno a Tor Pagnotta, a sud. Neppure il peggior sindaco della città avrebbe immaginato municipi che sarebbero arrivati a saldarsi con i territori dei comuni limitrofi. Anche per la crescita insana inseguita pervicacemente dagli amministratori di quegli stessi comuni.
Invece è accaduto. L’agro romano di tanti pittori, poeti e scrittori è stato metabolizzato. Progressivamente, ma senza pause. Da luogo simbolico a spazio indistinto. Da “verde” spontaneo, disseminato di testimonianze materiali del nostro passato migliore, a dedalo di strade a delimitare isolati di nuovi complessi abitativi. Colture storiche, come quelle di viti e ulivi, quasi scomparse. Sostituite da nuovo cemento. Con la complicità di amministratori locali senza scrupoli e governi centrali del tutto disinteressati alla questione ambientale e alla tutela dei luoghi e dei resti antichi conservati, il disastro si è andato delineando

Si calcola che attualmente, dei circa 71mila ettari di agro, ben tre metri quadrati al minuto siano mangiati dal cemento, persi per sempre e che da qui al 2030 (anno di attuazione delle previsioni del Piano Regolatore) nella campagna romana il consumo di suoloarriverà a circa 161 ettari ogni anno. Un prezzo altissimo per la perdita di paesaggio, di patrimonio agricolo e culturale, di biodiversità, di salute per i cittadini e di costi per la collettività”.

La petizione lanciata da Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio e indirizzata al Mibac(t), oltre a fornire i numeri dello scempio, prova a scrivere una nuova storia. Un tentativo. Forse l’ultimo possibile di arrestare il consumo scriteriato di “ciò che rimane di questo splendido tesoro che ancora (ma per quanto ancora?) il mondo ci invidia”. Firmare è probabile che non sia mai stato così importante. Firmare “per poter rivolgere una formale richiesta all’Unesco affinché l’Agro Romano diventi Patrimonio dell’Umanità, al fine di sottrarlo per sempre alla rapina della speculazione”.

Qualcuno potrà pensare che sia una delle solite campagne ambientaliste contro qualcosa. In sostanza una petizione contro il progresso. Perché “la campagna è bella” e i resti archeologici “interessanti”. Ci mancherebbe! Però servono anche nuovi palazzi, strade e autostrade. Anzi sono necessari. Quindi, dolersi un po’ del sacrificio di parti di quell’ambito geografico è ammesso. Ma poi si deve procedere. Per cui, spazio a ruspe e gru. Il problema è proprio questo, probabilmente. Finora ragionamenti e proteste hanno creato un ostacolo. Talvolta, non sempre e peraltro spesso, provvisorio. La petizione promossa da Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio vorrebbe trasformare quell’ostacolo in un solido recinto con il quale assicurare l’Agro. Tutto e per sempre.

Fà ddieci mijja e nun vedé una fronna! / Imbatte ammalappena in quarche scojjo! / Dapertutto un zilenzio com’un ojjo (…) Dove te vorti una campaggna rasa / come sce sii passata la pianozza / senza manco l’impronta d’una casa!“. S’intitola allusivamente Er deserto il sonetto del 1836 di Giuseppe Gioachino Belli. Da allora uno tsunami si è abbattuto sull’agro. Osservare inermi la distruzione contribuisce alla sua prosecuzione.

Dove va l’umanità? Boh!”, si chiede a un certo punto il corvo parlante che accompagna nel film di Pasolini, padre e figlio. Non sembri fuori luogo pensare che una risposta a quella domanda potrà venire proprio dall’esito della petizione. Siamo giunti a un bivio e bisogna decidere. Fare dell’agro romano un luogo Patrimonio dell’Umanità oppure una terra di conquista. Per i soliti affaristi e politici senza qualità…

Già pubblicato su: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/18/agro-romano-salviamo-il-paesaggio-di-pasolini-facciamolo-diventare-patrimonio-unesco/4896138/

Questa iniziativa a tutela dell’Agro Romano nasce dall’originale intuizione di Massimo Livadiotti, artista amante della bellezza di Roma e dell’unicità del suo paesaggio, tra i fondatori dell’associazione Respiro Verde Legalberi che ha recentemente conseguito il risultato – perseguito ostinatamente per oltre 8 anni di intenso lavoro, attraversando tre differenti amministrazioni comunali in una perenne altalena di delusioni ed emozioni – di ottenere l’approvazione del regolamento del verde e del paesaggio urbano di Roma.
La sua sensibilità ed energia ha progressivamente contagiato tutti i “difensori” della bellezza e ora eccoci dinanzi a questa nuova importante sfida per raggiungere il riconoscimento dell’Agro Romano come Patrimonio dell’Umanità…

Ecco il testo della petizione on line, che vi invitiamo a sottoscrivere:

Quando nel 1786 Goethe visitò Roma e le colline intorno, rimase incantato, tale era la bellezza che gli si parava dinanzi agli occhi. Di quella Roma restano solo frammenti come di un mosaico in pezzi. La città ha perso gran parte della sua armonia, preda di una urbanistica incoerente e caotica. L’Agro Romano con le sue colline, i boschetti, i prati, le torri, gli acquedotti, i suoi casali coi pascoli, i grandi alberi solitari, i fossi e le antiche dimore forma ancora in parte una meravigliosa cintura verde attorno alla Città Eterna.

Ma gli speculatori sono sempre in agguato, purtroppo. Si calcola infatti che attualmente dei circa 71.000 ettari di Agro ben 3 metri quadrati al minuto siano mangiati dal cemento, persi per sempre e che da qui al 2030 (anno di attuazione delle previsioni del Piano Regolatore) nella campagna romana il consumo di suolo arriverà a circa 161 ettari ogni anno. Un prezzo altissimo per la perdita di paesaggio, di patrimonio agricolo e culturale, di biodiversità, di salute per i cittadini e di costi per la collettività. Un luogo dell’anima per sempre perduto…

Da questa realtà e da queste previsioni nasce impellente la necessità di tutelare ciò che rimane di questo splendido tesoro che ancora (ma per quanto ancora?) il mondo ci invidia. Per questo vi chiediamo di firmare: per poter rivolgere una formale richiesta all’Unesco affinché l’Agro Romano diventi Patrimonio dell’Umanità, al fine di sottrarlo per sempre alla rapina della speculazione. Forse siamo ancora in tempo!

