www.salviamoilpaesaggio.it http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog Forum italiano dei movimenti per la difesa del paesaggio e lo stop al consumo di suolo Tue, 28 Mar 2023 08:47:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.6 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/wp-content/uploads/2011/08/cropped-logo_salviamoilpaesaggio-32x32.jpg www.salviamoilpaesaggio.it http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog 32 32 Salviamo la quercia centenaria della foresta urbana della Goccia http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/salviamo-la-quercia-centenaria-della-foresta-urbana-della-goccia/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/salviamo-la-quercia-centenaria-della-foresta-urbana-della-goccia/#respond Tue, 28 Mar 2023 08:44:41 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15893 Urgente! Firma la petizione per salvare l’albero più importante e antico della foresta urbana della goccia.

La Quercia centenaria è l’ALBERO MADRE * che ha generato la Foresta Urbana della Goccia e sta per essere ABBATTUTA. Questa quercia certamente è NATA ED È SOPRAVVISUTA all’insediamento dell’Industria delle Officine del gas di Bovisa, dell’inizio del ‘900.
Il Politecnico, nel suo progetto presentato lo scorso anno sull’area della Goccia, ha pensato che PROPRIO LI’, dove la quercia esiste da più di 1 secolo, dovrà sorgere un nuovo edificio.

Il Comune di Milano e il Politecnico sono a conoscenza della presenza della Quercia nella Foresta Urbana della Goccia; in contraddizione con la difesa degli alberi monumentali, per cui il Comune di Milano ha attivato un servizio di segnalazione per la loro difesa (link: https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/verde/manutenzione-progettazione/alberi-monumentali) la vogliono abbattere. 

LA QUERCIA  della Goccia per le sue “dimensioni, l’età, il portamento e la forma, la capacità di connotare il luogo, il legame con la storia, l’arte, la cultura”, ha tutti i requisiti per essere considerata una pianta monumentale. 

Obblighiamo il Comune di Milano a NON ABBATTERE LA QUERCIA,  ESSERE COERENTE E  RISPETTARE LE LEGGI VIGENTI SULLA TUTELA AMBIENTALE E PAESAGGISTICA, come previsto dal D.lg. 42/2004 Parte Terza; art.9 della costituzione; legge 10/2013 art 7,  norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani, che ratifica anche le sanzioni. 

             PER SALVARE LA QUERCIA FIRMA ADESSO. GRAZIE

APPROFONDIMENTI

ALBERO MADRE

Suzanne Simard è una professoressa di ecologia forestale e biologa, insegna all’Università della British Columbia. Oggi Suzanne Simard è un punto di riferimento per chi studia le piante.

Suzanne ha aiutato a identificare quello che chiama un albero centrale, o “albero madre”. Gli alberi madri sono gli alberi più grandi nelle foreste che fungono da hub centrali per vaste reti micorriziche sotterranee. Un albero madre sostiene le piantine colonizzandole con i funghi e fornendo loro i nutrienti di cui hanno bisogno per crescere. Lo chiamarono wood-wide-web: la rete immensa del bosco, che si dirama sotto il terreno, fra le radici, dove pare non accada nulla e, invece, succede di tutto. E questo tutto consente alle piante di cooperare e di sostenersi a vicenda. Stavano lavorando insieme, come un sistema. Un sistema intelligente, perspicace, reattivo.

«Gli alberi avevano bisogno gli uni degli altri». È «una giungla di fili, sinapsi e nodi» a trasportare i messaggi, una rete che ricorda molto da vicino il cervello umano e il suo intreccio di neuroni, sinapsi e neurotrasmettitori. In questa foresta senziente e intelligente c’è un hub, un centro di connessione: l’Albero Madre. Trasmettono il loro sapere ai più giovani, li aiutano a crescere, lasciano in eredità le loro risorse quando muoiono. La loro sapienza secolare tiene in vita il mondo: non soltanto quello della foresta, il nostro. L’evidenza scientifica non si può ignorare: la foresta è cablata in modo da garantire saggezza, sensibilità e cura.

Simard ci ricorda che i Salish, le antiche popolazioni della costa nord-occidentale del Pacifico, sapevano già tutto, senza ricorrere a isotopi, innesti, analisi e robot: sapevano della natura simbiotica delle foreste, delle reti fungine, della forza che nasce non dalla competizione, bensì dal sostegno reciproco fra le piante. «I Salish della costa pensano che anche gli alberi siano persone. Ci insegnano che la foresta è fatta di tante nazioni diverse che vivono fianco a fianco, in pace, ognuna delle quali dà il suo contributo a questa terra». Gli alberi insegnano la loro saggezza, a chi li sa ascoltare». Così scrive Suzanne Simard in L’Albero Madre. 

LEGISLAZIONE:

– D.lg. 42/2004 Parte Terza:

https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2004_0042.htm#P.03

– Art.9 della Costituzione: 

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. (comma aggiunto dall’art. 1 della legge costituzionale n. 1 del 2022)

https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/costituzione.htm#09

– legge 10/2013 art 7: norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani che ratifica anche le 

sanzioni.  https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0010.htm

LA FORESTA URBANA DELLA GOCCIA:

É un piccolo miracolo della Natura, che offre la possibilità di approcciare diversamente la rigenerazione urbana. Nell’era post-industriale aree come queste rappresentano una grande occasione per studiare ed applicare una reale riforestazione urbana richiesta dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU. 


Crediamo che ogni intervento sull’area della Goccia debba partire considerando l’opera della Natura come un’importante base per la rigenerazione dell’area. Purtroppo questo non sta avvenendo nei progetti del Politecnico che si preoccupa di avere l’area libera nel minor tempo possibile per realizzare nuovi edifici, e quindi nelle modalità di bonifica, che hanno previsto e prevedono l’utilizzo della movimentazione terra e la distruzione della vegetazione presente anche in aree non inquinate. L’inquinamento, invece, è residuale e ben delimitato.

Da 10 anni il Comitato esorta le amministrazioni che si sono susseguite, ad intendere il bosco spontaneo – nato in più di trent’anni sulle ex Grandi Officine del Gas della Bovisa – come un patrimonio culturale ed ambientale. 

COMITATO LA GOCCIA http://www.parcogoccia.com/

CONTATTI: comitatolagoccia@gmail.com

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Mercalli e la Pace sulla Terra. Riflessioni sulle prospettive dell’umanità a breve periodo http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/mercalli-e-la-pace-sulla-terra-riflessioni-sulle-prospettive-dellumanita-a-breve-periodo/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/mercalli-e-la-pace-sulla-terra-riflessioni-sulle-prospettive-dellumanita-a-breve-periodo/#respond Tue, 28 Mar 2023 08:39:35 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15890 A cura di Filippo Pirazzi, Comitato Salviamo il Paesaggio Valdossola.

Venerdì 24 marzo gli abitanti di questa provincia hanno avuto la possibilità di ascoltare l’ennesima conferenza sul clima tenuta in loco da Luca Mercalli, la numero 1816 della sua carriera di ricercatore scientifico e di divulgatore.

Grazie all’impegno dell’associazione Alternativa A – Casa Don Gianni, che ha organizzato l’evento anche per le Scuole superiori di Domodossola nella mattina dello stesso giorno, la sera il noto meteorologo piemontese, davanti a più di 200 persone, ha tenuto banco sulla salute del nostro Pianeta, senza peli sulla lingua e in modo piacevolmente empatico con il pubblico.
Avrebbe voluto parlarci di come lui stia già correndo ai ripari per sfuggire al riscaldamento globale, salendo di quota in montagna ed andando a vivere a 1600 metri. In un futuro nemmeno tanto lontano, sarà scelta obbligata per molti cittadini di pianura o di fondo valle che non sopporteranno più il caldo torrido dell’estate. Ma la questione ha avuto una lunga premessa, da brividi, e il tempo rimasto a disposizione per approfondire come si possa ristrutturare una vecchia casa alpina e renderla attiva ed ecologica, è volato via velocemente sul finale della serata.

