Comparse pozze oleose, un residente finisce al Pronto Soccorso per malore. Scatta l’allarme ambientale a Sacida, via Val Camonica Aprilia.

Una situazione di potenziale pericolo ambientale e sanitario sta tenendo in ansia i residenti di via Val Camonica zona Sacida, ad Aprilia. A seguito delle forti piogge delle ultime ore, su un terreno privato limitrofo a un sito già oggetto di bonifica per uno sversamento di benzina da oleodotto, sono comparse preoccupanti pozze d’acqua ricoperte da un evidente film superficiale oleoso, riconducibile alla presenza di idrocarburi. La gravità della situazione è acuita dal fatto che, durante la mattinata, due persone presenti in zona si sono sentite male, accusando sintomi legati presumibilmente all’inalazione delle emissioni odorigene provenienti dal terreno esposto, di cui una trasportata in PS.
I cittadini e le realtà locali esprimono forte apprensione per la velocità con cui il fenomeno potrebbe evolvere. C’è il rischio concreto che, con il passare delle ore, le pozze possano disperdersi nel sottosuolo o asciugarsi, rendendo più difficili i rilievi chimici e la quantificazione esatta della contaminazione in atto. Per questo motivo, sul posto sono intervenuti due agenti del corpo forestale dei carabinieri per i primi accertamenti ed è stata inviata una segnalazione urgente alle autorità competenti per chiedere un sopralluogo ispettivo immediato. L’obiettivo è campionare le acque superficiali e il terreno prima che le prove del potenziale inquinamento svaniscano, accertando al contempo la salubrità dell’aria a tutela della salute pubblica. «Non c’è tempo da perdere», dichiarano i portavoce. «Chiediamo un intervento ispettivo d’urgenza. La salute dei cittadini e la tutela del territorio non possono aspettare i tempi della burocrazia, specialmente a fronte di un malore già registrato sul posto».
La situazione della Palina 1001 a Sacida è nota dal 2018, ma nessun intervento di bonifica ha finora portato a sanare la situazione. Tutte le istituzioni chiamate ad attenzionare il caso hanno voltato lo sguardo altrove, saputo che si tratta di ENI.
Aprilia Libera si unisce al grido di allarme e alla richiesta di un intervento immediato da parte della ASL e dell’ARPA. Le famiglie ivi residenti sono rimaste sole col proprio inferno. Bussato a tutte le porte, non è rimasto loro che realizzare un “parco”, con un percorso didattico illustrato da immagini e prove. Di seguito riportiamo la drammatica recensione della dottoressa Paratore. E attendiamo assunzioni di responsabilità.
APRILIA LIBERA
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Il Parco Enigmatico: una terra di domande senza risposta
Di Luisa Paratore
Sono stata invitata al Parco Enigmatico di Aprilia per vedere con i miei occhi ciò che, da tempo, viene raccontato attraverso analisi, segnalazioni, preoccupazioni e domande. Quel giorno, insieme a me, erano presenti l’agronomo Francesco Quagliata, l’avvocata Alessandra De Rosa Comitato di via Scrivia, Impronta Green, il Comitato Sacida, l’Associazione Aprilia Libera.

Cittadini, comitati, associazioni. Persone diverse, unite dalla necessità di capire. E forse, prima ancora, dalla necessità di tutelare la propria salute. Appena entro, però, le parole passano in secondo piano. Qui si entra con una sensazione che non ha bisogno di spiegazioni: qualcosa, sotto quella terra, non torna. E viene spontaneo chiedersi da quanto tempo la situazione sia questa. La prima cosa che colpisce è il terreno. È asciutto, duro, quasi prosciugato. Un’aridità che potrebbe essere liquidata, con una certa facilità, come il semplice risultato della stagione, della siccità, del caldo. La terra, del resto, ha sempre avuto il difetto di non presentarsi con una relazione tecnica sotto il braccio.
