www.salviamoilpaesaggio.it http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog Forum italiano dei movimenti per la difesa del paesaggio e lo stop al consumo di suolo Fri, 15 Nov 2019 21:18:22 +0100 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.7 Appello per la tutela del Castello di Sammezzano http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/appello-per-la-tutela-del-castello-di-sammezzano/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/appello-per-la-tutela-del-castello-di-sammezzano/#respond Fri, 15 Nov 2019 21:18:19 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13317 A cura del movimento Save Sammezzano.

Il Castello di Sammezzano è il più importante esempio di architettura eclettica d’Italia, secondo alcuni studiosi, addirittura d’Europa. Al suo interno gli stili artistici Arabo-Bizantini e Indo-Europei si mescolano ed integrano, dando vita ad un’opera artistico-architettonica unica nel suo genere, in grado di sorprendere chiunque.

A discapito di ciò, Sammezzano è chiuso ed in stato di semi-abbandono da quasi 3 decenni; periodo in cui è stato facile vittima di intemperie, ladri e vandali.

Le attività che sono state intraprese a partire da settembre 2015 nell’ambito della campagna di sensibilizzazione “Save Sammezzano” (da cui prende il nome l’omonimo Movimento Civico), hanno fatto sì che l’attenzione della cittadinanza nei confronti di Sammezzano crescesse esponenzialmente su scala nazionale. Questo ha consentito a Sammezzano di vincere l’8° censimento nazionale “I Luoghi del Cuore promosso dal Fondo Ambiente Italiano e Intesa Sanpaolo, e di risultare unico sito culturale italiano presente nella lista dei 12 luoghi europei da salvare nell’ambito del “7 Most Endangered 2018, programma comunitario promosso dalla Banca Europea per gli Investimenti ed Europa Nostra, la federazione pan-europea per il patrimonio culturale. Negli ultimi 4 anni Sammezzano è stato altresì oggetto di oltre 500 articoli mediatici (pubblicati su quotidiani online, cartacei, radio e tv locali e nazionali), di 10 interrogazioni parlamentari e di una mozione regionale approvata dal Consiglio Regionale Toscano. Al momento il Castello di Sammezzano ed il magnifico parco circostante (altrettanto unico nel suo genere poiché annovera la presenza di numerose specie arboree importate da tutto il mondo, tra le quali è possibile ammirare 3 dei 2.407 alberi monumentali d’Italia) non hanno una proprietà chiara e solida che possa intraprendere gli urgenti interventi di restauro di cui necessita. L’ultima società proprietaria, la Sammezzano Castle Srl, è infatti stata dichiarata fallita a Dicembre 2017 e le successive aste volte alla vendita del bene sono tutte andate a vuoto. Se nessuno interverrà nell’immediato, c’è il rischio che il Castello subisca danni di entità talmente grave da rendere irrecuperabile l’incredibile testimonianza storico-artistica che rappresenta.

Tutto ciò nonostante il “Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio”, a cui Sammezzano è assoggettato, imponga che i beni culturali siano mantenuti in perfetto stato di conservazione.

Rivolgiamo un appello al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini e agli enti pubblici territoriali che hanno responsabilità nei confronti di Sammezzano affinché:

intervengano in modo diretto, proprio come impone lo stesso codice dei beni culturali (Art. 32, comma 1 e Art. 33, comma 6), per garantire immediatamente il rispetto di tale legge dello stato e dunque assicurare la tutela e la valorizzazione di Sammezzano;

acquistino l’intera tenuta, sfruttando il diritto di prelazione qualora fosse possibile, e la trasformino in un polo museale statale pubblicamente fruibile.

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Caselle Open Mall: occupazione, futuro e non solo ecologia http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/caselle-open-mall-occupazione-futuro-e-non-solo-ecologia/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/caselle-open-mall-occupazione-futuro-e-non-solo-ecologia/#respond Fri, 15 Nov 2019 14:39:29 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13314

Il Caselle Open Mall, durante il lungo e travagliato iter della sua approvazione, ha conservato un alone di vaghezza rispetto alla sua “forma” cambiando molti nomi e investitori, ma rimanendo nell’immaginario collettivo “il centro commerciale di Caselle”. Solo nell’ultimo anno ha rivelato tutta la sua portata: di fatto un nuovo centro urbano vocato all’acquisto, al consumo e all’intrattenimento. Sicuramente le preoccupazioni ambientali sono state le prime a sorgere: centinaia di migliaia di mq di suolo vivo non potranno più contribuire a regolare gli equilibri climatici globali, il traffico richiamato aumenterà considerevolmente l’inquinamento atmosferico di una zona tra le più inquinate d’Europa e non mancheranno quello luminoso, acustico e la perdita di biodiversità. Eppure non ci definiremmo un movimento ecologista, come recitano numerosi articoli giornalistici in quest’ultimo periodo, ma piuttosto persone di buon senso che, vivendo nel 2020 sul Pianeta Terra, si stanno ponendo delle domande sul proprio futuro, che vanno ben oltre le considerazioni ambientali.

Siamo proprio sicuri che un’operazione finanziaria fatta da un fondo d’investimento immobiliare il cui scopo principale è quello di fare denaro per sé, possa produrre occupazione e benessere futuro per il nostro territorio? Sicuramente 2.500 posti di lavoro sono una prospettiva allettante, ma non saranno lo specchietto per le allodole, che nasconde ben altri interessi pagati a caro prezzo dagli abitanti? Sono stati conteggiati tutti quelli che il lavoro lo perderanno? Visto che numerosi studi del settore dimostrano che per ogni posto di lavoro generato da questi mega villaggi dello shopping, se ne perdono sei in esercizi commerciali minori per il deserto indotto dalla competizione.

Siamo proprio sicuri che il new concept che guiderà il futuro dell’economia dei territori risieda nei mega Mall?

Ci sembra piuttosto che si perseveri a proporre modelli di sviluppo già vecchi con qualche pennellata di verde qua e là. Senza scomodare ambientalismo ed ecologia, qui si tratta semplicemente di buon senso e di molta preoccupazione nell’assistere a scelte di investimento economico che ci sembrano anacronistiche rispetto alle tendenze di cambiamento in corso che, partendo da una rinata e diffusa coscienza ambientale, stanno avendo ricadute anche su modelli economici che contemplano valori etici e un benessere legato alla qualità della vita e non più misurato solo dal portafoglio.

La salute del pianeta e delle persone che lo abitano e lo abiteranno sono strettamente legati e in questo momento storico non possiamo evitare di interrogarci sul futuro che vogliamo, sollevando il nostro sguardo dal piccolo orticello di casa. 