Per prima cosa, Mercalli ha introdotto un dato oggettivo e tangibile: soprattutto dalle nostre parti, piove di meno e soffriamo la siccità con largo anticipo sull’estate che verrà. Anche quest’ultimo inverno, come lo scorso, è stato particolarmente asciutto, avaro di neve come di pioggia. Poco più di due dita d’acqua dall’inizio dell’anno. Per recuperare un valore medio di precipitazioni (mediamente in Ossola scendono 1480 mm annui), dovrebbe piovere circa 500 volte tanto! Speriamo solo che non vengano giù tutte insieme, altrimenti si sommerebbero ulteriori problemi di dissesto idrogeologico.
Oltre ad essere come sempre chiarissimo e preparato nella sua materia, Mercalli è uno straordinario comunicatore che riesce a stimolare ogni tipo di discussione, e sa andare al di là dei meri discorsi sul clima. Quelle di carattere sociale sono il suo forte, come ad esempio la guerra in Ucraina. Questa tragedia umana e ambientale, non solo ha vanificato una diminuzione del 6% di emissioni di gas serra, registrate nel 2020 per la pandemia covid, ma ha peggiorato del tutto la situazione mondiale, che si era impegnata di ridurne circa il 50% al 2030. Questi erano i traguardi dell’Unione Europea conseguenti la Cop 21 di Parigi (2015), non di certo svuotare gli arsenali militari degli Stati membri per vincere la guerra contro la Russia. Armamenti che ora andranno rimpiazzati con nuove armi da produrre con gran dispendio di energia, materie prime e finanze.

Pochi dati terrificanti e inconcepibili su questa infausta guerra, arrotondati per difetto: ad oggi, almeno 600 miliardi di dollari per armi e munizioni sono andati in fumo negli scontri a fuoco, con stime fino a 200.000 morti tra soldati e civili, con inaudite sofferenze tra i sopravvissuti. I costi per la ricostruzione supereranno i 400 miliardi di dollari; per non parlare dei danni economici per le sanzioni, per gli aumenti dei prezzi al consumo, per la perdita di servizi eco-sistemici di suoli, campi, boschi, praterie spariti tra le fiamme, i cui danni ambientali da soli valgono almeno 45 miliardi di dollari (fonti: media internazionali). L’Italia potrebbe aver già generato costi superiori a 190 miliardi di euro a noi destinati dal PNRR (fonte: Money.it) in aiuti militari, accoglienza dei profughi, aumento delle bollette energetiche e dell’inflazione, crollo del PIL. Ma di Pace in Europa se ne sente parlare troppo poco, sono più frequenti le dichiarazioni di altre forniture belliche pronte ad entrare sul campo di battaglia.

Un mare di denari dei contribuenti per la guerra, anzi un oceano intero. Però, chiosa Mercalli, quando poi chiedi ai cittadini o allo Stato di provvedere a dotarsi di pannelli solari e fotovoltaici da mettere sul tetto di case e scuole, la risposta è quasi sempre la stessa: “costa troppi soldi …”.

Senza la Pace, ma continuando invece a distruggere la vita con i carrarmati, oltre che disumano, allontana l’umanità dal raggiungimento degli obiettivi di sopravvivenza: il limite massimo per non rischiare di sparire per sempre dalla faccia della Terra è +2°C di aumento della temperatura terrestre. Dopo di che anche la nostra specie homo sapiens è destinata a rientrare nella 6^ estinzione di massa della lunga storia del nostro Pianeta. Lo affermano gli scienziati di tutto il mondo che puntualmente rimangono inascoltati. A livello globale siamo ormai arrivati a +1,1°C, ma sull’arco alpino per fattori morfologici, climatici e latitudinali questi valori sono già adesso più elevati. Lo testimoniano i ghiacciai delle Alpi che stanno scomparendo a vista d’occhio. Entro la fine del secolo non ne resterà più traccia, nemmeno dell’acqua sorgente, oggi ancora proveniente dal loro scioglimento estivo.

Responsabili di questo repentino riscaldamento climatico, che interessa il destino della nostra specie, e si badi bene non quello dei dinosauri mesozoici, sono le emissioni di CO2, derivanti dalla combustione di fonti energetiche fossili, come il carbone, il petrolio e il gas metano. Non possono esserci più dubbi che sia questa la causa della patologia di cui soffriamo fatalmente in modo universale. Cercare altre giustificazioni non aiuterà l’umanità a guarire per tempo. Tutte le persone disponibili ad intendere dovrebbero aiutare i negazionisti dei cambiamenti climatici a farsi un serio esame di coscienza, incominciando a dare il buon esempio, con alcune rinunce graduali e resilienti del superfluo e dei capricci.

In conclusione, per Mercalli ora spetta alla politica affrontare con decisione il problema del riscaldamento climatico. Le Scienze ricalcolando migliaia di volte tutto quello che c’è da calcolare con metodo e rigore scientifico, hanno ampiamente dimostrato di chi siano le colpe e quali siano le cure da avviare immediatamente. Inoltre, il mondo scientifico è in grado di prevedere gli scenari futuri e di confermarli con un minimo grado di errore, perché già previsti fin dagli anni ’60 del secolo scorso. Sono attesi nell’ordine: aumento del livello dei mari tale da indurre all’esodo forzato la maggior parte della popolazione mondiale che vive in città costiere; desertificazione di vaste aree oggi coltivabili, carestie e nuove epidemie; crisi idriche e alimentari; eventi meteorologici catastrofici; la diminuzione della superficie delle calotte polari che sono riserve naturali di acqua dolce; perdita di habitat e di specie viventi.

Non ci sarebbe da perdere altro tempo in inutili discussioni se il primo passo tocchi ai paesi occidentali, oppure a quelli in via di sviluppo. Ma i nostri governanti hanno in agenda ben altro, mentre si continua a consumare suolo fertile al ritmo di 2,2 mq al secondo e mentre il consumismo dilaga come se non ci fosse un domani. C’è ancora chi fatica a comprendere che le risorse del Pianeta non sono infinite, perché viviamo in un sistema con dei limiti, che tra l’altro conosciamo molto bene. Le riserve mondiali di petrolio si esauriranno in meno di 40 anni e di molte altre si può già stimare la data di scadenza. Dovremmo cercare le alternative prima dell’ora X, mentre pende ancora sulle nostre teste una guerra nucleare, come se fosse un’opzione negoziabile.

Solamente donne e uomini di buona volontà, con una predisposizione mentale libera e responsabile potranno provare a percorrere la strada del minimo danno climatico: riduzione della CO2 ai livelli pre-industriali e contenimento dell’aumento di temperatura globale entro i 2 gradi, con buona pace per le generazioni future.

(Foto di Fabio Nedrotti).

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Rimettere l’IMU sulla prima casa? Riflessioni per un dibattito http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/rimettere-limu-sulla-prima-casa-riflessioni-per-un-dibattito/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/rimettere-limu-sulla-prima-casa-riflessioni-per-un-dibattito/#comments Sun, 26 Mar 2023 08:33:59 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15884 Gaia Baracetti, autrice di “Perché bisogna abolire i contributi all’agricoltura“, ci trasmette queste sue riflessioni su un tema che connette il rapporto tra l’IMU e la prima casa. Un contributo volutamente “provocatorio” che pubblichiamo ritenendolo utile per una discussione opportuna.