Firmiamo tutti per preservare la bellezza!

https://www.change.org/p/ministero-dei-beni-e-delle-attivita-culturali-agro-romano-patrimonio-unesco

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La campagna “Salviamo insieme dune e spiaggia di Chia”, obiettivi e primi risultati http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/la-campagna-salviamo-insieme-dune-e-spiaggia-di-chia-obiettivi-e-primi-risultati/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/la-campagna-salviamo-insieme-dune-e-spiaggia-di-chia-obiettivi-e-primi-risultati/#respond Sun, 20 Jan 2019 22:19:13 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12613 La campagna promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus Salviamo insieme dune e spiaggia di Chia ha l’obiettivo di salvaguardare le dune e la spiaggia anche per le generazioni future e garantirne la fruizione pubblica e in sole tre settimane ha raggiunto già risultati straordinari.

Personalità dello spettacolo come Piero Pelù, Piero Marras e Paolo Fresu hanno espresso il loro sostegno pubblico, così come personalità della cultura come Sandro Roggio, architetto e urbanista, Vanessa Roggeri, scrittrice, Paolo Frau, assessore comunale cagliaritano alla cultura.

Hanno perfettamente colto il senso della campagna e il suo profondo significato “popolare”, così come soprattutto migliaia di persone che, da ogni parte d’Italia e ora anche dall’Estero.

Finora sono pervenuti contributi pari a 70 mila euro, segno tangibile del forte sostegno “popolare”. Centinaia di messaggi pervenuti, alcuni quasi commoventi per il loro amore per Chia. Nonni che contribuiscono per i nipotini, collette organizzate sui luoghi di lavoro, turisti che vogliono difendere il loro mare, Sardi via dall’Isola da troppi anni che non intendono mancare alla difesa della propria Terra, bambini che offrono i loro soldini per la spiaggia dell’estate. C’è chi da parte del proprio contenuto guadagno giornaliero per evitare che le dune finiscano in mani sbagliate.

Per le dune e la spiaggia di Chia questo e altro.

Che cos’ha fatto il GrIG.

Sabbia finissima, macchia mediterranea con Ginepri secolari, disegnati dal vento e dal mare, rifugio di una fauna selvatica sempre più rara, luci e colori di una natura che dobbiamo preservare e fruire con estrema attenzione.

A breve distanza un’edilizia turistica fin troppo presente, ma ancora parti di pregiato paesaggio agrario.

Le dune e la spiaggia sono in pericolo, non solo per colpa dei maleducati che gettano rifiuti o dei vandali che danneggiano i Ginepri.

Infatti, come noto e testimoniato dalla cartografia ufficiale demaniale (il SID – Portale del Mare del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, il sistema informativo del demanio marittimo), nonché dalle certificazioni catastali (foglio 306, mappali 50, 275 e 276), sono di proprietà privata, fin a pochi metri dalla battigia marina, caso raro in Italia.

L’area dunale, per un’estensione di circa 9,5 ettari, intestati a 8 privati (di cui omettiamo i nominativi per ragioni di privacy) per quote diverse, è oggetto del contratto preliminare di compravendita sottoscritto dal GrIG e da uno dei comproprietari per una quota corrispondente a 4 ettari.
Successivamente alla stipula del contratto definitivo di compravendita si farà luogo alla divisione.

Altri elementi contribuiscono a chiarire definitivamente la titolarità dell’area, in primo luogo la sentenza n. 12 del 12 gennaio 2016 emessa dalla Sezione II della Corte d’Appello di Cagliari (passata in giudicato) che, dopo un lungo giudizio, ha definitivamente respinto un’istanza di usucapione e ha confermato la titolarità del diritto di proprietà.

L’ha confermato il Comune di Domus de Maria, conferendo nell’agosto 2018 il relativo certificato di destinazione urbanistica al richiedente “in qualità di proprietario”.

Lo confermano ancor più le varie visure e gli accertamenti effettuati preliminarmente dal Notaio che ha curato e garantito la stipula del contratto preliminare di compravendita per atto pubblico.

Quali sono i pericoli?

Vari soggetti immobiliari a capitale arabo e internazionale stanno rastrellando terreni lungo le coste sarde. Anche qui.

Purtroppo non è azzardato ipotizzare un futuro privatizzato per dune e spiaggia. Per non parlare di altamente probabili integrazioni normative che consentano la produzione di volumetrie edilizie da concentrare subito a ridosso di dune e spiaggia. Si tratta del c.d. trasferimento di volumetrie, riconosciuto in giurisprudenza.

Chiuse, location di eventi esclusivi, vietate all’accesso dei comuni mortali, in particolare di chi vive in quest’Isola da sempre.

Sardi a foras dalle proprie spiagge, tanto per capirci. Come è successo e continua a succedere: da Capo Ceraso allo Scoglio di Peppino, alla Valle dell’Erica.

Dimentichiamoci l’intervento dell’Agenzia per la Conservatoria delle coste, lodevolmente istituita qualche anno fa proprio su nostre forti richieste, ma colpevolmente consegnata da anni alla completa inoperattività.

Certo, nell’area vi sono stati interventi importanti nell’ambito del progetto Providune (2008-2014), ormai concluso (e le leggere recinzioni in corda divelte lo testimoniano), ma non impedisce che l’area dunale possa correre rischi.

Come dimenticare, poi, spot pubblicitari, feste, avvenimenti “privati”, parcheggi estivi per autoveicoli nelle zone umide, spesso e volentieri autorizzati dalle amministrazioni pubbliche competenti e oggetto di numerosi esposti per ottenere il rispetto delle normative di tutela ambientale da parte delle associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra.

Ed è per questo che l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha preferito prevenire, ha preferito tappare un buco presente nella doverosa attività di tutela ambientale di Stato, Regione, Comune e ha deciso di opporsi a un copione che sembra già scritto: sta, quindi, procedendo all’acquisto di una parte delle dune e della spiaggia di Chia, davanti all’isolotto di Su Giudeu.

La proprietà pubblica darebbe garanzie assolute di tutela e per la fruizione dei cittadini?

Diciamo la verità: in Italia la presenza di una proprietà pubblica o, addirittura, l’appartenenza al Demanio dello Stato non implicano la tutela effettiva dei beni ambientali e la loro fruibilità pubblica.

E’ un fatto sul quale è necessario riflettere.

La legge 30 dicembre 2018, n. 145 “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021” prevede, all’art. 1, commi 675° – 686°, la proroga per 15 anni delle concessioni demaniali marittime in violazione della normativa comunitaria (direttiva n. 2006/123/CE, c.d. direttiva Bolkenstein), di fatto sospende la demolizione delle opere abusive, amplia la possibilità di concessione di ulteriori aree demaniali in assenza di adeguamento dei canoni.