È futuro concentrare milioni di persone a ridosso di un aeroporto, sapendo che il rischio di incidente è contemplato dalle norme di sicurezza aeroportuali? È futuro far chiudere centinaia di negozi di prossimità rompendo reti sociali createsi nel tempo e che alimentano piccole ma preziose economie locali? È futuro attirare schiere di adolescenti proponendo loro modelli di consumismo sfrenato e firmato come scopo del proprio tempo libero?

Noi pensiamo che non lo sia affatto e lo pensiamo insieme ad oltre un migliaio di persone che hanno sottoscritto la petizione lanciata qualche mese fa su change.org (Blocchiamo la costruzione del centro commerciale “Caselle Open Mall” alle porte di Torino) e pensiamo anche che il futuro passi attraverso altre vie sempre più sperimentate e diffuse che alimentano nuove logiche culturali e sociali e altri valori.

Pro Natura Piemonte, ATA, Salviamo il Paesaggio- Comitato torinese

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TAV Firenze: l’analisi costi benefici promuove il progetto alternativo di associazioni e Università http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/tav-firenze-lanalisi-costi-benefici-promuove-il-progetto-alternativo-di-associazioni-e-universita/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/tav-firenze-lanalisi-costi-benefici-promuove-il-progetto-alternativo-di-associazioni-e-universita/#respond Thu, 14 Nov 2019 21:11:23 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13308

A cura del Comitato No Tunnel TAV Firenze.

La tanto pubblicizzata “analisi costi benefici” (ACB) è arrivata anche a Firenze e le grida di gioia dei sostenitori delle talpe si sono fatte sentire. Invece, quelli del Comitato, gli irriducibili contrari agli sprechi, si sono messi a dare un’occhiata un po’ più attenta al documento; quando sono arrivati alla pagina 64 hanno riletto più volte la frase: “Relativamente alle alternative che si sarebbero potute considerare, dato per assunto che Firenze perde di accessibilità [con il sottopasso], opzioni più dirette e dunque anche più veloci, con fermata a Campo di Marte o a monte di Rifredi avrebbero probabilmente dato risultati migliori. In altre parole, la scelta di seguire sotto terra la cintura ferroviaria ha introdotto vincoli al progetto e per contro non sembra averne minimizzato i disagi per i “fiorentini”.

L’analisi dice insomma, in maniera molto chiara, che il progetto proposto da un decennio da associazioni e Università sarebbe molto meglio di quello voluto da Ferrovie e sostenuto dalle istituzioni, poi rimasto in sospeso. Certo l’analisi del progetto sotterraneo è positiva perché aggiungere binari al nodo potenzia il sistema – e questo è bene – ma se i binari fossero in superficie e la stazione in zona Statuto o Campo Marte non si avrebbero tutte le distorsioni che la Foster promette di creare.

Diamo conto dunque di alcune interessanti osservazioni dell’analisi.

Nell’analisi si legge “non sono state qui valutate alternative … e dunque il giudizio positivo sull’opera non può essere assoluto”. Evidentemente a chi ha commissionato l’analisi non facevano piacere confronti con quest’opera così problematica.

Il sottoattraversamento, si legge, renderebbe la stazione di Santa Maria Novella più fruibile per i treni Inter City e locali; bene, ma ribadiamo: perché non fare le cose semplici, sicure ed economiche e mettere i nuovi binari in superficie? Invece si continua a chiacchierare di partire subito con i lavori… ma si è capito che ancora non c’è nemmeno un progetto della nuova Foster, visto che tutto deve essere revisionato?

Un altro vantaggio del sottoattraversamento sarebbe per i viaggiatori in transito; questi si vedrebbero velocizzato il viaggio, anche se non nella misura dichiarata da RFI, cioè 15 minuti. Il vantaggio sarebbe di 5 o 6 minuti sulla sosta del treno e un paio di minuti per il minor percorso effettuato. In tutto meno di 10 minuti, e solo per i treni con fermata a Santa Maria Novella; una frase dell’Analisi dice che il risparmio di tempo non deve essere inferiore ai 10 minuti altrimenti ne andrebbe della “solidità del risultato”. Forse è per questo che RFI è stata così generosa nel dichiarare agli estensori dell’ACB vantaggi temporali di 15 minuti?

Comunque se i (relativi) vantaggi di nuovi binari sotterranei esistono per le possibilità del trasporto locale e dei viaggiatori in transito, altrettanto non può dirsi per i viaggiatori AV in partenza o diretti a Firenze che si troverebbero in una stazione lontana dal restante servizio ferroviario e dal centro della città. Per questo l’ACB chiede la realizzazione di un people mover e di una stazione Circondaria “per mitigare parzialmente i disagi per i viaggiatori toscani” e consentire un qualche collegamento con Santa Maria Novella. A questo punto il pensiero va a tutta la retorica campanilistica spesa negli anni passati in cui si magnificava il sottopasso; come denunciato in questi anni da tanti urbanisti, la stazione Foster è un errore per la città. Non si possono dimenticare le soluzioni ridicole che prevedevano l’uso del tram per cambiare treno. Ricordiamo invece che le proposte alternative non creerebbero fratture tra trasporto a lunga percorrenza e il restante perché sarebbero previste fermate su tutte le linee afferenti a Firenze in corrispondenza della nuova stazione a Statuto/Romito.

Non è possibile a priori escludere che i costi connessi alla fase di realizzazione dell’opera possano costituire una parte significativa di quelli totali e che, qualora inclusi nella valutazione modificarne le risultanze, sebbene appare improbabile che possano farlo in misura molto ampia”. Per questo motivo lo studio non prende in considerazione eventuali aumenti dei costi; evidentemente nessuno ha voluto dire al gruppo di lavoro dell’ACB che attualmente esistono riserve, cioè extracosti, di circa 500 milioni di euro pretesi da Nodavia. Il contenzioso, che quasi sicuramente seguirà, valuterà a quanto ammonteranno queste spese non previste; ovviamente tutto questo mette qualche ombra sulla positività della ACB del sottoattraversamento; anche perché i motivi dell’aumento dei costi sono ancora irrisolti e dipendono in buona parte dalle difficoltà di smaltimento delle terre scavate dalla fresa. Pochi giorni fa il PM, nel processo in corso seguente le inchieste TAV, ha ricordato che il trasporto di terre che potrebbero essere rifiuti si configurerebbe come reato.