Nessun politico ne avrebbe il coraggio, in Italia oggi. Eppure sarebbe una misura di equità, lungimiranza e tutela dell’ambiente di cui beneficerebbe l’intera collettività. Per molti motivi.
Innanzitutto, quando si parla di introdurre una tassa, non necessariamente si parla di aumentare il livello di tassazione totale, anzi: sarebbe meglio che così non fosse. Mettere l’IMU sulla prima casa significherebbe accumulare risorse che poi non sarebbe più necessario reperire altrove – per esempio dalla tassazione sul lavoro, o dalle innumerevoli marche da bollo o ticket che sono la forma più regressiva di tassazione…

Non è nemmeno necessario che i più poveri paghino: niente impedisce, come si fa per il reddito e com’era prima, di stabilire una soglia sotto la quale si è esenti. Questo dovrebbe però valere solo per case molto piccole: il problema principale, infatti, è lo spazio che le nostre case occupano. In Italia di spazio ce n’è poco, pochissimo (abbiamo una densità di popolazione più alta di quella della Cina), e lo sprechiamo in modo assurdo – ad esempio permettendo a chiunque di costruire case enormi ovunque, con giardini da signore rinascimentale, con tutto il corollario di strade, luci, tubature, parcheggi, mezzi pubblici e raccolta rifiuti che devono per forza seguire l’espansione infinita della città. Prima, almeno, si pagavano in parte questi servizi con la tassa sulla casa – ma da quando non c’è più, un individuo o una famiglia si gode la sua casona senza spese, mentre tutti gli altri – compresi quelli costretti in piccoli appartamenti in zone trafficate – pagano tanto quanto lui per garantirgli tutte le comodità e servizi.

Le tasse, come principio generale, non dovrebbero servire soltanto per raccogliere soldi ma anche per incoraggiare comportamenti considerati virtuosi e scoraggiare comportamenti che danneggiano la collettività. Anche per questo è sbagliato tassare così pesantemente il lavoro – che è un contributo del singolo alla società – e poco o nulla la rendita e la proprietà, che dà benefici al singolo che ne gode a spese di tutti gli altri che ne sono esclusi.
L’IMU, quindi, dovrebbe essere innanzitutto un modo per compensare la collettività dei costi che la nostra proprietà impone. In primis perché lo spazio che chiamiamo nostro non può più appartenere a nessun altro, né singolo, né comunità, né – ce ne dimentichiamo sempre! – natura selvatica. Lo spazio della nostra casa diventa lo spazio negato al vicino, al povero, alla piazza e al capriolo. Pagarci una tassa sopra è un modo per risarcire gli altri di questa perdita irreversibile, e ci disincentiva dall’arraffare più spazio possibile perché tanto è gratis; nonché, come si è detto sopra, serve per contribuire ai servizi di cui usufruiamo, e più grande è la casa, più se ne rendono necessari per ogni persona.
Inoltre, le tasse secondo la nostra costituzione dovrebbero essere progressive; aver eliminato quasi del tutto una tassa sulla proprietà viene meno a questo principio fondamentale, trattando allo stesso modo chi ha la villa e chi sta in un monolocale.

Non solo.
L’espansione urbana antiestetica e disordinata a cui ci siamo ormai abituati è in realtà un fenomeno estremamente recente. Le città storiche sono tutte costruite allo stesso modo ovunque nel mondo, seguendo la stessa logica: le case sono strette, spesso a più piani, attaccate il più possibile e vicine ai servizi essenziali. Questo perché l’umanità ha sempre saputo che lo spazio è prezioso. Che vicini si vive meglio. E che spostarsi consuma energie. Quando ero in visita a Bruxelles, un’amica mi ha spiegato che le case sono così strette perché quando furono costruite si pagava la tassa sul suolo occupato, e quindi ognuno cercava di minimizzare la propria impronta. In montagna ho sentito storie simili: lo spazio era talmente scarso e prezioso che nessuno avrebbe sprecato il proprio orto costruendoci sopra un villone su un piano. Una IMU per tutti gli immobili dovrebbe avere una funzione simile: scoraggiare lo sperpero di spazio. Vuoi allargarti? Paghi. Fai un uso razionale dello spazio? Risparmi.

Non dovrebbe sfuggire il fatto che sono queste città storiche, dense ma non prive di verde, varie ma armoniche, che andiamo a visitare per vedere qualcosa di bello. Nessuno fa il turista nelle periferie di villette e capannoni, nessuno va a vedere i casermoni popolari, le monofamiliari con parcheggio, le case-cubo dei tempi del boom. Tutti le vogliono avere – forse per sentirsi come re con mille metri quadri di regno – ma nessuno le apprezza. Avete mai visto un turista che si fermi a fotografare una via asfaltata fiancheggiata da case stile dopoguerra?
Tutte queste nuove tipologie abitative spreca-spazio non solo sono brutte, non solo sottraggono spazio alla collettività: sono tra le principali responsabili del traffico che soffoca le nostre città e, al tempo stesso, sua conseguenza. In un tempo senza automobili, costruire città a bassissima densità abitativa sarebbe stata una follia: per comprare il pane o andare al lavoro ognuno avrebbe dovuto camminare ore ogni giorno. L’automobile ha reso possibile vivere lontano da tutto, ma paradossalmente lo ha reso anche desiderabile: per sfuggire al traffico si va a vivere fuori città, e poi quel traffico si contribuisce a crearlo quando si è costretti a tornarci per fare qualunque cosa che non sia mangiare a casa propria o dormire.

Tutto è cambiato con l’auto, ma non in meglio. Il singolo proprietario di villone con giardino magari è contento, se la benzina e il tempo perso nel traffico non gli sembrano un problema. Ma la città risente dell’inquinamento che le masse di pendolari producono, e tutto l’ambiente soffre: per permettere la costruzione di case così enormi con spazi così grandi intorno, sempre più lontane dal centro, si sono costruite strade asfaltate, che necessitano di manutenzione e impermeabilizzano il suolo; si è portata l’acqua e l’elettricità – e più tubi corrono a portare l’acqua, e più lontano vanno, più aumentano le possibilità di perdite, mentre l’inquinamento luminoso causato dall’estendersi delle luci pubbliche e private che seguono le case ha privato tutti della bellezza di un cielo stellato. Nessuno vuole vivere in buie periferie, e quindi la vecchia campagna misteriosa di un tempo oggi è illuminata come il parcheggio di un centro commerciale. Ancora: i camion dei rifiuti devono fare sempre più strada, aumentando il costo ambientale pro capite della raccolta differenziata, gli autobus hanno bisogno di nuove fermate, e così via.
E tutte queste cose le paghiamo tutti indipendentemente da dove abitiamo; paghiamo per gli spreconi anche se siamo virtuosi. Certo, la TARI viene calcolata anche in base all’estensione della casa, ma quello che manca sono le pertinenze e il giardino. È questo il problema. Il motivo principale per cui bisognerebbe rimettere l’IMU sulla prima casa è di creare l’occasione per ridisegnare questa tassa perché soppesi il grande lusso dello spazio e includa anche i giardini – in alcuni casi davvero enormi, ma, anche quando sono piccoli, capaci tutti assieme di mangiarsi il poco che resta di boschi e campagne.
Non è solo una questione di bellezza. La terra ci serve – per mangiare.