Poi si guarda meglio. E sono le piante a cambiare la percezione del luogo. Qua e là spuntano arbusti spontanei dall’aspetto insolito. Alcuni hanno foglie e rami spenti, con una tonalità che suggerisce qualcosa di più di una semplice sofferenza stagionale. Sembrano quasi bruciati, ma senza che il fuoco sia mai passato di lì. È una sensazione visiva. Non una diagnosi. Ed è importante dirlo. Perché in un luogo dove le domande sono già molte, sarebbe fin troppo facile trasformare ogni foglia in una prova, ogni ramo in un verdetto, ogni albero in una sentenza.
La realtà, invece, è più ostinata. Chiede analisi. Chiede confronti. Chiede tempo. Poi arrivano gli ulivi. Quelli più lontani conservano ancora qualche oliva. Piccoli frutti che resistono sui rami e sembrano appartenere a un paesaggio ancora normale, a una campagna nella quale la vita continua secondo il proprio ritmo. Avvicinandosi, però, qualcosa cambia. Alcuni frutti appaiono raggrinziti, come se avessero perso anzitempo quella pienezza che dovrebbe accompagnare la maturazione. E gli alberi più prossimi all’area interessata sembrano vivere una condizione difficile da descrivere. Non sembrano semplicemente morire. Ma neppure dare l’impressione di crescere davvero. Restano. Una delle persone presenti sintetizza quella sensazione con una frase brutale nella sua semplicità: «Non crescono e non crepano». È una frase che rimane. Perché racconta una condizione sospesa, difficile da nominare. Una sorta di attesa vegetale nella quale nulla sembra compiersi fino in fondo. È forse questo il particolare più inquietante del percorso: non vedere necessariamente la morte, ma intravedere qualcosa che sembra aver smesso di vivere pienamente.
La famiglia che abita qui ha trovato persino un nome per quel pezzo di campagna:
“Morto Botanico”. La definizione ha qualcosa di terribilmente ironico. E l’ironia, quando nasce dalla paura, non è mai davvero leggera. Poi c’è il pozzo. “San Benzene”. Difficilmente si potrebbe immaginare un nome meno rassicurante per una fonte d’acqua. Eppure, a pensarci, è perfettamente coerente con questo luogo: quando la realtà diventa abbastanza paradossale, anche il sarcasmo finisce per diventare una forma di autodifesa.

Qui l’acqua non è soltanto acqua. È una domanda. L’area interessata dalla contaminazione è coperta da teli e presenta punti di ispezione e campionamento. Ci sono strutture, protezioni, elementi tecnici che raccontano un problema entrato ormai nel linguaggio delle procedure.
Tutto appare predisposto. Tutto sembra ordinato. Tutto ha il suo punto di campionamento. E presumibilmente, da qualche parte, anche il suo fascicolo. È una forma di rassicurazione molto contemporanea: se una cosa ha un numero, un verbale e una procedura, viene spontaneo pensare che qualcuno se ne stia occupando.
Poi però si torna a guardare la terra. Gli alberi. Il pozzo. E la rassicurazione diventa improvvisamente più fragile. Perché il problema non è soltanto ciò che si vede. È ciò che potrebbe esserci sotto.
Siamo nel territorio della Palina 1001 dell’oleodotto Gaeta-Pomezia, ma la corrispondenza precisa tra la denominazione amministrativa del sito e il terreno di via Val Camonica richiede di essere ricostruita documentalmente.
Quello che è certo è che la vicenda della condotta, nel territorio di Aprilia, non appartiene soltanto ai racconti dei residenti. Nel corso degli anni sono documentati episodi di effrazione, sversamenti e procedimenti ambientali relativi a diversi punti della condotta.