La documentazione resa disponibile non fornisce gli elementi quantitativi, in termini di impatti e di probabilità di accadimento degli eventi [eventuali danni da lavorazioni], necessari per poter predisporre una valutazione economica degli stessi”. La questione dei possibili danni è un aspetto particolarmente controverso e le FS o la Regione si sono ben guardate dall’ammettere la possibilità di danni dallo scavo delle gallerie; quindi il team dell’ACB ammette che “l’entità dei danni ha un certo livello di incertezza dimostrato anche dall’esistenza di posizioni molto diverse tra proponente e stakeholder locali. Purtroppo la non inclusione di questo costo nella valutazione non è in favore della sicurezza…”. Il disagio per tutte le famiglie che si troverebbero danni nelle proprie case non crediamo comunque sia valutabile solo economicamente.

Insomma le recenti grida di gioia e le invocazioni a “far presto” da parte di assessori e sindaci sono quanto mai stonate. Ancora non si vuol accettare una banale verità: potenziare il nodo ferroviario si deve fare perché è utile, ma è folle non volerlo fare in superficie, visto che in pochissimi anni darebbe a Firenze e a chi ci si reca per lavoro e studio, uno strumento efficacissimo di trasporto.

Se i soldi ancora disponibili del progetto (circa 800 milioni) fossero destinati a questo si avrebbero anche le risorse per la sistemazione urbanistica delle stazioni fiorentine, la creazione di un efficiente sistema di trasporto suburbano attorno al capoluogo, la possibilità di realizzare un trasporto pubblico su ferro nella Piana rendendo superate anche le proposte di tranvie ancora da realizzare.

Per questo non servirebbero grandi operazioni, basterebbe saper dialogare e ascoltare le necessità di chi tutti i giorni subisce il disastro della mobilità toscana invece che avere orecchie solo per chi cerca “movimento terre”.

Tratto da: https://www.perunaltracitta.org/2019/11/11/tav-firenze-lanalisi-costi-benefici-promuove-il-progetto-alternativo-di-associazioni-e-universita/

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Qualcuno dovrebbe pagare per il “pasticcio” del sistema MOSE http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/qualcuno-dovrebbe-pagare-per-il-pasticcio-del-sistema-mose/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/qualcuno-dovrebbe-pagare-per-il-pasticcio-del-sistema-mose/#comments Thu, 14 Nov 2019 16:37:23 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13306 A cura del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

Le immagini degli effetti disastrosi dell’acqua alta a Venezia scorrono nel corso dei notiziari giornalistici di tutto il mondo.

Il 12 novembre 2019 è stato raggiunto il livello di marea di 187 centimetri, secondo solo a quello di 194 centimetri raggiunto il 4 novembre 1966.

Danni ingentissimi e non ancora quantificati, la Basilica patriarcale di San Marco allagata, un dramma che ancora una volta i veneziani vivono sulla propria pelle.

Eppure il rimedio scientifico-tecnologico, sbandierato da decenni, dovrebbe esistere.

E’ il Modulo Sperimentale Elettromeccanico – MOSE, il sistema di paratie mobili e opere connesse che dovrebbe salvare Venezia e la Laguna Veneta dal fenomeno dell’acqua alta.

I lavori sono stati avviati nel 2003 e la spesa stimata complessiva raggiunge la cifra di ben 5,5 miliardi di euro.

Finora non s’è visto nemmeno un risultato positivo, è ancora in alto mare.

Finora s’è rivelato quale un vero e proprio scempio finanziario e, forse, si tradurrà anche in uno scempio ambientale.

Una sistematica occasione di malaffare, decine di milioni di euro finiti in tangenti per politici e tecnici, materia nota per le patrie galere.

Ma lascia davvero allibiti leggere quanti errori si celano nella realizzazione del MOSE.

Uno di questi è insito nello stesso bando di gara n. 53 pubblicato il 14 giugno 2019 (scadenza 10 luglio 2019), con cui il Consorzio Venezia Nuova (concessionario dell’opera) ha inteso affidare i lavori di “Ricerca, sviluppo e fabbricazione dei gruppi cerniere-connettore delle paratoie presso le bocche di porto di Malamocco, Chioggia, San Nicolò e Treporti (sistema MOSE)”.

34 milioni di euro a base d’asta, spese per la gestione e la manutenzione delle cerniere imprecisate.

Dalla “relazione generale e documento descrittivo” emergono sconcertanti carenze di funzionamento delle cerniere del sistema MOSE, determinate da fenomeni ossidativi e corrosione di elementi fondamentali, individuati da esperti e, in particolare, dai tecnici del Registro Navale Italiano (RINA).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha, quindi, inoltrato una specifica segnalazione alla Procura regionale della Corte dei conti per il Veneto affinchè possa valutare se sussistano gli estremi di danno erariale, determinati da eventuali errori di progettazione o di realizzazione nonchè dai maggiori costi per rendere efficiente il MOSE.

Sarebbe ora che i responsabili di pasticci dalle conseguenze così disastrose pagassero per i loro errori.

Per ulteriori informazioni: http://gruppodinterventogiuridicoweb.com

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Gronda di ponente, la grande opera che non ci serve http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/gronda-di-ponente-la-grande-opera-che-non-ci-serve/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/gronda-di-ponente-la-grande-opera-che-non-ci-serve/#comments Thu, 14 Nov 2019 16:11:08 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13301 di Simonetta Astigiano e Mauro Solari.

Genova è una città dalla viabilità complicata, stretta tra mare e monti, lunga 33Km, costruita in maniera disordinata e sconsiderata, con un porto che ha fame di spazi e, così si dice, di strade. La Gronda, così si legge nella mozione approvata dal Parlamento ad ottobre, “ha lo scopo di separare il traffico cittadino da quello di attraversamento e dai flussi da/per il porto, così da alleggerire il tratto della A10 e trasferire la circolazione dei mezzi pesanti sulla nuova infrastruttura, andando a realizzare una sensibile riduzione del traffico, degli inquinamenti e dei tempi di percorrenza e aumentando, al contempo, gli standard di sicurezza stradale”, ma sarà proprio così?

Il tracciato, la cosiddetta “gronda bassa”, approvato in un dibattito pubblico del 2009 che non prevedeva l’opzione zero e neppure soluzioni non autostradali, è compreso tra gli svincoli di Genova Prà e l’allaccio con la A7 ed è lungo 65Km che si sviluppano in 23 gallerie (54Km) e 24 viadotti. Il progetto comprende anche un’opera a mare, un’area di riempimento in prossimità dell’Aeroporto di Genova, da realizzare con il materiale di scavo. I lavori dureranno 10 anni, prevedono 19 siti di cantiere ed uno slurrydotto (fangodotto) di 9 km per il trasporto delle rocce amiantifere con 540 pali posti nel greto del torrente Polcevera in prossimità dell’argine destro, nonché la realizzazione di piste per raggiungere le aree di lavoro e l’esproprio di 98 unità abitative e 36 attività produttive. Un’opera immane, insomma, il cui costo ufficiale si aggira intorno ai 4,75 miliardi di Euro.