Per capirci, lo Stato incasserebbe – secondo l’Agenzia del Demanio – solo 103 milioni annui dai canoni demaniali e vi sarebbe un’evasione del 50%. Il canone per la parte non ricoperta da strutture ammonterebbe alla folle cifra di euro 1,27 annue.

Per esempio, l’esclusivo Hotel “Cala di Volpe” a Porto Cervo pagherebbe ben 520 euro all’anno di canone demaniale per la spiaggia dove, ovviamente, non possono accedere i comuni mortali.

Quei comuni mortali che non accedono comunque a Capo Ceraso, per esempio, in quanto legittimamente recintata dalla proprietaria Edilizia Alta Italia s.p.a. della famiglia Berlusconi.

Quei comuni mortali che non accederanno più liberamente alle decine di ettari della pineta costiera di Torregrande affittati per decenni dal Comune di Oristano alla Ivi Petrolifera s.r.l. per realizzarvi un complesso turistico-edilizio con campo da golf, quando non vi sono, poi, addirittura alienazioni di lotti di spiaggia in favore di Privati, come recentemente avvenuto a Piscinas da parte del Comune di Arbus.

Quei comuni mortali che non potrebbero più accedere agevolmente alla spiaggia di Chia – Su Giudeu se l’area dunale retrostante venisse acquistata da un proprietario desideroso di privacy. Ed è uno dei motivi fondamentali che ha spinto il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ad avviare l’acquisto di parte delle dune e della spiaggia e il coinvolgimento concreto della collettività.

Non solo.

Sempre a titolo di esempio, il Demanio dello Stato vuol vendere, per fare cassa, l’Isola di Poveglia, una delle pochissime rimaste di proprietà pubblica nella Laguna di Venezia, la Provincia di Grosseto vende, ancora per fare cassa (la speranza è di ricavarne 9 milioni di euro), 49 lotti di terreno e fabbricati agricoli dentro la riserva naturale della Diaccia Bottrona, il Castello di Sammezzano è stato venduto (2017) a un’asta fallimentare alla Helitrope ltd, società immobiliare avente sede a Dubai, per 15 milioni di euro, ma la vendita è stata annullata dal Tribunale di Firenze su ricorso della concorrente società Kairos s.r.l. Che però il peculiare “bene culturale” finisca in mani private pare pressoché certo.

Avanti tutta con la campagna “Salviamo insieme dune e spiaggia di Chia”!

Non possiamo rimanere con le mani in mano.

L’obiettivo, come abbiamo detto più volte, è salvaguardare le dune e la spiaggia anche per le generazioni future e garantirne la fruizione pubblica.

Possiamo farlo insieme.

Per farlo abbiamo bisogno dell’aiuto di tutte le persone che tengono al proprio ambiente, alla propria identità, al futuro della propria Terra.

Contribuisci all’acquisto delle dune e della spiaggia di Chia con un versamento sul conto corrente postale n. 22639090 intestato a “associazione Gruppo d’Intervento Giuridico“ (causale “dune e spiaggia di Chia”) oppure con un bonifico bancario con il codice IBAN IT39 G076 0104 8000 0002 2639 090 (per i versamenti dall’Estero il codice BIC/SWIFT è BPPIITRRXXX).

A chi contribuirà con almeno 30,00 euro sarà inviato un simbolico attestato di benemerenza e la tessera associativa, se gradita.

Ricordiamo, fra le tante agevolazioni previste, che per le erogazioni liberali in favore delle onlus come il Gruppo d’Intervento Giuridico è prevista la detrazione del 19% degli importi donati fino a un massimo di 2.065,83 euro (art. 15, comma 1°, lettera i – quater, del D.P.R. n. 917/1986 e s.m.i., testo unico delle imposte sui redditi – T.U.I.R.).

Naturalmente anche imprese e aziende rispettose dell’ambiente possono contribuire e ne sarà dato ampio risalto.

Il nostro ambiente e la nostra identità non sono in vendita, insieme possiamo dimostrarlo concretamente!

Per ulteriori informazioni: http://gruppodinterventogiuridicoweb.com

 

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Beni Comuni: il dibattito è aperto… http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/beni-comuni-il-dibattito-e-aperto/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/beni-comuni-il-dibattito-e-aperto/#respond Sat, 19 Jan 2019 21:18:17 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12610 Sabato 19 gennaio, a Roma, si è tenuta l’assemblea pubblica per il lancio della campagna di raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare sui Beni Comuni promossa dal Comitato Popolare di Difesa Beni Comuni, Sociali e Sovrani “Stefano Rodotà“, presentata in Cassazione lo scorso 18 dicembre.
Questa iniziativa muove dal lavoro intrapreso oltre 10 anni fa dalla Commissione Rodotà, che si era concluso nel 2010 con la formalizzazione di un testo normativo per la legge istitutiva dei Beni comuni che, però, nessun Parlamento ha poi mai sentito il bisogno neppure di discutere.
Diversi promotori del Comitato odierno erano già tra i componenti della Commissione Rodotà, a partire da Ugo Mattei, vicepresidente di quell’organismo e presidente del Comitato attuale.

Dal 2010 ad oggi sono passati non solo gli anni ma anche le situazioni “storiche” e da più parti ci si domanda se il testo elaborato della Commissione Rodotà possa essere ancora considerato come pietra miliare di un percorso – necessario – per affermare il Diritto ai e dei Beni Comuni nel nostro Paese.
All’interno della ramificata rete civica nazionale del Forum Salviamo il Paesaggio si è pertanto sviluppato un analitico dibattito rivolto ai contenuti della odierna proposta di legge popolare: diverse perplessità e molti dubbi sono emersi in proposito.
Nell’assemblea del 19 gennaio, pertanto, la nostra rappresentante (Cristiana Mancinelli) ha letto un sintetico documento che contiene alcune tra le principali questioni che necessitano di un dibattito attento e di risposte a quesiti specifici.