La famiglia di Luana, intanto, racconta di avere avuto certezza della presenza di idrocarburi e benzene nella falda dalla quale veniva attinta l’acqua del pozzo soltanto molto più recentemente. Ed è qui che la vicenda cambia natura. Non è più soltanto una storia di terreno, tubazioni, falde e contaminanti. Diventa una storia di persone. Di tempo. Di informazione. Di ciò che si sapeva. E di ciò che, forse, è stato compreso troppo tardi.
Perché tra un documento depositato, un procedimento avviato, un campionamento eseguito e una famiglia che comprende che cosa potrebbe esserci sotto casa può esistere una distanza enorme. Una distanza che non si misura in metri. Si misura in anni. E allora la domanda arriva quasi da sola: chi sapeva cosa, e quando?
Il Parco Enigmatico prova a raccontare quello che i documenti, da soli, non riescono a restituire. Il percorso prosegue tra fotografie, documenti, cartelli e parole.
È come attraversare un archivio a cielo aperto. Solo che qui i faldoni non sono chiusi in un armadio. Sono accanto agli alberi. Le fotografie accanto alla terra. Le domande accanto al pozzo. Si passa dalla salute all’acqua potabile, dalla sicurezza all’aria pulita. Poi l’integrità fisica, il diritto all’informazione. Parole semplici. Quasi banali. Proprio per questo, inquietanti.
Perché ciò che dovrebbe essere normale – respirare aria pulita, bere acqua sicura, conoscere ciò che accade nel luogo in cui si vive – qui deve essere scritto su un cartello. Come se fosse necessario ricordarlo. Poi il percorso arriva al cimitero. È forse il punto più spiazzante.
Con la collaborazione dell’impresa funebre Carosi, è stato allestito un piccolo camposanto simbolico. Le lapidi sono lì, piantate nel terreno, con quella compostezza surreale che appartiene ai cimiteri veri. Solo che qui non ci sono nomi e cognomi. Ci sono diritti. “Qui giace la salute”. “Qui giace la fauna”. “Qui giacciono i diritti umani”.

Per un istante viene quasi da sorridere. È un sorriso breve. Di quelli che si fanno quando non si sa bene se sia consentito ridere. Poi il sorriso scompare. Perché quelle lapidi non sono una trovata macabra. Sono una provocazione. E forse la provocazione funziona proprio perché costringe a immaginare l’impensabile: che cosa resta di una comunità quando ciò che dovrebbe proteggerla – salute, ambiente, diritti – viene percepito come qualcosa da difendere?
Il dottor Francesco Quagliata, agronomo che segue la vicenda da circa due mesi, accompagna i presenti nella lettura degli elementi agronomici e ambientali del sito. Si parla di contaminazione, di effetti sugli ecosistemi, di IPA, gli idrocarburi policiclici aromatici, e della necessità di interpretare ogni eventuale effetto alla luce della specifica sostanza, delle concentrazioni, dei tempi e delle modalità di esposizione. Perché una pianta che soffre non è, da sola, una diagnosi. Un terreno arido non è una sentenza. Un albero malato non può diventare automaticamente la prova di una causa. Questa prudenza non indebolisce la storia.
La rende più seria. Perché proprio quando la paura cresce, la prima responsabilità è non confondere ciò che si osserva con ciò che ancora deve essere dimostrato. Servono analisi. Servono dati. Servono competenze. Ma serve anche qualcosa che viene prima di tutto questo: la possibilità, per chi vive lì, di conoscere e comprendere quei dati.
Poi Luana racconta la sua famiglia. E improvvisamente tutto ciò che sembrava appartenere alla dimensione ambientale entra dentro una casa. I suoi figli stanno seguendo un percorso tossicologico al Bambino Gesù di Roma. Lei e suo marito si sottopongono a controlli. E poi c’è il padre di Luana. È morto a 72 anni per fibrosi polmonare. Non è possibile stabilire un legame causale tra quella malattia e la vicenda ambientale senza evidenze scientifiche. Dirlo sarebbe irresponsabile. Ma c’è una cosa che nessuna cautela scientifica può impedire a una figlia: chiedersi se un legame possa esistere. È la domanda che arriva quando la paura smette di essere astratta. E se? E se quella malattia avesse avuto qualcosa a che fare con il luogo in cui ha vissuto? E se ci fosse qualcosa che allora nessuno aveva visto? E se una risposta fosse arrivata prima? Sono domande. Non prove. Ma le domande, quando riguardano la propria famiglia, hanno un peso che nessun documento riesce a cancellare.