Le criticità sono molte, partono da una previsione di traffico decisamente sopravvalutata, dai disagi che provocheranno 10 anni di cantieri sparsi per la città, dalla presenza di amianto nelle numerose rocce che saranno scavate, da un territorio fragile e ad elevato rischio idrogeologico, dall’essiccamento di 61 sorgenti, dal fatto che solo il 20% del traffico attuale sarebbe assorbito dalla gronda, per arrivare ai soliti dubbi di corruzione e malaffare. Il piano di monitoraggio ambientale prevede la stretta collaborazione con ARPA, struttura già oggi in difficoltà per mancanza di personale ed attrezzature adeguate, e si basa sostanzialmente sulla verifica che gli inquinanti non superino i limiti di legge. I dati, che dovrebbero essere prodotti e resi disponibili già un anno prima dell’inizio dei lavori, al momento non sono disponibili, ma se il 92% degli espropri sono già stati eseguiti significa che i lavori inizieranno a breve?

Comunque problemi ce ne sono, sul tracciato, per i costi, per l’impatto ambientale, anche se sembra che nessuno degli amministratori liguri se ne preoccupi.

La Commissione istituita al MIT per l’analisi costi-benefici delle grandi opere, ha bocciato la Gronda. Lo stesso MIT ha invece valutato positivamente una proposta presentata da un gruppo di ingegneri genovesi, alternativa alla Gronda chiamata “minigronda” o “genovina”.

La proposta riprende quanto previsto dal Piano Urbanistico Comunale (PUC) di una strada di scorrimento tra Multedo e la Foce (la Genovina). Un tratto di tale strada è già realizzato (via Guido Rossa) ed è la strada che oggi, con lungomare Canepa, sopporta tutto il traffico Est-Ovest sia cittadino che autostradale a seguito della caduta del ponte Morandi. La proposta è di realizzare pertanto quanto previsto dal PUC, con la variante di realizzare il tratto Multedo – via Guido Rossa in tunnel per non interferire con l’attività dei cantieri navali e per allontanare il traffico dal centro di Sestri Ponente, come avverrebbe se il prolungamento fosse fatto in superficie. Anche lato levante la proposta è di proseguire la strada con un tunnel subportuale, opera già progettata, ma mai finanziata. La ratio di queste opere è di allontanare il traffico dalle case e di liberare le attuali arterie dal traffico provato per dedicarle al Trasporto Pubblico Locale (TPL). La proposta quindi non prevede strade aggiuntive, ma alternative alle attuali. Oltre a questi due tunnel se ne prevede un’altro, non contemplato dagli strumenti urbanistici, tra la zona di Campi ed il casello autostradale di Ge-Aeroporto. Tale tunnel sarà la prosecuzione dei due tunnel già realizzati di connessione tra Sestri Ponente alta ed il casello di Ge-Aeroporto. Questo tunnel consentirà di alleggerire dal traffico via Guido Rossa e via Borzoli, strada potentemente trafficata con forte nocumento per la popolazione.

Lo studio trasportistico di accompagnamento della proposta, studio effettuato mediante modello matematico e verificato dal MIT, dimostra che questa soluzione oltre ad avere costi pari a circa 1/3 della Gronda e minori impatti ambientali risulta più performante nella riduzione del traffico autostradale. Infatti il traffico autostradale nel nodo di Genova è caratterizzato da un 20% di traffico d’attraversamento (eliminabile con la Gronda), dal 40% di traffico con origine/destinazione Genova ed un 40% di traffico cittadino, ed è su queste ultime due componenti che si agisce con la proposta alternativa.

Lo stesso studio evidenzia la necessità di intervenire nel tratto terminale della A7, dove ai traffici nord-sud (Genova-Milano) si sommano i traffici est-ovest (La spezia – Savona). Sono state studiate delle proposte alternative a quanto proposto dal MIT, che si limitava a eliminare la gronda lasciando sostanzialmente invariato il tracciato proposto da ASPI.
Si è ritenuto necessario riformulare una proposta anche circa il potenziamento della A7, che tenga meglio conto della abolizione della Gronda, eliminando il lungo – e assurdo – raccordo previsto nella zona di Morego.
Si precisa che lo studio evidenzia come la mobilità cittadina non sia risolvibile solo con scelte viabilistiche, ma anche col potenziamento del TPL e con lo spostamento del trasporto merci su ferro, riportando i binari in porto e ripristinando i parchi ferroviari esistenti, ma abbandonati.

Il potenziamento del TPL è ipotizzato col tram, in quanto questo rappresenta la risposta ottimale alla mobilità cittadina:

  1. alta attrattività per cittadini e turisti per il comfort di viaggio, il che comporta una drastica riduzione del traffico veicolare;
  2. sede ridotta rispetto ai filobus con possibilità di passaggio nelle due direzioni in spazi ristretti;
  3. alto costo di realizzazione, comunque notevolmente inferiore ad una metropolitana, ma bassi costi d’esercizio per cui economicamente conveniente nel medio periodo;
  4. lunga vita media dei veicoli;
  5. facilità d’accesso per disabili e anziani, con possibilità di realizzare banchine poste alla stessa altezza del pianale di carico, grazie all’accosto millimetrico
  6. fermate ogni 300-350 m contro i 600-800 m della metropolitana leggera, fornendo un servizio di maggiore prossimità e capillare.
  7. rispetto alla metropolitana evita fenomeni di agorafobia presenti in molti cittadini
  8. permette l’allontanamento del traffico privato dai suoi percorsi. Tale fatto che fu una delle motivazioni per la sua eliminazione nel 1966, va oggi considerato come positivo per via della riduzione degli inquinamenti che comporta, ma soprattutto per la possibilità intrinseca di restituire una migliore vivibilità ai cittadini.

Si propone perciò di introdurre il tram sulle linee di forza individuate.
Le linee previste sono:

a) Linea L (Levante): Nervi – Brignole – De Ferrari – Principe

b) Linea VB (Val Bisagno): Prato – Brignole – Corso Torino – Kennedy

c) Linea C (Centro): Campi – Sampierdarena – Principe – Brignole – P.za Galileo Ferraris

d) Linea P (Ponente): Sestri Ponente/Aeroporto – Principe – Caricamento

La seguente tabella confronta le soluzioni viabilistiche prospettate con la Gronda:

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Orte-Mestre revival: un nuovo avvistamento http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/orte-mestre-revival-un-nuovo-avvistamento/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/orte-mestre-revival-un-nuovo-avvistamento/#respond Thu, 14 Nov 2019 15:58:20 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13297 Come per il mostro di Loch Ness, che periodicamente torna alla ribalta delle cronache, in questi giorni ha rifatto capolino il mitologico progetto della Orte-Mestre (nota in Veneto come Nuova Romea Commerciale).