In attesa di poter ospitare le risposte puntuali del Comitato promotore a questi nostri quesiti, vi invitiamo a leggere questi altri documenti:

Le valutazioni critiche formulate dal prof. Paolo Maddalena, vice presidente emerito della Corte Costituzionale: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/i-beni-comuni-e-il-disegno-di-legge-preparato-dalla-commissione-rodota/

Le risposte all’analisi di Maddalena del prof. Carlo Alberto Graziani: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/risposta-a-paolo-maddalena-sul-disegno-di-legge-della-commissione-rodota-sui-beni-comuni/

L’appello per costruire in comune lo spazio urbano e difendere i beni comuni naturali redatto da un primo gruppo di realtà nazionali che hanno realizzato in prima persona iniziative concrete a difesa dei beni comuni attraverso esperienze eterogenee di lotta e pratiche di gestione collettiva: http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/un-appello-per-costruire-in-comune-lo-spazio-urbano-e-difendere-i-beni-comuni-naturali/

ECCO ORA IL TESTO DELL’INTERVENTO DI CRISTIANA MANCINELLI, A NOME DEL FORUM SALVIAMO IL PAESAGGIO, ALL’ASSEMBLEA DEL 19 GENNAIO:

Intervengo a nome del Forum Salviamo il Paesaggio, una grande rete nazionale formata da decine di migliaia di soggetti individuali (cioè persone) e da oltre mille organizzazioni della società civile che, come certamente sapete, nel febbraio dello scorso anno ha presentato al Paese e a tutte le forze politiche una innovativa Proposta di Legge PER L’ARRESTO DEL CONSUMO DI SUOLO E PER IL RIUSO DEI SUOLI URBANIZZATI, ora incardinata come base di discussione nell’iter delle commissioni congiunte Ambiente e Agricoltura del Senato. In questa proposta normativa abbiamo inserito anche un richiamo e le relative modalità attuative per una corretta applicazione dell’articolo 42 della Costituzione, per quanto attiene la Funzione Sociale dei beni inutilizzati. Potete quindi comprendere quanto sia per noi centrale l’attenzione verso una più ampia definizione, anche a livello legislativo e giuridico, dei Beni Comuni.
Per questo salutiamo con piacere l’avvio di un percorso “dal basso” che non può che vederci partecipi. E come nostra abitudine, abbiamo aperto un dibattito all’interno del nostro Forum per valutare i contenuti della Proposta di Legge d’Iniziativa Popolare frutto dei lavori della Commissione Rodotà; da tale discussione sono emerse alcune considerazioni, qualche dubbio, diverse domande che riteniamo utile sottoporre a questa assemblea poichè crediamo rappresentino elementi di approfondimento necessari per inquadrare la situazione e definire le strategie più adatte.
Provo, in estrema sintesi, a segnalarvele, considerandole come quesiti che al momento ci pare risultino privi di risposte:

1. Il testo ci pare consideri lo Stato come una “Persona giuridica pubblica” e non come una “Comunità politica”, e cioè una “Repubblica democratica fondata sul lavoro” nella quale la “sovranità” spetta al Popolo. Ne consegue che l’abolizione del “Demanio pubblico” viene presentata come la soppressione di un organo della Pubblica Amministrazione e non di un organo dello Stato comunità, oscurando l’idea che si tratta di beni appartenenti al Popolo sovrano. A nostro avviso una legge per i Beni Comuni deve mirare alla ricostituzione del patrimonio pubblico e affermare cioè “la proprietà pubblica” e la funzione sociale della proprietà, come prescrive l’articolo 42 della Costituzione.

2. Ci pare si corra il rischio di limitare la promozione di un ricorso giurisdizionale al solo Stato, annullando l’intervento spontaneo dei cittadini. Nel testo si dice infatti che “all’esercizio dell’azione di risarcimento dei danni arrecati al bene comune è legittimato in via esclusiva lo Stato”, aggiungendo che, per quanto riguarda i beni cosiddetti di “appartenenza pubblica necessaria”, possono agire con “l’azione inibitoria e con l’azione di risarcimento del danno soltanto lo Stato e le persone giuridiche pubbliche”.

3. Pare essere esclusa ogni forma di “partecipazione” popolare alla “gestione” dei beni comuni.

4. I beni comuni definiti nel testo “assomigliano” parecchio agli usi civici, tant’è che si afferma che la disciplina deve essere coordinata con quella degli usi civici. Ci domandiamo quindi che fine farà il Commissariato per la liquidazione degli usi civici, i cui poteri sono stati trasferiti alle regioni nel 1977 ed il cui operato va in senso opposto a quello della proposta.

5. Nel testo si legge: “Quando i titolari sono persone giuridiche pubbliche, i beni comuni sono gestiti da soggetti pubblici e sono collocati fuori commercio; ne è consentita la concessione nei soli casi previsti dalla legge e per una durata limitata, senza possibilità di proroghe”.
Ma dove si parla di concessione per durata limitata e senza possibilità di proroghe, significa che al termine della concessione non ci può essere neppure rinnovo con altro soggetto? La normativa europea consente di dare in concessione (es. stabilimento balneare sul lido del mare) solo per una volta? Cosa significa “durata limitata”? E nel caso di concessione in essere, alla fine della concessione il bene quindi ridiventa pubblico a tutti gli effetti (pensiamo ad esempio ai porti turistici)?

6. L’elenco dei beni comuni riprende in parte la vecchia definizione del “decreto Galasso”, ora compresa nell’art. 142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004), ma la vecchia formulazione è più estesa: perché è stata ristretta? Cosa significa in concreto “zone montane di alta quota”? Segnaliamo che non vengono citati i crinali dei monti, che sono zone sensibili e spesso oramai degradate dai parchi eolici. Per quanto riguarda i boschi è intervenuto il D.Lgs. 34/2018 che mette i boschi a reddito: come ci si raccorda?

7. Tra i “Beni ad appartenenza pubblica necessaria” non sono indicate le reti di trasporto e quelle di distribuzione dell’energia elettrica e del gas.

8. E’ noto che fra i beni pubblici che scandalosamente vengono dati in concessione a fronte di un corrispettivo economico (canone) irrisorio per la collettività, vi sono le sorgenti (il business delle acque minerali) e le cave (il business degli inerti). Di queste seconde non si fa alcun cenno: dove rientrano?

9. Che fine fanno con la riforma i piani paesaggistici che siano già stati approvati dalle regioni?

10. E’ davvero necessario introdurre nel nostro ordinamento un concetto che non ci è proprio, ma è del diritto anglosassone, come quello dei beni comuni (commons) ? Abbiamo già il demanio, il patrimonio, gli usi civici… non si potrebbe agire sugli istituti che fanno già parte del nostro ordinamento? Magari modificando l’articolo 832 del codice civile, restringendo il diritto del proprietario di godere della cosa, assicurandone la funzione sociale e legando la mancata osservanza di questo obbligo all’estinzione del diritto di proprietà e alla relativa acquisizione della cosa, da parte del Comune in cui la cosa si trova, per destinarla a fini sociali…
Ci pare, inoltre, che la legge n. 168/2017 abbia riordinato e rafforzato il ruolo delle terre collettive, i demani civici dove sono vigenti i diritti di uso civico. Al fianco dei beni demaniali e dei beni patrimoniali di Stato e altri Enti pubblici territoriali (Regioni, Province, Comuni, ecc.) costituiscono la prima “ricchezza” della Collettività nazionale, intesa come insieme dei cittadini italiani e ci pare superi la ripartizione della titolarità dei beni proposta nel d.d.l. della Commissione Rodotà.