Chiunque abbia provato ad avviare un’attività agricola senza averla ereditata si sarà accorto che in molte zone è praticamente impossibile ormai. I terreni costano e sono troppo frammentati, le strutture mancano e le norme impediscono di costruirle vicino alle case, e le case sono dappertutto, tutto è recintato, bloccato, ci sono conflitti ovunque… Questo è in gran parte una conseguenza dell’espansione della città dentro la campagna: strade, case e parcheggi si sono mangiati quelli che una volta erano fertili campi e bellissimi prati stabili. L’estensione della periferia ha creato necessità di supermercati e centri commerciali dotati di immensi parcheggi perché tutti si muovono in macchina, mentre cittadini facoltosi hanno comprato case con stalle e fienili e li hanno trasformati in gigantesche depandance per le loro ville: le mucche accudite dalle famiglie di un tempo sono state sfrattate assieme a tutto ciò che era autenticamente contadino e sono finite ammassate in enormi capannoni. Lo stile “rustico” è sbocciato a spese della vita rustica, quella vera. E, come beffa finale, spesso i cittadini che hanno voluto la casa in mezzo al verde poi pretendono che quel verde sia ordinato e senza vita: si lamentano se canta il gallo, se si sente puzza di stalla, se passano le pecore, se l’erba osa crescere appena appena la falciano senza pietà… E siccome continuiamo a mangiare uova e formaggi, e da qualche parte bisogna pur produrli, questo ha significato la concentrazione dell’allevamento nelle poche zone in cui è ancora possibile, magari con gli animali chiusi in grigi hangar dove non danno fastidio, anziché in piccole stalle vicino alle case o all’aperto nei prati, come dovrebbero stare.
Per chi vorrebbe tornare all’agricoltura tradizionale, su piccola scala, tutto questo è un incubo. Con le migliori intenzioni del mondo di produrre cibo in maniera sostenibile, di tenere gli animali in piccoli numeri, seguiti come si deve, permettendo loro una vita naturale, si fa tanta, troppa fatica a trovare uno spazio adeguato, ci si scontra con norme assurde, vicini vendicativi, e per quanto lontano si vada a cercare un po’ di spazio ci si ritrova sempre circondati da enormi giardini inutilizzati – per bellezza, per avere spazio vuoto attorno, per far correre il cane ogni tanto, per prendere il sole o fare griglie, per tenere un triste asinello solitario… per gli animali utili, quelli che producono cibo per tutti, non è rimasto più spazio; un campo da coltivare costa un occhio della testa, perché ne restano così pochi ormai… e quindi gli italiani importano cibo prodotto distruggendo foreste altrui.
Non è un caso che molti dei neo-rurali, dei nuovi contadini, dei giovani che “tornano alla terra”, sono gli stessi che hanno ripreso a disboscare la montagna: in pianura non c’è più posto!

Chi non ha provato la rabbia di vedere i più benestanti tra i propri concittadini potersi permettere immense recintate estensioni di nulla, mentre chi non è già ricco non trova lo spazio sufficiente per un orto commerciale o un pollaio come si deve, non può capire il senso di ingiustizia che si prova per questo mondo capovolto trattato come fosse normale.
Non è solo questione di cittadini: anche i contadini, non pagando l’IMU sui terreni agricoli né, come tutti, sui giardini, una volta ereditata o comprata una tenuta possono sprecarne gran parte senza conseguenze economiche.
E non è nemmeno finita qui. Chiunque abbia passato un po’ di tempo in vivai o consorzi agricoli avrà presente la scena: un cliente o una giovane coppia che si appoggiano al bancone e sciorinano una lista di pesticidi ed erbicidi che gli servono per il “giardino” – perché tutti vogliono il prato inglese, costi quel che costi, e le piante di proprio gradimento anche se vengono regolarmente attaccate da insetti che ci sentiamo in perfetto diritto di sterminare. Tra irrigazione (con acqua potabile!), pesticidi, erbicidi, e consumo di carburanti per lo sfalcio, i giardini privati sono uno dei peggiori buchi neri ecologici dei paesi occidentali moderni.

La terra è fonte di ricchezza. Non per niente esiste una teoria economica, che alcuni stanno riscoprendo, che si chiama georgismo e propone di tassare soltanto o principalmente la terra e le risorse naturali, perché è da essere che viene tutto ciò che abbiamo, e chi ne ha diritto d’uso deve qualcosa a tutti gli altri.
Nel nostro paese è difficile acquisire terra e proprietà, ma facile tenersele – dovrebbe essere il contrario. Le tasse sull’eredità sono basse, e così anche quelle sulla proprietà, mentre avere accesso al credito è difficile e costoso e quindi una parte significativa di ogni investimento va alle banche, non a spese produttive.
Un paese organizzato in questo modo non è equo: è fossilizzato e iniquo. Una tassa sulla proprietà risolverebbe in parte tutti i problemi finora elencati. Chi non riesce a permettersi questa tassa si prenderà un’abitazione o un terreno più piccolo, oppure – e questo sarebbe uno degli obiettivi – inizierà a fare un orto o allevare qualche animale utile nella propria tenuta, così da recuperare i costi, oppure ad affittare a chi non trova casa o terra un po’ della propria. E per non penalizzare i più poveri si potrebbe stabilire una soglia in metri quadri sotto alla quale non si esige nessuna tassa, e addirittura redistribuire parte degli introiti a chi non ha nulla e paga un affitto.

Se qualcuno possiede edifici o terreni che non può mantenere e non riesce a vendere neanche a un prezzo più basso, si potrebbe istituire un sistema per cui questi vengono acquisiti dagli enti pubblici e trasformati in aree protette, orti comunitari o alloggi sociali. Ricominceremmo a stare assieme, anziché ognuno rinchiuso nel proprio giardino.
Ci sarebbero benefici ulteriori. Tassando la proprietà immobiliare l’evasione diventerebbe quasi impossibile, a differenza del lavoro che può non essere dichiarato o dei capitali che possono essere spostati. E la truffa per cui alcuni prendono residenze fittizie in seconde case per non pagare l’IMU potrebbe finire se si tassassero anche le prime case. Si potrebbe usare un IMU comprensivo della prima casa anche per ridurre i costi dell’imposta di registro: possedere una casa dovrebbe avere un costo, ma non acquistarla o cambiarla. Come si legge in questo articolo di Franco Osculati sul tema, “un’operazione di questo tipo potrebbe essere intesa come un’iniziativa a favore dei giovani, che più dei genitori o dei nonni sono interessati a vendere e comprare case” (si potrebbe aprire qui tutto un discorso sulle parcelle dei notai…).

Non sarebbe un sistema perfetto: finché esistono diseguaglianze di reddito e di rendita estreme come quelle odierne, chi guadagna molto più degli altri non avrà problemi a pagare le tasse per la propria casa di lusso e il proprio enorme giardino. Un motivo in più per intervenire anche sulle diseguaglianze – ma questo è un argomento per un’altra volta.

(Immagine di Paolo Baldi).

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Villa Adriana salva, TAR dà ragione a Italia Nostra sulla lottizzazione Nathan http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/villa-adriana-salva-tar-da-ragione-a-italia-nostra-sulla-lottizzazione-nathan/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/villa-adriana-salva-tar-da-ragione-a-italia-nostra-sulla-lottizzazione-nathan/#respond Sat, 25 Mar 2023 17:06:16 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15882 A cura di Carlo Boldrighini, Presidente Italia Nostra Aniene e Lucretili.

Con sentenza 04841/2023 il Tar Lazio (Sezione Seconda Stralcio) si è espresso sul ricorso depositato nel lontano 2012 da Italia Nostra contro le delibere e autorizzazioni rilasciate da diversi Enti a partire dal Comune di Tivoli tese alla realizzazione di un imponente complesso edilizio, denominato Lottizzazione Nathan, all’interno dell’area di protezione del Sito Unesco di Villa Adriana in Tivoli.

Con le motivazioni espresse nella sentenza si sono pienamente riconosciute le ragioni della Associazione Italia Nostra che ha smontato il cartello di carte messe in piedi dagli Enti competenti tese a smantellare le misure di salvaguardia del Piano Territoriale Paesaggistico Regionale del Lazio e le misure di salvaguardia richieste dall’Unesco allo Stato Italiano per la permanenza del Sito Villa Adriana nell’elenco dei Beni “Patrimonio dell’Umanità”.

Con la medesima sentenza il TAR Lazio ha stabilito che il Comune di Tivoli dovrà operare per recepire nel proprio strumento urbanistico le tutele obbligatorie della cd. Area Buffer e cancellare di fatto la possibile e ipotetica nuova richiesta di cementificazione di tali aree. Sanziona anche i soccombenti a pagare le spese.