Ne dà notizia un articolo del Corriere del Veneto del 9 novembre scorso, secondo il quale la Regione Veneto e l’ANAS sarebbero in pressing al MIT per la versione “ridotta”, ribattezzata “Cesena-Mestre”. E sembra si stia valutando anche un nuovo tracciato, più interno, con passaggio in tunnel nel cuore della Riviera del Brenta e innesto a Roncoduro.

Una desolante riproposizione che fa leva, oltretutto, sulla solita bugiarda preoccupazione per la sicurezza dell’attuale Romea che continua ad essere pericolosa perché da decenni gli stessi decisori politici tardano volutamente a imporsi per la sua definitiva messa in sicurezza, con opere precise e puntuali e deviando il traffico pesante sulle direttrici già esistenti delle A4 e A13, come hanno sempre chiesto i territori e gli abitanti, e completando il raccordo Ferrara – Ravenna nel tratto tra Argenta – Alfonsine – Ravenna.

Il progetto Orte-Mestre, soprattutto nel previsto tratto di nuova costruzione Cesena-Mestre, si è sempre dimostrato insostenibile da ogni punto di vista, da quello economico-finanziario a quello ambientale, con impatti che adesso ancora di più sarebbero incalcolabili, dato lo stato disastroso dei nostri territori (il Veneto nel frattempo è balzato al primo posto in Italia come consumo di suolo).

Impatti talmente macroscopici e assurdi che hanno coalizzato in 5 regioni comitati, associazioni di categoria e amministrazioni locali con atti di mobilitazione civile e documenti formali di rigetto totale dell’opera “né qui né altrove“, culminati nel 2014 con la Conferenza dei Sindaci della Riviera unanime nel dirsi indisponibile a negoziazioni e nel respingere l’intero progetto.

Siamo, tutti, prontissimi a rimettere mano alle carte, a fare e rifare le pulci ai numeri e alle norme, e a dimostrare ancora una volta con i dati l’assurdità di questo ridicolo revival, peraltro molto prevedibile: sappiamo che l’intento del progetto originario puntava sulla nuova tratta Cesena-Mestre dove si possono fare più affari, che i nuovi scenari politici attuali avrebbero rinfocolato gli appetiti, che avrebbero pensato alla vecchia tattica di lasciare languire la Nuova Romea per un po’, giocando sulla smemoratezza italica (gli scandali e le manette che hanno investito il sistema Veneto delle grandi opere, ad esempio), confidando sull’indebolimento degli oppositori. Ma si sbagliano, l’esasperazione sui territori è alle stelle.

In tempi di conclamata emergenza climatica e di conseguenti eventi estremi, sempre più intensi e frequenti, la pensata è quella di riesumare un ulteriore taglio trasversale dell’idrografia principale del Veneto con un’altra barriera di asfalto. Anziché pensare alle urgenti mitigazioni, a pianificare diffusamente le necessarie opere di adattamento, l’idea è quella di aggravare le condizioni di vulnerabilità di territori e comunità.

Le numerose campagne che Opzione Zero, assieme alla Rete Nazionale Stop Or-Me, ha condotto per dieci anni contro il progetto monstre, sono pronte a riprendere con inedita forza di fronte alla proditoria e inutile gerontofilia infrastrutturale di vecchi e nuovi boiardi dell’asfalto. Confidiamo che, ora come allora, tutte le amministrazioni locali, specialmente quelle della Riviera e del Veneto, abbiano il coraggio di ribadire una posizione netta di rigetto dell’autostrada.

Comitato “Opzione Zero” Riviera del Brenta, aderente alla Rete nazionale Stop Orte-Mestre

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Piacenza: chiesta una moratoria per fermare nuove espansioni commerciali http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/piacenza-chiesta-una-moratoria-per-fermare-nuove-espansioni-commerciali/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/piacenza-chiesta-una-moratoria-per-fermare-nuove-espansioni-commerciali/#respond Wed, 13 Nov 2019 22:25:11 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13292

Un partecipato dibattito pubblico organizzato da Legambiente nel salone del Preziosissimo Sangue ha portato all’attenzione di tutti i cittadini piacentini il futuro riservato agli ex orti di via Campesio e al campetto di via Morigi, aree verdi che rischiano – in base agli accordi operativi proposti al Comune – di essere trasformate in nuove superfici commerciali.
La domanda che tutti i presenti hanno formulato è stata se davvero la città necessita di questi nuovi insediamenti. E la risposta conseguente si è evidenziata in maniera netta: no, la città non solo non ne ha bisogno, ma i progetti incombenti rappresentano un’autentica minaccia sotto il profilo sia urbanistico e sia della tutela della salute.

Tanto che Giuseppe Castelnuovo e la presidente di Legambiente, Laura Chiappa, hanno annunciato l’avvio di una raccolta di firme a una petizione popolare per richiedere all’amministrazione comunale una moratoria degli accordi operativi proposti e la piena tutela degli spazi verdi esistenti.

«Bisogna considerare la straordinaria espansione urbanistica che ha attraversato Piacenza negli ultimi decenni – sostengono i proponenti – con la costruzione di innumerevoli nuovi alloggi (nonostante la presenza di diverse migliaia di unità inutilizzate), con capannoni industriali e logistici, centri commerciali e supermercati. Tutto ciò è avvenuto senza un’adeguata pianificazione della mobilità urbana e provinciale (trasporto pubblico, piste ciclabili, isole pedonali, ecc). La qualità dell’aria della pianura padana è scientificamente classificata fra le peggiori del mondo e questo comporta rischi elevatissimi per la salute umana. Pertanto le aree verdi rimaste, soprattutto all’interno del perimetro urbano, e in particolare a ridosso del centro storico, rivestono un ruolo sempre più prezioso e irrinunciabile in funzione della qualità dell’aria, dei residui spazi ecologici, del benessere psico-fisico dei cittadini».

Per questo i proponenti chiedono una moratoria degli accordi operativi proposti all’Amministrazione comunale fino all’approvazione del nuovo PUG (Piano Urbanistico Generale), da avviare entro il 2020, consentendo in tal modo, «una più oculata analisi e pianificazione di interventi urbanistici che altrimenti potrebbero determinare effetti irrimediabili per il futuro di Piacenza».

Chiedono, inoltre, la tutela degli spazi verdi urbani ancora esistenti e, in particolar modo, l’area cosiddetta degli ex orti di Via Campesio e il campo fra via Morigi e Via 24 Maggio, «per la straordinaria valenza ambientale, ecologica e testimoniale che rappresentano».