11. Ulteriori perplessità le ricaviamo a riguardo della formula della legge delega, che, così com’è, oltretutto, ci pare lasci ampi spazi di manovra ed interpretativi. Meglio sarebbe stata una proposta di legge con un articolato già prefissato ed attuativo della riforma, certamente più faticoso ed impegnativo ma, forse, essenziale per evitare rinvii e vuoti.

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Un appello per costruire in comune lo spazio urbano e difendere i beni comuni naturali http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/un-appello-per-costruire-in-comune-lo-spazio-urbano-e-difendere-i-beni-comuni-naturali/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/un-appello-per-costruire-in-comune-lo-spazio-urbano-e-difendere-i-beni-comuni-naturali/#respond Sat, 19 Jan 2019 14:16:46 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12608

Foto di Paolo Baldi.

Il 18 dicembre 2018 un gruppo di accademici ha depositato una proposta di legge di iniziativa popolare sui beni comuni, che riprende immutata la sintetica delega al governo elaborata dalla Commissione Rodotà nel 2007-08. A oggi però mancano all’appello molti degli studiosi che avevano fatto parte sia di quella Commissione sia della seconda Commissione Rodotà, che si era autoconvocata coinvolgendo attivisti e attiviste di movimenti e realtà sociali in un importante lavoro di ripresa e aggiornamento di quel testo.
Anche noi come molti altri e altre di quella stagione di lotta sui beni comuni, come di quella attuale, non compariamo tra gli aderenti. Crediamo però sia importante prendere la parola e spiegare le ragioni per cui una proposta, che era all’avanguardia dieci anni fa, oggi risulta insufficiente: è un errore non tenere conto degli avanzamenti, delle sconfitte e delle necessità che si sono palesate in tutti questi anni. La chiarezza delle posizioni è il nostro modo per tessere un terreno di dialogo che questa scelta rischia di compromettere, con nostro grande dispiacere.
Ma è anche un modo per riprendere a livello nazionale il filo di un percorso collettivo di elaborazione di proposte e costruzione di piattaforme tra esperienze, singoli individui e comunità di pratiche che si riconoscono nel percorso dei beni comuni.
Il primo di una serie di appuntamenti di questa rete itinerante è il 17 febbraio, all’Asilo di Napoli.

Un appello per costruire in comune lo spazio urbano e difendere i beni comuni naturali

Premettiamo che non possiamo che essere d’accordo sulla necessità di rinforzare anche a livello nazionale la battaglia dei beni comuni contro «la dominante logica predatoria neoliberista» che si sta combattendo da anni, territorio per territorio, con tante esperienze eterogenee di lotta e pratiche di gestione collettiva, che sosteniamo e a fianco delle quali ci siamo sempre schierati.
Ma nessun rilancio può avvenire chiedendo le adesioni a una proposta pre-confezionata, che ignora deliberatamente sia quanto si è concretamente sperimentato a difesa dei beni comuni negli ultimi 10 anni, sia l’elementare evidenza che le reti si costruiscono nei processi e nella loro pratica quotidiana e non cavalcandoli o strumentalizzandoli. Questo vale per i movimenti a cui oggi, a giochi fatti ancora prima di cominciare, si chiede di organizzarsi solo per fare banchetti e raccogliere le firme (su di una proposta per giunta non ancora pubblicata ufficialmente sul sito), e vale anche per la figura di Stefano Rodotà, sulla cui memoria si cercano consensi per percorrere contenuti e modi molto diversi da quelli che difendeva.

Premessa: i beni comuni non sono sovrani

«I beni comuni tendono così a configurarsi come l’opposto della sovranità, non solo della proprietà» (Il diritto di avere diritti, 2012, p. 125). Così scriveva appunto Stefano Rodotà: una proposta di legge che fin dal sito e comitato promotore accosti il suo nome a qualcosa che abbia a che fare con un concetto come quello di sovranismo, che è oggi usato in ottica nazionalista e autoritaria, è semplicemente improponibile. Si flirta dunque pericolosamente col sovranismo, rimuovendo peraltro un dibattito che già nella prima Commissione vide proprio Rodotà opporsi alle tentazioni di alcuni di scivolare su questo piano inclinato.

Il metodo della proposta

A preoccuparci non è solo il brand sovranista. Ci sono anche problemi di metodo e di merito.
Quelli di metodo sono evidenti: questa proposta ha il sapore di un’occasione persa, perché sarebbe stato indispensabile un lavoro collettivo ed esteso. Il metodo con cui è stata costruita la proposta non ha seguito il tipo di percorso inclusivo, non accademista e gerarchico, partecipato e popolare, che la pratica quotidiana dei beni comuni insegna.

Un problema politico: la delega al Governo

Questa proposta non ci dà nessuna certezza sulla salvaguardia dei beni comuni perché non detta una disciplina dettagliata, ma è una legge delega. Quindi, ammessa e non concessa la sua approvazione (mai nella storia della Repubblica una legge di iniziativa popolare è stata approvata dal Parlamento), l’effetto sarebbe consegnare al Governo una delega per una riforma del Codice civile; come mostra la storia degli abusi dei decreti legislativi, quando una delega non è ben circostanziata si consegna all’Esecutivo un potere ancora più ampio nella definizione dei decreti collegati.
Non vogliamo in alcun modo trovarci a ripercorrere la delusione post referendaria del 2011 (cui speriamo si possa rimediare almeno in parte in futuro con l’approvazione della proposta di legge sulla gestione pubblica e partecipativa dell’acqua). Era un caso giuridicamente completamente diverso, ma quella storia ci dice anche dell’assoluta necessità di prevedere in questi casi un impianto normativo quanto più preciso e dettagliato possibile, per non rendere ancora più facile il gioco a chi vuole disattendere un mandato popolare.
Sotto questo profilo, la delega non contiene nessuna effettiva garanzia sulle forme di uso e amministrazione dei beni comuni in senso comunitario o anche di semplice democrazia partecipativa.