La Presidenza di Italia Nostra Sez. Aniene e Lucretili esprime soddisfazione per tale risultato e ribadisce che nel caso si vorrà adire al Consiglio di Stato da parte dei costruttori o degli Enti soccombenti si adoprerà per scongiurare anche in quella sede un danno irreparabile al territorio di Tivoli.

(Immagine di Luca Carra, a cura di Italia Nostra)

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ISPRA: nell’ultimo trentennio diminuita del 20% la disponibilità idrica nazionale http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/ispra-nellultimo-trentennio-diminuita-del-20-la-disponibilita-idrica-nazionale/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/ispra-nellultimo-trentennio-diminuita-del-20-la-disponibilita-idrica-nazionale/#respond Wed, 22 Mar 2023 16:01:00 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15880 22 marzo 2023, Giornata Mondiale dell’Acqua.

È decisamente un trend in calo quello registrato in Italia a livello di disponibilità di risorsa idrica.
Nell’ultimo trentennio climatologico 1991–2020, con un valore che ammonta a più di 440 mm, la disponibilità di acqua diminuisce del 20% rispetto al valore di riferimento storico di 550 mm., circa 166 km 3 registrato tra il 1921–1950.
Anche le stime sul lungo periodo (1951–2021) evidenziano una riduzione significativa, circa il 16% in meno rispetto al valore annuo medio storico.

Questa riduzione, dovuta in gran parte agli impatti dei cambiamenti climatici, è da attribuire non solo alla diminuzione delle precipitazioni, ma anche all’incremento dell’evaporazione dagli specchi d’acqua e dalla traspirazione dalla vegetazione, per effetto dell’aumento delle temperature.
Sono le stime del BIGBANG, il modello idrologico realizzato dall’ISPRA che analizza la situazione idrologica dal 1951 al 2021 fornendo un quadro quantitativo e qualitativo delle acque in Italia.
Ancora in corso di valutazione l’anno 2022.

Le proiezioni climatiche future evidenziano, sia su scala globale che locale, possibili impatti dei cambiamenti climatici sul ciclo idrologico e sulla disponibilità di risorsa idrica, dal breve al lungo termine. Tale condizione non potrà mutare, se non saranno messe in campo efficaci azioni di riduzione delle pressioni antropiche, sia sul versante delle emissioni dei gas a effetto serra, sia su quello della gestione della risorsa idrica, in un’ottica di adattamento e sostenibilità dei relativi usi.
La siccità 2022, con un deficit di precipitazione, liquida e solida, e la persistenza di elevate temperature, ha di fatto ridotto la disponibilità di risorsa e le riserve idriche per i diversi usi (civile, agricolo, industriale) e per il sostentamento degli ecosistemi e dei servizi che essi erogano, evidenziando ancor più la necessità di affrontare le problematiche connesse alle pressioni antropiche. I nostri studi hanno già da tempo evidenziato un aumento statisticamente significativo della percentuale del territorio italiano soggetto a condizioni di siccità estrema su scala temporale annuale.
Le analisi sul bilancio idrico nazionale, condotte dall’Istituto in collaborazione con l’Istat, hanno inoltre evidenziato il ruolo significativo dei prelievi di acqua dai corpi idrici che, anche in anni non siccitosi e con larga disponibilità di acqua superiore alla norma, possono determinare condizioni di stress idrico. Ciò è avvenuto per l’Italia, ad esempio, nell’estate del 2019.

SINTESI DEI DATI

Fiumi e laghi
È buona la situazione dello stato ecologico delle acque superficiali interne – fiumi e laghi. In base alle prime analisi condotte a livello nazionale che pongono a confronto i dati relativi alla classificazione di stato dei corpi idrici per il periodo 2016-2021 con quelli dei 6 anni precedenti, oltre il 43% dei corpi idrici raggiunge l’obiettivo di qualità buono e superiore, mentre si raggiunge lo stato chimico buono per il 77%. Diminuisce, arrivando al 10%, la percentuale dei copri idrici ancora in stato sconosciuto quindi non ancora analizzati sia per l’ecologico che per il chimico. Rimangono invariate le percentuali relative allo stato di qualità dei fiumi, mentre sembra essere migliorato lo stato dei laghi.

Acque di transizione e marino costiere
Rispetto ai precedenti sei anni, nel periodo 2016-2021 si riduce anche la percentuale delle acque di transizione (le acque che si trovano in prossimità di una foce di un fiume, parzialmente di natura salina, ma sostanzialmente influenzate dai flussi di acqua dolce) e marino costiere, ancora non classificate.
Aumentano i corpi idrici in stato ecologico buono ed elevato di circa 10 punti percentuali (66% per le acque marino costiere e 15% per le acque di transizione), ma crescono anche quelli in stato chimico non buono (49% per le marino costiere 57% per le acque di transizione). Occorre considerare che dal 2015 la classificazione dello stato chimico include anche il monitoraggio di alcuni parametri negli organismi vegetali e animali presenti nell’ecosistema, non più solo nelle acque.
Rimane invariata la percentuale di corpi idrici in stato buono per le acque marino costiere (52%), mentre tale percentuale raggiunge il 39% per le acque di transizione.

Corpi idrici sotterranei
Buono lo stato chimico del 70% dei corpi idrici sotterranei nel periodo 2016-2021, valore in aumento rispetto al 58% dei sei anni precedenti e risulta in netto calo la percentuale di corpi idrici ancora non classificati (3%) rispetto al precedente 17%. Anche la classificazione dello stato quantitativo è stata estesa alla maggior parte dei corpi idrici sotterranei, con percentuali di non classificati in netta riduzione. I corpi idrici classificati in stato quantitativo buono raggiungono il 79% del totale, quelli in stato scarso il 19%.

Per approfondire: https://www.youtube.com/watch?v=67bRGWo1qjU

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Il futuro della Lombardia non può essere il consumo di suolo http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/il-futuro-della-lombardia-non-puo-essere-il-consumo-di-suolo/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/il-futuro-della-lombardia-non-puo-essere-il-consumo-di-suolo/#respond Fri, 17 Mar 2023 08:55:48 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15876 No all’ampliamento dell’aeroporto, serve un modello diverso di sviluppo.

«In una Regione come la Lombardia lo sviluppo non può coincidere sempre e solo con nuovo consumo di suolo». E’ la risposta della coalizione nata per difendere la brughiera di Malpensa dall’espansione dell’aeroporto a quanto di recente dichiarato sulla stampa dal viceministro alle infrastrutture e ai trasporti Galeazzo Bignami. Per il rappresentante del Governo, infatti, il precedente Piano nazionale aeroporti (Pna) – redatto su indicazione dell’ex-ministro Enrico Giovannini – non valorizzava in modo sufficiente le aree cargo, necessarie per un vero rafforzamento del trasporto aereo in Italia. Bignami ritiene quindi – come anticipato in più occasioni dal ministro Matteo Salvini e, pochi mesi fa, anche dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni – che l’ampliamento di Malpensa sia urgente e strategico. «Si tratta di una visione miope. – spiegano le associazioni – La Lombardia è la regione con il più alto consumo di suolo in Italia, come emerso dall’ultimo rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Ispra. Non solo: secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, la Pianura Padana è anche l’area con il livello di particolato più alto d’Europa. Serve un cambio di paradigma: continuare a cementificare – incentivando peraltro un mezzo di trasporto inquinante come l’aereo – è una mossa perdente».

«Governo e Regione – sottolineano associazioni e comitati – mancano su questi temi di una visione a lungo termine. L’espansione incontrollata degli aeroporti finirà infatti per avere un impatto negativo su salute ed economia: qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua ne risentiranno, mentre verranno indeboliti i servizi ecosistemici normalmente garantiti da ecosistemi sani».