La petizione e le richieste sono appoggiate da una rilevante parte della città e vede l’appoggio di sindacati e Confedilizia, contrari alle misure prospettate dall’Amministrazione.
I sindacati hanno sottolineato come questi poli del commercio non gioverebbero all’occupazione piacentina, già congestionata e in crisi nel settore del piccolo commercio, mentre Confedilizia, organizzazione storica dei proprietari di casa, ritiene sia solo “un espediente per aumentare gli oneri di costruzione piuttosto che per lo scopo addotto (perché comunque si arriva a buoi già scappati dato che oggi nessuno più costruisce)”…

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Vallone dei Mulini: lavori pericolosi e contestati nell’importante area storica e naturale di Sorrento http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/vallone-dei-mulini-lavori-pericolosi-e-contestati-nellimportante-area-storica-e-naturale-di-sorrento/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/vallone-dei-mulini-lavori-pericolosi-e-contestati-nellimportante-area-storica-e-naturale-di-sorrento/#comments Wed, 13 Nov 2019 07:48:54 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13286

Dopo l’acquisto dell’antico mulino da parte di una società privata sono stati avviati i lavori di “riedificazione” nel Vallone dei Mulini di Sorrento. Gli interventi sono contestati per la pericolosità e il preoccupante impatto su un’area che il Presidente del circolo WWF Terre del Tirreno Claudio D’Esposito, intervistato sulla vicenda, ci descrive così:

Il Vallone dei Mulini fa parte di un sistema di cinque valloni che anticamente attraversava la penisola sorrentina e indicava i confini tra un paese e l’altro. Situato alle spalle di Piazza Tasso a Sorrento, domina da secoli il centro della città. L’area costituisce da oltre un secolo e mezzo la “cartolina” d’ingresso nella città del Tasso ed ha un’enorme importanza dal punto di vista paesaggistico, storico e naturalistico, per la presenza di essenze botaniche rare favorite dall’ombreggiamento e dall’umidità del sito.
Grazie ad un microclima umido costante crescono specie arboree particolari che hanno ricoperto il mulino: tra la vegetazione spicca la Phyllitis scolopendrium, uno splendido e raro esemplare appartenente alla famiglia delle felci.

L’area è attraversata da due importanti corsi d’acqua che confluiscono in un unico percorso verso il mare, proprio in prossimità della vecchia struttura del Mulino. Appartenente al Demanio Idrico e, pertanto, l’amministrazione dell’area spetta al Genio Civile Dipartimento Napoli e Provincia.

L’unicità di questo luogo è universalmente riconosciuta.

Il Vallone dei Mulini proprio per le sue peculiarità di luogo selvaggio e rinaturalizzato ha meritato un posto in top-ten nella sezione “Nature” uno dei profili più seguiti su Instagram, il social network interamente dedicato alla fotografia, grazie ad una immagine scattata da Dale Tennyson che ha collezionato in sole poche ore, nel dicembre 2014, più di trecentomila “like”, soprattutto da utenti stranieri. Il canyon dei Mulini subisce spesso frane naturali ed è famoso in tutto il mondo, come fosse uno squarcio temporale da cui si può vedere il passato, non a caso Buzzfeed l’ha inserito nella lista dei 30 luoghi più affascinanti del pianeta Terra;

Quando è iniziata la vicenda?

La vicenda si trascina da quando il complesso immobiliare fu messo in vendita senza che l’Amministrazione comunale si muovesse per acquistare questo patrimonio della collettività. Acquistato per una cifra relativamente irrisoria, circa 300.000 euro. Il Comune poteva far valere il diritto di prelazione ma non lo fece e questo destò un grave malumore tra la cittadinanza, che si vedeva all’improvviso sottratto un pezzo importante della storia della propria città. Nel giugno del 2019 come WWF Terre del Tirreno abbiamo denunciato operazioni di taglio della vegetazione in atto sulle sponde dell’alveo del Vallone dei Mulini nei pressi del rudere dell’antico mulino.

Cosa sta succedendo?

A giugno è iniziata la messa in sicurezza e la rimozione detriti da crollo del fabbricato, descritto nella relazione tecnica come lesionato e a rischio crollo. Le operazioni di “eliminazione delle erbe” dal rudere hanno tuttavia interessato anche arbusti ed alberi cresciuti spontaneamente. In più il taglio degli alberi, degli arbusti e della vegetazione spontanea è stato messo in essere nel periodo più delicato per la nidificazione e la tutela degli uccelli, dei chirotteri e dei rari anfibi che nel delicato ecosistema del canyon trovano rifugio. Ricordiamo che la legge 157/92 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma, prevede pesanti sanzioni per la distruzione di uova e nidi e fa divieto di disturbare e/o danneggiare l’avifauna deliberatamente in particolare durante il periodo di riproduzione e di dipendenza.

Le operazioni in corso, riguardando un bene monumentale vincolato ai sensi del D.Lgs. n.42/2004 e s.m.i. – aggiunge – e nell’autorizzazione rilasciata dalla Soprintendenza era prescritto esplicitamente l’obbligo che l’esecuzione delle opere fosse affidata a ditte specializzate nel settore del restauro monumentale con idonea corrispondente certificazione ed adeguato curriculum. Su tale prescrizione il WWF ha inoltrato alla polizia municipale una richiesta di accertamento. Una mancanza riconosciuta e sanata solo successivamente che però non ha fermato le opere!

Inoltre: I lavori interessano un’area classificata dal Piano di Stralcio dell’Autorità di Bacino ex Campania Centrale a Rischio Idraulico molto elevato e Rischio Frana molto elevato. Era necessario il parere dell’Autorità di Bacino circa la futura destinazione d’uso della struttura. Non è stata messa in essere alcuna opera di protezione per permettere agli operai l’accesso nell’alveo e l’esecuzione delle opere in un sito già colpito, in passato e di recente, da gravi eventi franosi. Per tale circostanza il WWF ha scritto alla Regione Campania Genio Civile e Difesa Suolo, all’Agenzia del Demanio, e al Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale.

Che tipo di lavori stanno facendo?

I lavori al momento hanno comportato un drastico taglio della vegetazione nei pressi del rudere, la realizzazione di un tracciato sterrato carrabile per far transitare i mezzi e si sta procedendo alla ricostruzione e ammodernamento del rudere per un utilizzo futuro non meglio chiarito nelle carte progettuali.

Cosa contestate?

Le opere definite di “restauro e risanamento conservativo del fabbricato ex Mulino sito nel Vallone dei Mulini”, a ben vedere, sono di fatto opere di “riedificazione” e “ricostruzione” di parti crollate attualmente inesistenti o mai esistite (solai in legno e calcestruzzo armato, coperture piane, infissi in vetro, scale di collegamento, terrazze con ringhiere, pavimenti, servizi igienici e quant’altro!) opere per le quali si richiede la redazione di precisi piani particolareggiati e di recupero.