Un’assenza che delegittima anni di sperimentazioni e lotte: i beni comuni urbani cancellati

La proposta definisce i beni comuni a partire dal fatto che essi esprimano «utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona».
Invece, definisce come «beni pubblici sociali» «quei beni le cui utilità essenziali sono destinate a soddisfare bisogni corrispondenti ai diritti civili e sociali della persona».
Separando in questo modo diritti fondamentali e diritti civili e sociali della persona si aprono le porte all’interpretazione restrittiva dei primi e la scusa per dire che beni urbani (o rurali) in cui si condividono mezzi di produzione e svolgono iniziative di carattere mutualistico non potrebbero comunque essere qualificati come beni comuni perché rivolti “solo” al soddisfacimento dei diritti sociali e civili.
La nostra esperienza con gli usi civici e collettivi urbani ci mostra che non si può distinguere in modo astratto tra diritti fondamentali e diritti civili e sociali. Quando una comunità di abitanti si impegna per recuperare dei beni restituendoli a un uso aperto e non esclusivo si crea ugualmente uno stretto collegamento coi diritti fondamentali, in quanto tali beni forniscono prestazioni sociali – attraverso attività mutualistiche e solidaristiche, di uso collettivo di spazi e mezzi di produzione – e sviluppano diritti di partecipazione che sono essenziali al libero sviluppo della persona. La proposta disconosce questo collegamento. Infatti, sembra escludere queste prestazioni sociali da quei «diritti fondamentali» che qualificano un «bene comune», perché collega espressamente i diritti sociali non alla categoria dei «beni comuni», ma a un diverso tipo di beni, i «beni pubblici sociali». E la differenza non è di poco conto: mentre i primi sono considerati «fuori commercio», i secondi possono essere alienati, e il loro vincolo di destinazione può essere modificato in casi determinati.
Se può essere bene comune anche uno spazio urbano o rurale in cui i diritti civili, sociali e politici sono garantiti anche dalla sperimentazione di forme di autogoverno aperte e inclusive, perché non inserirlo chiaramente? Finanche l’ultimo dei regolamenti sui beni comuni approvati in tante città italiane è più avanzato su questo punto.
Inoltre, sappiamo che questi processi iniziano non di rado con un’occupazione, e un’iniziativa popolare sui beni comuni dovrebbe riconoscere questa possibilità, ometterla significa escluderla. Il valore delle parole scritte in questo caso pesa in modo determinante, a maggior ragione se per qualcuno dei promotori «le occupazioni, che sono un metodo superato, non vanno riconosciute …. I processi vanno governati come si fece con l’ex Asilo Filangieri. […sic]. Il caso del Teatro Valle a Roma è finito male
proprio perché era un’occupazione. Nella gestione partecipata il Comune deve restare il dominus e deve assumersi la responsabilità di vegliare notte e giorno affinché i processi siano veramente partecipati. Se realizzate così, le occupazioni diventano oggetto di critiche, creano confusione e fanno un danno enorme alla battaglia per i beni comuni».

Un passo indietro di 10 anni: nessun riferimento a comunità e partecipazione

Per queste ragioni crediamo che la partecipazione debba essere un elemento qualificativo della categoria dei beni comuni. Altrimenti il rischio è quello di introdurre un “riconoscimento legale a due velocità”: prima i boschi, le foreste e i laghi e poi i beni comuni urbani, prima la funzione e poi la gestione, prima le fondazioni e poi gli spazi sociali… Questo rischia di creare danni gravissimi: chi tutelerà le esperienze di autogoverno di luoghi percepiti come beni comuni o delle forme di altra economia, che chiedono un riconoscimento, e invece rischiano lo sgombero a causa del decreto sicurezza solo perché non hanno o non vogliono finanziatori danarosi? Chi tutelerà gli Enti Locali senza paura che, credendo nella loro funzione pubblica, non vogliono cedere al ricatto della messa a reddito monetaria e non intendono vendere il patrimonio pubblico per far quadrare il bilancio? E vale la pena fare una battaglia legale perdendo questi pezzi?

La cancellazione del demanio

Senza una dettagliata riforma del Codice civile e del regime del demanio, la cancellazione di quest’ultimo – prevista dalla proposta – porterebbe il rischio di favorire processi di privatizzazione incontrollabili nell’attuale clima politico. È evidente che ci sia bisogno di impedire il facile processo di sdemanializzazione dei beni pubblici, ma la proposta non interviene in modo univoco sul problema del regime concessorio con cui si svuota, de facto, la proprietà pubblica. Non solo, anche qui l’assenza di un modello partecipativo rischia di far fare un passo indietro rispetto alle rivendicazioni di comitati e movimenti.

L’occasione persa: nessun nuovo vincolo alla proprietà privata

Il progetto di quella Commissione non riuscì, per equilibri interni, a spingersi oltre nella critica sull’attuale regime della proprietà privata. Oggi questa assenza rischia di pesare moltissimo, perché nella delega non ci sono sufficienti garanzie di incompatibilità con una visione neoliberista del regime delle concessioni ai privati né sui beni che il dominus privato lascia in stato di abbandono e degrado, proprio il terreno di scontro tra forme di rigenerazione urbana tese alla gentrificazione e pratiche civiche di riqualificazione e autorecupero.

Per tutte queste ragioni non ce la sentiamo di raccogliere le firme su un testo che era all’avanguardia 10 anni fa, ma che oggi risulta insufficiente. Perciò chiamiamo in assemblea il 17 febbraio, all’Asilo di Napoli, tutte le abitanti, realtà, attivisti e attiviste, studiosi e studiose a mettere a sistema le proposte sui beni comuni che in questi anni con molta fatica sono maturate in diverse realtà nazionali. Vogliamo costruire in comune una piattaforma per la condivisione e la continua sperimentazione di pratiche, saperi e strumenti amministrativi capaci di sfidare e superare lo stato di cose presenti.

Per adesioni puoi mandare una mail ad un soggetto della rete o a benicomuni.incomune@gmail.com

Rete Promotrice (in aggiornamento):

– L’Asilo – Ex Asilo Filangieri (Napoli)
– Mondeggi Bene Comune (Firenze)
– Villa Medusa – Casa del Popolo (Napoli)
– Santa Fede Liberata (Napoli)
– Scugnizzo Liberato (Napoli)
– Art Lab Occupato (Parma)
– Comitato ex Convitto Monachelle (Pozzuoli)
– Giardino Liberato (Napoli)
– Montevergini Bene Comune (Palermo)

 

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Carate Brianza (MB): senza condivisione del progetto e compensazione, l’abbattimento dei pini non è accettabile http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/carate-brianza-mb-senza-condivisione-del-progetto-e-compensazione-labbattimento-dei-pini-non-e-accettabile/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/carate-brianza-mb-senza-condivisione-del-progetto-e-compensazione-labbattimento-dei-pini-non-e-accettabile/#respond Sat, 19 Jan 2019 08:48:41 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12605

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Alcuni residenti nella zona interessata, insieme ad altri cittadini caratesi, contestano la decisione di rimuovere alcune alberature senza aver previsto un’adeguata sostituzione. Una scelta ritenuta frettolosa con effetti sulla salute e la vivibilità. Chiedono chiarezza e una variante al progetto che possa quantomeno compensare le perdite inevitabili.