«Come se non bastasse, la capacità delle aree verdi di sostenere la biodiversità, assorbire CO2 e contrastare il cambiamento climatico ne uscirà indebolita. Il caso di Malpensa è emblematico: qui l’espansione dell’aeroporto non si tradurrebbe solo in nuova cementificazione, ma intaccherebbe anche un habitat di grande valore. Questa zona presenta infatti caratteristiche uniche, che la rendono differente dalle brughiere tipiche del Nord europa». Per questo la coalizione ha lanciato una petizione su Change.org, già firmata da oltre 8500 persone, chiedendo più tutele per la biodiversità, l’inclusione della brughiera tra le aree della Rete Natura 2000 e una revisione del Masterplan 2035 dell’aeroporto.

La raccolta firme è stata rilanciata lo scorso 25 febbraio, in occasione del convegno La brughiera di Malpensa e Lonate Pozzolo – Un tesoro da custodire, a cui hanno preso parte ospiti internazionali dal mondo della ricerca e dell’ambientalismo e presenziato più di 250 persone. A questo punto la battaglia, secondo la coalizione, è anche culturale: «Nessuna compensazione ambientale o ritorno economico può giustificare la distruzione di un habitat rarissimo a livello non solo italiano, ma europeo – concludono i rappresentanti delle associazioni – La brughiera, con le sue fioriture e i suoi colori, contribuisce al benessere dei cittadini e ospita specie in via d’estinzione, di interesse comunitario. E’ questa la ricchezza che dovremmo preoccuparci di lasciare alle nuove generazioni».

Per firmare la petizione e salvare la brughiera → http://chng.it/fxtpGvYxrm

Comunicato a firma di: Lipu, Fai, Wwf, Italia Nostra Lombardia, Legambiente Lombardia, Lipu, Life Drylands, Centro Italiano Studi Ornitologici, Ecoistituto della Valle del Ticino, Coordinamento Salviamo il Ticino, Viva via Gaggio

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Gli esperti del suolo concordano: incentivi agli agricoltori, chiave per futuro dell’umanità http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/gli-esperti-del-suolo-concordano-gli-incentivi-agli-agricoltori-sono-la-chiave-per-il-futuro-dellumanita/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/gli-esperti-del-suolo-concordano-gli-incentivi-agli-agricoltori-sono-la-chiave-per-il-futuro-dellumanita/#respond Fri, 17 Mar 2023 08:51:33 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15874 13 marzo 2023: il movimento Conscious Planet – Salva il Suolo ha redatto un rapporto riepilogativo della tavola rotonda tenutasi lo scorso 5 dicembre in occasione della Giornata Mondiale del Suolo. All’incontro hanno preso parte 134 esperti provenienti da 31 paesi. Tutti si sono dichiarati concordi sulla necessità di fornire incentivi concreti per sostenere gli agricoltori nella tutela del suolo che si sta ormai degradando rapidamente a livello globale.

Già nel 2015 il 52% dei terreni agricoli su scala planetaria versava in condizioni di degrado. Si può solo immaginare quanto da allora questa percentuale sia aumentata (Iniziativa ELD, 2015). E stringendo il campo le condizioni non migliorano, anzi: in Europa, per esempio, è il 60-70% dei suoli a versare in condizioni malsane (Commissione europea, 2022).

La professoressa Rosa Maria Poch del Gruppo Tecnico Intergovernativo sui Suoli, FAO ha sottolineato i benefici di un suolo sano per la conservazione della biodiversità, la riduzione delle emissioni di carbonio e per riequilibrare i volumi dei bacini idrografici. Ma ha altresì confermato che gli agricoltori hanno bisogno di incentivi per cambiare.

Il problema, ha sottolineato, è che il miglioramento della resa delle colture richiede tempo dopo l’adozione di pratiche sostenibili, pertanto incentivi o compensazioni devono coprire i costi della transizione.

“Dobbiamo passare – ha dichiarato – da una gestione che si limita a utilizzare il suolo a una che abbia il suolo stesso come principale oggetto di tutela. È necessario che la collettività abbia una maggiore consapevolezza di cosa sono i suoli agricoli e del loro ruolo. Oltre a questo è determinante che in tutti i Paesi vengano effettuate indagini dettagliate per conoscere nel dettaglio i terreni di cui dispongono. Se non conosciamo i nostri suoli, non saremo in grado di gestire questa preziosa risorsa e di valorizzarne il potenziale”.

Salva il Suolo è un movimento globale che si propone di affrontare la crisi del degrado del suolo e di sostenere i governi nell’attuazione di politiche per la sua salute e riportare un minimo di 3-6% di materia organica nei terreni agricoli.

8 nazioni hanno firmato protocolli d’intesa con Salva il Suolo.

(Immagine tratta dal sito http://savesoil.org/)

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Biodiversità, sostenibilità delle produzioni, eccellenze agroalimentari: parole che hanno un significato. E deve essere rispettato http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/biodiversita-sostenibilita-delle-produzioni-eccellenze-agroalimentari-parole-che-hanno-un-significato-e-deve-essere-rispettato/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/biodiversita-sostenibilita-delle-produzioni-eccellenze-agroalimentari-parole-che-hanno-un-significato-e-deve-essere-rispettato/#respond Fri, 17 Mar 2023 08:47:32 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15872 “Mc Donald’s rappresenta l’italianità, le nostre eccellenze, la nostra biodiversità… La collaborazione con Mc Donald’s ha dato riscontro positivo sulla sostenibilità, sul benessere animale…ha dichiarato ieri il Presidente nazionale di Coldiretti.
Ma le parole sono importanti e noi queste non possiamo condividerle. Non solo perché Slow Food è nata in opposizione al fast food e alla fast life ma perché qui è in gioco il significato stesso delle parole.

L’accordo tra la principale organizzazione agricola nazionale e la più grande catena mondiale di ristoranti di fast food può avere una valenza commerciale importante e può dare risposte economiche a realtà produttive che attraversano momenti di crisi, ma non può essere presentato come operazione culturale e sociale che conduce verso l’eccellenza, la valorizzazione della biodiversità e del made in Italy, la sostenibilità, il benessere animale…

L’eccellenza del cibo italiano è il frutto di saperi artigianali, culture, competenze diffuse, suoli sani, bellezza e diversità dei paesaggi, produttori che hanno storie da raccontare, che difendono e migliorano i loro territori.

La biodiversità è la diversità delle specie e delle varietà vegetali, delle razze animali; degli insetti impollinatori, dei microrganismi che rendono vivo il suolo, dei saperi che stanno alla base di migliaia di pani, formaggi, salumi… È la diversità della vita, probabilmente l’unica ricchezza che ci permetterà di affrontare la crisi ambientale e climatica. Va presa molto sul serio, quindi. Non c’entra nulla con operazioni di marketing per italianizzare, con l’aggiunta di ingredienti locali, una formula gastronomica che rappresenta quanto di più standardizzato l’industria alimentare globale abbia mai concepito.

L’italianità va difesa quando è virtuosa. L’Italia è al quarto posto in Europa per obesità infantile, superata solo da Cipro, Grecia e Spagna, e questo è anche il risultato di un’alimentazione squilibrata a base di bevande zuccherate e cibi iperprocessati, ricchi di sale, conservanti, additivi. Un’alimentazione molto lontana da quella dieta mediterranea, patrimonio immateriale Unesco, garanzia di salubrità e longevità presa a modello in tutto il mondo. Quando il sistema alimentare compromette la salute delle persone, dei suoli, delle acque, se vogliamo davvero occuparci di sovranità alimentare, dobbiamo associare il concetto del “made in Italy” a modelli realmente virtuosi, e non ridurlo a un mero slogan.

La sostenibilità si raggiunge attraverso strade diverse, attraverso il coraggio di invertire un modello alimentare che sta generando disastri ambientali e sociali, che sta ricacciando i piccoli produttori di qualità ai margini del mercato e minando le fondamenta della sicurezza alimentare per le generazioni presenti e future.