La sintetica relazione paesaggistica di tre pagine, ed i brevi analoghi cenni storici della relazione tecnica, non appaiono assolutamente sufficienti a definire l’esatta evoluzione e la consistenza dell’edificio crollato e diruto.
Il complesso edilizio sembrerebbe anche non legittimato urbanisticamente con l’avvenuto rilascio della Concessione Edilizia in Sanatoria per l’esecuzione in passato di alcuni ampliamenti volumetrici. Pertanto l’intervento proposto ed avvallato dalla Soprintendenza appare in palese contrasto con la L.R. n. 35/87
.

Quali ostacoli avete incontrato nel seguire la vicenda?

Abbiamo rilevato, come in altre occasioni, difficoltà ad accedere agli atti. La visione dei progetti e dei documenti è necessaria e propedeutica ad ogni azione che si vuole intraprendere. Se non si conoscono i fatti è difficile valutare ed esprimersi a riguardo. Anche stavolta c’è stato un palese ostruzionismo al diritto esercitato dalle associazioni ambientaliste all’accesso agli atti.

Quali iniziative avete messo in campo?

Dopo i primi esposti del WWF (in data 3 e 11 giugno 2019) è stata prodotta una corposa denuncia a firma congiunta WWF e Verdi Ambiente e Società (VAS) inviata all’attenzione delle massime autorità.
Per sensibilizzare i cittadini ed accendere ulteriormente i riflettori si è organizzato, il 9 luglio 2019, un flash-mob in Piazza Tasso a Sorrento, affacciati sul Vallone, con gli striscioni “Salviamo il Vallone dei Mulini”, oltre ad un incontro pubblico con associazioni e politici locali

Infine è stato consegnato, dal Presidente del WWF Terre del Tirreno e dal Responsabile dei VAS di Sorrento, un dettagliato dossier direttamente nelle mani del Ministro Sergio Costa.

Quali sono le prossime mosse?

Abbiamo intenzione di recarci a conferire dal Pubblico Ministero presso la Procura di Torre Annunziata, che ha in mano il fascicolo delle indagini, per sollecitare l’immediato blocco dei lavori. Ribadiremo la nostra richiesta di un urgente accertamento dei fatti verificando se ci siano stati comportamenti difformi dalla legge, anche di carattere omissivo da parte della pubblica amministrazione. E’ nostra intenzione perseverare e, laddove venissero accertati i reati da noi segnalati, costituirci parte civile nell’eventuale procedimento penale.

Cosa vi aspettate?

I lavori in atto nel Vallone dei Mulini proseguono da oltre 5 mesi senza sosta nonostante diverse segnalazioni e vari solleciti anche dalla Magistratura inquirente. Si spera che, a seguito di una recente interrogazione parlamentare, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali valuti seriamente l’ipotesi, prevista dalla legge, di procedere all’acquisizione del bene a patrimonio pubblico per salvaguardarlo da futuri scempi e speculazioni.

Luca D’Achille@LucaDAchille

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Mondeggi vince il processo http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/mondeggi-vince-il-processo/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/mondeggi-vince-il-processo/#respond Tue, 12 Nov 2019 21:05:12 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13282

Mondeggi bene comune è una comunità che si contrappone al tentativo di svendita della tenuta di Mondeggi, attraverso un progetto di agricoltura contadina, gestione comunitaria e condivisione dei saperi. L’autogoverno che pratichiamo si ispira ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Ci siamo riappropriati collettivamente della terra nel giugno 2014, dopo anni di degrado e abbandono, fatto che ci ha portato molto rapidamente nelle aule dei tribunali.

L’8 novembre scorso si è svolta l’udienza che sanciva la sentenza di primo grado del processo per occupazione e furto di elettricità e d’acqua, i cui imputati erano 17 presidianti del progetto Mondeggi bene comune.

Il pm aveva chiesto 1 anno e due mesi di pena e 1000 euro di multa per ciascuno degli imputati, a cui si sommano le richieste della Città metropolitana, costituitasi parte civile, di 77.000 euro di danni, di cui 50.000 per danno di immagine. Il dispositivo della sentenza emessa prevede la piena assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste“.

Alcune valutazioni

Abbiamo sempre avuto chiaro che le nostre azioni sono perseguibili e che i nostri intenti ci pongono al di fuori della legalità, che abbiamo deciso di sfidare apertamente con l’occupazione. Tuttavia la sentenza di oggi ribadisce la legittimità delle nostre aspirazioni e nega le bizzarre richieste risarcitorie della Città metropolitana. Infatti l’amministrazione pubblica non ha fatto altro che depauperare – con il suo abbandono – un bene pubblico, con un’azienda che ha accumulato debiti di 1,5 milioni di euro fino a fallire, lasciando la terra in stato di degrado, per poi cercare di svenderla a cifre sempre più irrisorie; e che infine chiede i danni alle uniche persone che si sono concretamente occupate del futuro di Mondeggi, mettendo in gioco la propria vita.

La vittoria di oggi – ottenuta nell’aula di un tribunale – non fa altro che rafforzare le nostre convinzioni ed aumentare la nostra determinazione per raggiungere il nostro obiettivo.
Continueremo a lavorare la terra, per renderla fruibile a chiunque se ne voglia assumere la responsabilità, coltivando relazioni sul territorio per far crescere la nostra comunità, attraversata già da centinaia di persone.

Continueremo a batterci per l’agroecologia e la riappropriazione della terra, a fianco di tutti coloro che contestano il modello delle grandi opere e delle nocività, dell’agroindustria e dell’estrattivismo, dell’atomizzazione sociale e dell’individualismo. Ci fa piacere immaginare, con questa piccola grande vittoria, di facilitare un po’ altri processi di riappropriazione dei beni pubblici in stato di abbandono. Sia quelli già in essere che quelli che potrebbero avviarsi in ogni territorio. In particolar modo per l’accesso alla terra.

Una sentenza che crea un importante precedente.

Il comitato di Mondeggi Bene Comune-Fattoria Senza Padroni

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Signor ministro, parliamo dei musei archeologici http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/signor-ministro-parliamo-dei-musei-archeologici/ http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2019/11/signor-ministro-parliamo-dei-musei-archeologici/#respond Mon, 11 Nov 2019 21:06:59 +0000 http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/?p=13280 Lettera di Adriano La Regina e Fausto Zevi al Ministro Franceschini.