Il progetto prevede l’abbattimento di pini domestici (Pinus Pinea) in due strade della cittadina brianzola, via Cadorna e via Dalla Chiesa, nella frazione di Costa Lambro. Un totale di ben 16 essenze arboree ad alto fusto, senza prevedere alcuna compensazione. Ne abbiamo parlato con Aurelia Zambonin, residente nella via interessata ai lavori, che insieme ad altri cittadini vogliono fare chiarezza sul progetto e sulle sue conseguenze.

Quando nasce la vicenda? Quando avete saputo del progetto di abbattimento degli alberi?

Ne siamo venuti a conoscenza a metà dicembre, dopo l’approvazione del progetto esecutivo da parte della Giunta Comunale. L’Amministrazione comunale ha dichiarato di intervenire su istanza della popolazione residente che negli anni passati lamentava danni provocati dalle radici al manto stradale e ai marciapiedi. A questo si aggiungeva la pressoché totale mancanza di manutenzione del verde presente nelle vie Dalla Chiesa e Via Cadorna. Stiamo parlando però di alcuni cittadini residenti nella zona e dell’iniziativa singola di chi amministra quattro condomini presenti in una delle vie, non della maggioranza, e nessuno di loro ha mai chiesto che venissero abbattuti i pini.

Quali sono le mancanze, i problemi e le critiche al progetto?

Il progetto appare discutibile sul piano dei contenuti e per certi aspetti carente sotto il profilo tecnico in più punti: non rispetta i regolamenti del verde comunale e del parco Valle del Lambro in quanto non prevede nessuna ripiantumazione. La scelta non è supportata da una valida relazione agronomica che attesti l’effettiva pericolosità degli esemplari arborei o il loro pessimo stato di salute, come richiede la legge, né da alcuna perizia tecnica, che documenti in modo esaustivo i danni provocati dalle radici alla rete fognaria. Eppure stiamo parlando di un progetto da ben 75.000,00 euro.

Denunciate inoltre che è mancata la condivisione del progetto, non giustificabile dalla fretta di giungere all’approvazione dello stesso.

Sì, il Consiglio di Frazione di Costa Lambro non è stato consultato dall’Amministrazione comunale prima di approvare il progetto preliminare, come previsto dal vigente regolamento, facendo venire meno la funzione partecipativa della cittadinanza. Anche il Parco Valle del Lambro non è stato coinvolto.

Quali azioni avete già intrapreso?

Il Consiglio di Frazione si è radunato in assemblea ed ha presentato al Comune un’istanza, trasmessa per conoscenza anche al Parco Valle del Lambro. Inoltre siamo andati a parlare con sindaco e assessore ai lavori pubblici senza ottenere nulla di concreto.

Cosa chiedete quindi e cosa proponete?

Abbiamo chiesto di seguire un iter procedurale corretto, rispettando in primis il vigente Regolamento Comunale del Verde di cui il comune di Carate può vantarsi (sono pochissimi i comuni in Brianza che dispongono di un regolamento di questo tipo) e che tutela gli alberi ad alto fustoInoltre ai sensi del DPR n 31/2017 dal momento che il progetto approvato non prevede la ripiantumazione, contestuale all’abbattimento, di altrettante essenze arboree ritenute idonee al contesto urbano, occorre l’autorizzazione paesaggistica da parte del Parco Valle del Lambro, che in ogni caso andrebbe richiesta addirittura prima di approvare il progetto preliminare.

Secondo il cronoprogramma allegato al progetto, i lavori dovrebbero iniziare in primavera.

Quali ulteriori iniziative avete previsto, sia a livello ufficiale sia di sensibilizzazione verso la cittadinanza per una soluzione al problema che tenga conto dell’importanza della presenza degli alberi per la salute e la vivibilità?

Faremo una nuova riunione di tutto il vicinato per poterci confrontare e al contempo informare sugli effetti del progetto definitivo: abbattimenti con rattoppo delle zone dei marciapiedi, manto stradale danneggiato e nessuna ripiantumazione. Siamo pronti a fondare un comitato di cittadini che tuteli il verde e la salute pubblica. Stiamo parlando di strade poco frequentate, ricadenti in una zona residenziale periferica: il verde dovrebbe essere considerato elemento sostanziale di valorizzazione dell’urbanizzato e mantenuto nell’interesse della comunità tutta, non solo di alcuni cittadini. Chiediamo una variante al progetto che preveda il mantenimento delle piante con minori problematiche e la ripiantumazione di essenze idonee contestuale all’abbattimento.

Un aspetto non di poco conto: non solo quelli più sensibili ma tutti i comuni sopra i 15.000 abitanti dovrebbe tenere un bilancio arboreo secondo quanto previsto dall’art. 2 della Legge 10/13. Carate Brianza ricade in questa casistica.

Luca D’Achille @LucaDAchille

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Il consumo di suolo di Roma Capitale http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/il-consumo-di-suolo-di-roma-capitale/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/il-consumo-di-suolo-di-roma-capitale/#respond Thu, 17 Jan 2019 16:22:38 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12602 Presentato in Campidoglio lo studio di Roma Capitale ed ISPRA nell’ambito di un progetto sviluppato con i volontari del Servizio Civile sul consumo di suolo a Roma. Consumati 30 mila ettari di territorio a Roma, sigillato il 13% delle aree a pericolosità idraulica.

Supera i 30 mila ettari (23,54%), circa 3.600 volte l’area del Circo Massimo, la superficie di territorio consumato nella città eterna e di questi oltre il 92% è irreversibile. Consumato anche il 13% delle aree romane a massima pericolosità idraulica del quale oltre l’80% è irrecuperabile. Questi alcuni degli esiti che emergono dal lavoro a doppia firma ISPRA e Roma Capitale, che ha coinvolto 4 volontari per 12 mesi e per oltre 6 mila ore di attività.

Utilizzare informazioni e condividere dati per definire strategie mirate a promuovere uno sviluppo urbano sostenibile tutelando il territorio e migliorandone la vivibilità. È con questo obiettivo che la UO di Statistica – Open Data di Roma Capitale e l’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – nel corso del 2018 hanno realizzato uno studio nell’ambito di un progetto sviluppato con i volontari del Servizio Civile sul tema del consumo di suolo, con particolare attenzione alle aree a rischio idraulico. Progetto che è stato anche inserito nell’attuale Piano Statistico Nazionale con partner ISPRA ed ISTAT.