Una narrazione che distorce il significato delle parole rischia di confondere ancora di più i cittadini, anziché aiutarli a fare scelte basate sulla consapevolezza delle ricadute sulla salute e l’ambiente.

Le parole danno forma al pensiero e danno vita alle cose. E allora noi oggi vogliamo intervenire in veste di custodi delle parole e del loro significato più autentico.

Ufficio Stampa Slow Food

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Beni immobili pubblici: tra valorizzazione economica e funzione sociale http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/beni-immobili-pubblici-tra-valorizzazione-economica-e-funzione-sociale/ Mon, 13 Mar 2023 07:08:01 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15870 di Ettore Jorio.

La richiesta di parere rivolta alla Corte dei Conti da parte del Sindaco del Comune di Terlizzi, in provincia di Bari, viene formulata al fine di ottenere un vaglio di conformità tra i principi di contabilità pubblica e la concessione di un bene immobile ad un’associazione senza scopo di lucro che, essendo a titolo gratuito per il perseguimento di finalità d’interesse generale, sarebbe potuta contrastare con il criterio di valorizzazione dei beni immobili secondo il quale questi ultimi debbano essere gestiti con l’obiettivo di costituire una fonte di reddito per gli enti locali.

La valorizzazione economica dei beni immobili e la funzione sociale della proprietà

La valorizzazione economica della proprietà pubblica, di per sé auspicabile per una gestione efficiente del patrimonio, non è un criterio assoluto ma è temperato dal principio della funzione sociale della proprietà il quale, oltre che nella Costituzione, si rinviene in numerosi interventi legislativi come ad esempio l’art 71, comma 2 del D. Lgs. 3 Luglio 2017 (c.d. Codice del Terzo Settore) ai sensi del quale: “Lo Stato, le Regioni e Province autonome e gli Enti locali possono concedere in comodato beni mobili ed immobili di loro proprietà, non utilizzati per fini istituzionali, agli enti del Terzo settore, ad eccezione delle imprese sociali, per lo svolgimento delle loro attività istituzionali. La cessione in comodato ha una durata massima di trent’anni, nel corso dei quali l’ente concessionario ha l’onere di effettuare sull’immobile, a proprie cure e spese, gli interventi di manutenzione e gli altri interventi necessari a mantenere la funzionalità dell’immobile”.
La valorizzazione funzionale dei beni trasferiti dallo Stato agli enti territoriali si aggiunge ad altri princìpi che – in generale – vanno osservati nella gestione dei beni pubblici, ossia quelli euro-unitari, quelli costituzionali (quali il buon andamento e l’imparzialità ex art. 97 Cost.) e quelli previsti dalle fonti primarie (ad esempio, il perseguimento dei fini determinati dalla legge ed il rispetto dei criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza ex art. 1 della L. 7 agosto 1990, n. 241).
A ben vedere questi principi generali di valorizzazione economica trovano in diverse norme un riferimento agli scopi sociali della proprietà come valore, non necessariamente alternativo, altrettanto perseguibile dagli enti locali nella gestione del beni demaniali. In particolare l’art. 32, comma 8 della L. 23 dicembre 1994 n. 724, nel disporre per i Comuni la determinazione dei canoni annui per i beni indisponibili a valori non inferiori a quelli di mercato secondo un principio prettamente di efficienza economica, lascia una clausola di salvaguardia nella chiusura della norma, disponendo testualmente “fatti salvi gli scopi sociali”.

Il perseguimento di finalità di pubblico interesse nella giurisprudenza della Corte dei Conti

Sulla base di queste premessa la Corte, investita del quesito circa la compatibilità di una concessione a titolo di comodato gratuito ad una realtà associativa senza scopo di lucro con i principi di valorizzazione dei beni demaniali, si è pronunciata seguendo un iter logico-giuridico solido.
Premesso che per i beni demaniali e per quelli facenti parte del patrimonio indisponibile la Pubblica Amministrazione deve ricorrere a strumenti di marca pubblicistica, per i beni facenti parte del patrimonio disponibile, che vengono gestiti dagli enti territoriali, si utilizzano atti posti in essere iure privatorum.
L’ordinaria gestione dei beni facenti parte del patrimonio immobiliare degli enti locali, come precedentemente affermato, deve assicurare la valorizzazione degli stessi con la conseguenza che tali beni dovrebbero costituire una fonte di reddito per gli enti locali, rientrante nelle entrate di natura non tributaria. Tuttavia è anche vero che “il comune è l’ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo” (art. 3, comma 2 del T.U.E.L.) e pertanto la cura degli interessi e la promozione dello sviluppo della comunità di riferimento possono (e devono) perseguirsi anche mediante l’uso migliore del patrimonio immobiliare.
Com’è stato sostenuto dalla giurisprudenza contabile, “non risulta precluso a priori per l’amministrazione l’utilizzo del comodato quale forma di sostegno e di contribuzione indiretta nei confronti di attività di pubblico interesse, strumentali alla realizzazione delle proprie finalità istituzionali” (Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per il Veneto, deliberazione n. 33/2009), ciò in quanto non vi sono nell’ordinamento vigente norme che vietino apertis verbis concessioni in uso gratuito di beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile dell’ente locale.

Criteri e discrezionalità dell’ente nel perseguimento di finalità di pubblico interesse

Le concessioni di per sé sono attributive di un vantaggio nei confronti del soggetto beneficiario (anche se lo stesso, come nel caso in esame, si accolla le spese di gestione dell’immobile) e pertanto dovrà trovare necessaria applicazione l’art. 12 della l. 7 Agosto 1990 n. 241 in base al quale: “l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi. L’effettiva osservanza dei criteri e delle modalità di cui al comma 1 deve risultare dai singoli provvedimenti relativi agli interventi di cui al medesimo comma 1”.
Tale predeterminazione dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi non può che essere contenuta nel regolamento dell’ente locale relativo alla gestione del proprio patrimonio immobiliare, all’interno del quale vi deve essere l’individuazione (e successiva pubblicazione) dei criteri di individuazione dei beneficiari.
La Corte conferma questo orientamento riportando una precedente deliberazione che molto efficacemente afferma il principio secondo il quale “la concessione in comodato di beni di proprietà dell’ente locale è da ritenersi ammissibile nei casi in cui sia perseguito un effettivo interesse pubblico equivalente o addirittura superiore rispetto a quello meramente economico ovvero nei casi in cui non sia rinvenibile alcuno scopo di lucro nell’attività concretamente svolta dal soggetto utilizzatore di tali beni” (Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per la Lombardia, deliberazione n. 172/2014).
Naturalmente la valutazione e ponderazione tra i vari interessi, e la conseguente scelta di quelli prevalenti, nonché la verifica della compatibilità finanziaria e gestionale dell’atto dispositivo, è rimessa esclusivamente alla discrezionalità ed al prudente apprezzamento dell’ente, che si assume la responsabilità della scelta.
In questo senso, la Corte, premessa la natura discrezionale della scelta da parte dell’ente, fissa comunque un criterio di contabilità, forse troppo rigido, secondo il quale “assai difficile (se non impossibile) risulterà giustificare la scelta della concessione in comodato di un bene fino a prima oggetto di un contratto di locazione, che determina logicamente il venir meno di un’ entrata per l’ente”.
Con questo passaggio la Corte contraddice se stessa e la giurisprudenza da essa riportata secondo la quale la concessione a titolo di comodato gratuito è “ammissibile nei casi in cui sia perseguito un effettivo interesse pubblico equivalente o addirittura superiore rispetto a quello meramente economico”.
Il criterio posto dalla Corte, infatti, non si riferisce ad esigenze di contabilità specifiche per le quali, ad esempio, andrebbe preferita la valorizzazione economica dell’immobile a causa di uno stato di dissesto dell’ente locale, ma dispone un principio assoluto che predilige la valorizzazione economica semplicemente perché l’immobile, come nella stragrande maggioranza dei casi, al momento della valutazione della concessione di comodato gratuito risulta fonte di reddito per l’ente.
Con questo passaggio la Corte, se nell’iter logico-giuridico fin qui formulato aveva posto la valutazione discrezionale dell’ente come ago della bilancia per la scelta tra il perseguimento di due interessi (economico e sociale) paritetici, drasticamente pone un criterio di prevalenza della valorizzazione economica sulla base di un principio irrelato che rischia di ostacolare nella prassi gli amministratori nella concessione di immobili a titolo di comodato gratuito.