Signor ministro, il suo ritorno nell’ufficio già tenuto in tempi recenti è occasione di qualche considerazione sui risultati e sui limiti della riorganizzazione da lei voluta a suo tempo. A nostro avviso, l’autonomia di alcuni grandi musei ha avuto effetti positivi; ma questo vale per quegli istituti che, a partire dal Rinascimento, sono sorti come collezioni create per il lustro di grandi famiglie o per lo splendore di una capitale: tali collezioni non sono necessariamente in un nesso diretto con i luoghi in cui si sono formate, ma una relazione di ordine culturale vi è pur sempre, se non altro per il contesto storico che ha dato luogo alle collezioni stesse.

Diversa è invece la situazione dei musei archeologici, ed è su questi che desideriamo soffermarci per la nostra esperienza di archeologi e di soprintendenti. Infatti non può sfuggire ad alcuno come i musei archeologici del nostro Paese siano nati e nascano in stretto rapporto con il loro ambito territoriale: raccolgono testimonianze, materiali e dati conoscitivi che direttamente emergono o si producono scientificamente in un determinato comprensorio. Hanno dunque la funzione di raccolta, di sistemazione e di presentazione al pubblico dell’attività archeologica e delle scoperte che derivano dalla sorveglianza, dalla tutela e da imprese programmate di ricerca; conservano materiali e documentazione che consentono lo studio dei complessi monumentali donde provengono. Dunque, in nessuno dei grandi musei italiani di antichità trova giustificazione un distacco dal territorio; e un problema altrettanto se non più rilevante è quello dei musei minori, i quali sono stati raccolti e convogliati sotto un’etichetta comune nei “Poli Museali“.

Questi ultimi raccolgono Istituti di varia connotazione ed estrazione, affatto diversi per impronta disciplinare, unificati solo su base territoriale senza un principio conduttore che non sia quello di dare loro una struttura amministrativa priva di competenza scientifica, vista la disomogeneità delle materie interessate. Questi musei hanno, e avranno sempre di più, una vita grama, passiva, perché hanno perso il loro stretto legame con l’esercizio della tutela; soltanto in pochissimi casi fortunati o intelligenti i musei sono stati lasciati a integrazione di comprensori archeologici, come dovrebbe essere per tutti nel quadro delle Soprintendenze. La separazione dei musei di antichità dal contesto archeologico, intervenuta in una forma o nell’altra, nella maggior parte dei casi comporta o comporterà sul lungo periodo non solo la decadenza dell’istituto, che non vedrà arricchite le proprie collezioni e rinnovata, alla luce delle nuove scoperte, la propria impostazione scientifica ed espositiva: ma anche il frazionamento (e quindi l’inevitabile duplicazione) di strutture e di procedure amministrative con concrete difficoltà nell’esercizio della tutela e della presentazione del patrimonio, oltre che con un prevedibile accrescimento delle esigenze di personale e della spesa.

Infatti una Soprintendenza è tenuta per dovere scientifico a divulgare le risultanze degli scavi archeologici, il che comporta una sede espositiva, cioè quella che una volta si riconosceva nel museo: ma questo non basta perché, come si comprende facilmente, per presentare al pubblico materiali spesso fragili, rinvenuti in condizioni precarie, occorrono preliminari interventi di documentazione, di analisi, studio, conservazione, da eseguirsi in attrezzati laboratori di restauro.

Ma i laboratori tecnico-scientifici, di fotografia e di documentazione grafica, di restauro ecc. dappertutto sono stati impostati in riferimento alle attrezzature dei musei, che ormai sono distaccati e con vita amministrativa autonoma; il che significa che le Soprintendenze dovranno o dovrebbero dotarsi d’ora in avanti di proprie sedi espositive, di laboratori di restauro, di fotografia, duplicando le strutture esistenti e senza neppure poter funzionare come organismo di supporto per i musei minori, distaccati a loro volta e assemblati nei Poli Musealì. Si vede bene dunque che è assolutamente errato il criterio di separare i musei territoriali dalle Soprintendenze, a cominciare dal Museo Nazionale Romano e dallo stesso Museo Nazionale di Napoli; addirittura scandalosa la separazione dal territorio di un museo come quello etrusco di Villa Giulia, nato un secolo fa da un illuminato progetto proprio in funzione del suo territorio, di cui costituiva il vivo riferimento scientifico e l’archivio di un’entusiasmante tradizione di ricerca. Vi sono aspetti, non meno gravi, che non abbiamo qui contemplato e che parimenti incidono non poco sulla tenuta e sul funzionamento delle Soprintendenze: lo smembramento degli archivi e delle biblioteche, preziosa fonte di notizie per la tutela ma anche per il restauro e per la presentazione al pubblico, oltre che per la storia degli studi.

Per loro formazione storica, archivi e biblioteche di solito sono stati accentrati presso il museo principale dove svolgevano la propria funzione nei riguardi dell’intera Soprintendenza. Ora, nella quotidiana attività di tutela le Soprintendenze hanno continua necessità di dati e informazioni che ormai sono costretti a chiedere ad altri istituti, talvolta andando incontro a procedure esasperanti e a ritardi tanto più gravi ora che è stato istituito anche per i beni culturali, e con termini di tempo ridottissimi, il principio del «silenzio assenso» tutto a spese del nostro devastato territorio. In breve, a nostro avviso, si dovrebbe adottare il criterio di mantenere l’autonomia di alcuni grandi musei storico artistici, ma non di quelli archeologici, e di ricondurre i Poli Museali nell’ambito delle rispettive Soprintendenze.

Occorrerebbe poi rivedere profondamente il punto dolente della Soprintendenza generalizzata, dai contorni molto incerti e ambigui, la quale comporta lavoro non sempre scientificamente consapevole per il dirigente unico e dispersione di competenze.

Non vi sono, forse, difficoltà nel mantenere l’accorpamento delle ex Soprintendenze ai beni artistici con quelle ai beni architettonici, giacché esse erano state concepite separatamente solo per la tipologia e le classi dei beni da tutelare.

Le Soprintendenze archeologiche, invece, si sono sempre distinte dalle altre per la competenza su contesti storico culturali diversi, per metodologia scientifica e per tradizione di studi. Occorre, insomma, sanare aspetti dell’attuale organizzazione che agli occhi della comunità scientifica del mondo intero appaiono paradossali, per non dire ridicoli.

Per citarne uno, sembra inverosimile che lo Stato italiano non abbia più un suo ufficio che si prenda cura in maniera specifica e complessiva delle antichità di Roma, e ne tuteli l’interesse universale; compito nei secoli passati affidato dai pontefici a figure come Raffaello, Bellori, Winckelmann.

Adriano La Regina e Fausto Zevi

Tratto da: Giornale dell’Arte, 11-2019.

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