Grazie ad avanzate analisi statistiche, la ricerca sperimentale presentata in Campidoglio ha prodotto una mappatura che costituisce una importante base di valutazione sul tema del consumo di suolo a Roma. Si tratta di una cartografia di grande dettaglio, unico esempio a livello nazionale, derivante dall’interpretazione di immagini satellitari che rende disponibili dati anche a livello di municipio e zona urbanistica.

La maggiore percentuale di territorio impermeabilizzato si trova nei municipi I (74,38%), II (68,42%) e V (63,11%), mentre quella minore ricade nel municipio XIV 12,78%. In linea generale Roma ha perso terreno a vantaggio di edifici (28% delle aree artificiali), strade (21%) e altre aree impermeabilizzate come parcheggi e piazzali (40%) e molte di queste superfici si trovano in zone sensibili, come aree di pericolosità idraulica o aree vincolate.

Nel territorio di Roma Capitale le aree caratterizzate dalla massima pericolosità idraulica (reticolo principale e secondario, esclusi i canali di bonifica), aree di esondazione con un tempo di ritorno di 50 anni, hanno un’estensione superiore ai 6 mila ettari e nelle aree di massima pericolosità risultano consumati più di 800 ettari, di cui l’82% irreversibilmente.

Complessivamente, nelle aree di pericolosità idraulica, soggette a esondazioni con tempi di ritorno maggiori di 50 anni, il suolo consumato è caratterizzato dal 26% di edifici, il 20% di strade asfaltate e la parte restante da altre aree artificiali come parcheggi, piazzali, campi sportivi ed altro.

Nei Municipi X e XI, che comprendono le zone urbanistiche di Ostia, Acilia, Malafede, Infernetto e Ponte Galeria, sono invece localizzate le aree di massima pericolosità idraulica legate ai canali di bonifica. Queste si estendono per una superficie di quasi 3.000 ettari, interessando una popolazione di quasi 58.000 abitanti. Il suolo consumato in questo contesto supera i 700 ettari con una percentuale di suolo consumato permanente del 90%.

I dati e le cartografie prodotti saranno messi a disposizione oltre che degli amministratori anche dei cittadini in formato aperto sul portale istituzionale di Roma Capitale.
Una sintesi dei dati disponibili municipio per municipio sul sito Ispra: http://www.isprambiente.gov.it/it/evidenza/ispra/il-consumo-di-suolo-di-roma-capitale

 

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http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/il-consumo-di-suolo-di-roma-capitale/feed/ 0
San Leone rischia un disastro ambientale. L’appello di Mareamico http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/san-leone-rischia-un-disastro-ambientale-lappello-di-mareamico/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/san-leone-rischia-un-disastro-ambientale-lappello-di-mareamico/#respond Wed, 16 Jan 2019 22:03:27 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12600 A San Leone (Agrigento) da tempo sulla spiaggia è adagiata una condotta, che trasporta tutte le fogne della frazione balneare presso il depuratore di Sant’Anna. Questo tubo è tristemente famoso perchè durante le mareggiate viene sballottato dalle onde ed ogni volta rischia di rompersi.
L’ente gestore per le fognature Girgenti acque, anche a seguito delle pressioni esercitate da Mareamico, ha approntato un progetto per ripristinare la barriera a difesa della condotta, che negli anni è stata aggredita e distrutta dal mare.

Purtroppo questo progetto è stato bocciato dalla conferenza dei servizi ed ora San Leone rischia un disastro ambientale.

Qualcuno deve intervenire !!!…

Ecco il video: https://www.facebook.com/835808973122116/videos/321239475184107/

 

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Mogliano Veneto: l’onda lunga del cemento http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/mogliano-veneto-londa-lunga-del-cemento/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/01/mogliano-veneto-londa-lunga-del-cemento/#respond Wed, 16 Jan 2019 21:47:25 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=12598 A cura del Comitato a difesa ex Cave di Marocco e di Salviamo il Paesaggio Mogliano Veneto.

L’onda lunga dei vecchi PRG e delle innumerevoli varianti continua a consumare terreno fertile; non solo palazzine fuori misura appaiono in centro e in periferia, ma aree che vedevamo ancora verdi a breve non lo saranno più.
Ecco allora concretizzarsi, a distanza di anni dalla previsione in PRG, una nuova lottizzazione a Campocroce e quella, per noi ancora più dolorosa e su cui ci siamo spesi ottenendo migliorie, che farà nascere una serie di villette di fianco a Villa Zara Pasin (meglio conosciuta come Villa Zanga). Andate a vederla almeno una volta prima che cominci il cantiere. Da noi, come 50 o 60 anni fa, costruire le villette a fianco di una Villa storica significa dare valore alle villette e non al bene architettonico che dovrebbe essere difeso.

Ancora all’Ovest l’area retrostante l’ex SPIM attende nuovi edifici e, se passate per Zerman, vedrete un cartello che propone la vendita di un altro prato a fini lottizzazione. Nel prossimo futuro, inoltre, di certo vedremo apparire altri cantieri grazie al “risveglio” delle autorizzazioni a costruire “dormienti”.

La nostra attività, i nostri interventi per mobilitare la Soprintendenza hanno ridotto l’impatto a fianco di Villa Zanga e, forse, indotto l’Amministrazione a far ridurre le cubature a Campocroce e in altre situazioni.
Continueremo a tenere alta l’attenzione in attesa dei nuovi strumenti urbanistici, resta il fatto che il consumo di suolo continua in presenza di una legge regionale che si propone di arrestarlo e che invece dimostra tutta la sua inefficacia.

Questa Amministrazione ha adottato un PAT che affermerebbe la volontà di ridurre le cubature previste dai precedenti PRG, ma molti mesi sono passati e il PAT è ancora un’idea sulla carta. Di sicuro non si è dato seguito alle nostre richieste di capire il futuro delle cave di Marocco e di avere risposta alle osservazioni al PAT, quelle nostre come quelle di altre associazioni.
Ancora una volta la realizzazione dell’agognato Parco della Biodiversità alle Cave di Marocco potrebbe rivelarsi un’illusione per tutti coloro, e non sono pochi, che hanno creduto fosse possibile realizzarlo con questa Amministrazione.

Spesso bisogna sperare per il bene e tentare di lasciarsi alle spalle malumori e tristezze, ma il 2018 si è chiuso lasciandoci ancora in attesa di una svolta in urbanistica tanto annunciata quanto ancora da realizzarsi.

 

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