I principi e requisiti per la scelta del contraente beneficiario della concessione

Per la scelta del contraente beneficiario del comodato gratuito la Corte dei Conti ritiene preferibile, tenendo conto del numero di soggetti che potrebbero risultare interessati dall’utilizzo ed impiego del bene in oggetto, una procedura selettiva di natura comparativa, definitiva confronto concorrenziale, nel rispetto di quanto previsto dall’art. 12 della l. n. 241 del 1990, e dei principi di pubblicità, trasparenza e di imparzialità.
In tale senso, la valutazione motivata del soggetto beneficiario, sulla base delle proposte progettuali presentate, passa dall’accertamento dell’assenza di qualsivoglia finalità di lucro che, secondo la giurisprudenza contabile, va accertata in concreto “verificando non solo lo scopo o le finalità perseguite dall’operatore, ma anche e soprattutto le modalità concrete con le quali viene svolta l’attività che coinvolge l’utilizzo del bene pubblico messo a disposizione” (Corte dei conti, Sezione regionale di controllo per il Veneto, deliberazione n. 716/2012).
Infine, andrà verificato che il soggetto individuato, per lo svolgimento di eventuali attività all’interno dell’immobile ceduto in comodato, non fruisca comunque di contribuzioni pubbliche di qualsiasi genere, che determinerebbero indebite duplicazioni di vantaggi, consistenti nel mancato pagamento dei canoni di locazione all’ente locale e nell’ottenimento di altri contributi (regionali, statali, ecc.) e che non sarebbero vieppiù compensate dall’accollo delle spese di gestione dell’immobile.
Un importante limite posto dalla Corte dei Conti agli enti locali nella concessione di comodati d’uso gratuiti è l’eventuale stato di dissesto dell’amministrazione che in questo caso farebbe prevalere la valorizzazione economica del bene immobile piuttosto che il perseguimento di finalità sociali.
Afferma, infatti, la Corte: “Appare evidente, pertanto, che nell’ambito della procedura di dissesto, che risulta disciplinata da un corpus normativo speciale e di stretta applicazione, la gestione del patrimonio disponibile deve costituire fonte diretta di reddito o attraverso l’imposizione di un canone nella misura massima consentita in relazione al valore del bene ovvero attraverso l’alienazione, ai fini del reperimento della massa attiva necessaria per far fronte alla massa passiva”.

Un vademecum per le pubbliche amministrazioni

Riassumendo i presupposti ed i requisiti esposti, con efficace sinteticità la Corte dei Conti afferma nelle conclusioni finali: un ente locale, qualora non si trovi in stato di dissesto, può concedere in comodato gratuito un immobile ad un soggetto che non persegua scopi di lucro per l’esercizio di attività di pubblica utilità e con accollo delle spese di gestione dell’immobile medesimo da parte del comodatario nel rispetto dei princìpi euro-unitari, costituzionali, legislativi e regolamentari. In particolare:

a) andrà motivata la compatibilità finanziaria dell’intera operazione posta in essere con la situazione economica dell’ente;
b) andranno evidenziate le ragioni che consentono di ritenere recessivo l’interesse alla ordinaria fruttuosità del bene rispetto al perseguimento di altri interessi pubblici, ritenuti prioritari dall’ente;
c) andrà attivata una procedura selettiva di natura comparativa ispirata ai princìpi generali di pubblicità, trasparenza e di imparzialità, nel rispetto dell’art. 12 della l. n. 241 del 1990;
d) andrà motivata la scelta del soggetto individuato, anche sulla base delle relative proposte progettuali;
e) andrà accertato in concreto che il soggetto individuato non persegua scopi di lucro;
f) andrà verificato che il soggetto individuato, per lo svolgimento di eventuali attività all’interno dell’immobile ceduto in comodato, non fruisca comunque di contribuzioni pubbliche di qualsiasi genere;
g) dovrà rispettarsi l’obbligo di pubblicazione di cui all’art. 26 del D.Lgs. n. 33 del 2013.

Tratto da: https://www.labsus.org/2023/02/beni-immobili-pubblici-tra-valorizzazione-economica-e-funzione-sociale/

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Gli affanni del fotovoltaico http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2023/03/gli-affanni-del-fotovoltaico/ Mon, 13 Mar 2023 07:00:48 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=15869 A cura del Comitato Salviamo il Paesaggio di Mogliano Veneto e del Comitato a difesa delle ex cave di Marocco.

Di sicuro bisogna far presto con le rinnovabili, il pianeta non può attendere oltre, ma la fretta non può essere cattiva consigliera.

A Mogliano Veneto in provincia di Treviso, i pannelli fotovoltaici sono diventati da più di un anno un cruccio e non solo una risorsa, per cittadini e amministrazione comunale, da quando cioè si sta provando a collocarli a terra, in campagna, su vaste estensioni con la scusa che è la più semplice e redditizia delle soluzioni in quanto garantisce la sopravvivenza del suolo, un reddito sicuro all’agricoltore e non disturba (più di tanto) il paesaggio.

L’Amministrazione comunale, supportata da un comitato di cittadini e dai nostri rappresentanti di Salviamo il Paesaggio in loco, ha fatto opposizione al primo impianto di 13.500 pannelli su 9 ettari di campagna a ridosso dell’abitato facendo riferimento alla recente Legge Regionale in materia; la SICET, società impiantistica di Bolzano, facendo riferimento alla medesima legge, ritiene di aver ragione e fra non molto si vedrà quale sarà l’esito.

Amministrazione comunale e proponenti un nuovo impianto a ridosso dell’autostrada su una superficie di 3 ettari sembrano invece concordare sulla fattibilità visto che la Legge Regionale permette tali impianti entro 300 metri dall’infrastruttura viaria e sul sedime di cave senili abbandonate.

Il nostro comitato locale però fa notare in un suo comunicato che quel terreno è ancora coltivato, mentre la Legge prevede che si può intervenire solo su terreni in cui non si coltivi da almeno 5 anni.
In questo caso temiamo prevarrà la distanza dall’autostrada e il dato che prima vi insisteva una cava.

Da ultimo ancora la SICET propone un impianto definito Agrivoltaico su ben 24 ettari, in parte anche su un comune limitrofo; le due amministrazioni comunali, almeno a detta della stampa, avrebbero forti perplessità. A fine mese il progetto verrà proposto alla cittadinanza dalla società bolzanina.

Corriamo il rischio come Salviamo il Paesaggio di passare per quelli che dicono NO alle rinnovabili, invece noi le vogliamo, ma nei posti giusti e tenendo conto del parere ISPRA che valuta i pannelli fissati a terra come CONSUMO DI SUOLO, mentre sull’Agrivoltaico la valutazione andrà fatta su ogni singolo progetto. La risorsa PAESAGGIO non può essere sempre non considerata con la scusa dell’urgenza e delle priorità.

Per fortuna l’ipotesi, da noi sempre promossa, di cominciare a dotare nel nostro Comune tutte le aree dei pubblici parcheggi e di quelli dei centri commerciali col fotovoltaico (garantendo l’ombreggiamento e la fornitura di energia al contempo) sembra si stia facendo strada.
Ci daremo da fare per far che tutti si capisca che agire sul suolo già consumato è la strada giusta.

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