Resta allora un interrogativo che non può essere eluso: quanti altri pozzi della zona sono stati analizzati?
Se le famiglie che vivono nell’area utilizzassero pozzi privati, sarebbe necessario capire se quello di Luana rappresenti un caso isolato oppure se la contaminazione possa interessare una porzione più ampia della falda. Non dovrebbe essere la paura dei singoli proprietari a stabilire chi debba fare un’analisi e chi no. Sarebbe auspicabile un monitoraggio esteso dei pozzi privati della zona, condotto dagli enti competenti, con criteri omogenei e risultati resi comprensibili e accessibili ai cittadini. Perché se l’acqua che scorre sotto quei terreni appartiene alla stessa falda, la domanda non può fermarsi davanti al cancello di una sola proprietà. Occorre guardare oltre. Analizzare. Confrontare. Capire. E soprattutto informare. Perché un cittadino non dovrebbe essere costretto ad aspettare che il proprio pozzo diventi un problema prima di sapere che cosa contiene l’acqua che ogni giorno porta dentro casa.
E poi c’è l’oleodotto. La condotta Gaeta-Pomezia, nel territorio di Aprilia, compare nel corso degli anni in documentazione amministrativa e tecnica relativa a diversi episodi di effrazione, procedimenti ambientali e attività di analisi del rischio. Già nel 2014, fonti locali riportavano tre casi di effrazione della condotta nel territorio apriliano, con sversamenti di gasolio: uno in via delle Cadute, a Campoverde, in corrispondenza della palina 884/B, e altri due in via Francesco Baracca. Negli anni successivi, nella documentazione relativa ai siti contaminati, compaiono altre paline distribuite sul territorio di Aprilia: 891, 899, 914, 972, 985, 1001, 1189, con situazioni procedurali differenti. Nel 2016 risultano inoltre documentate attività di analisi di rischio conseguenti a effrazioni dell’oleodotto alle paline 1002 e 1078. E nel 2023, ancora ad Aprilia, i Carabinieri e il personale della sicurezza Eni scoprirono un sistema clandestino per sottrarre gasolio dalla condotta attraverso una tubazione sotterranea abusiva lunga circa un chilometro. Non è dunque una storia nata oggi. Ma sarebbe altrettanto scorretto trasformare la successione di questi episodi in una spiegazione automatica di ciò che accade oggi nel terreno di Luana. La cronaca documenta gli episodi. La scienza deve stabilire eventuali conseguenze. E tra le due cose c’è tutto lo spazio delle verifiche. È proprio questo spazio che il reportage vuole attraversare. Perché dietro il linguaggio tecnico delle paline, dei procedimenti e delle analisi di rischio ci sono appezzamenti di terreno, pozzi, coltivazioni e famiglie. E allora le domande diventano inevitabili: quanti episodi ci sono stati nel tempo? Quanti sversamenti? Quali terreni sono stati interessati? Quali verifiche sono state eseguite? Quali risultati hanno prodotto? E soprattutto: che cosa resta oggi di quella storia sotto la superficie?
Poi arriva l’acqua. E forse è proprio qui che il reportage smette definitivamente di essere soltanto il racconto di un luogo. Perché l’acqua non è un’immagine. Non è una metafora. Non è un elemento scenografico. È una necessità. Quella che si beve. Quella con cui si cucina. Quella con cui si prepara il caffè al mattino. Quella che dovrebbe scorrere dal rubinetto senza costringere nessuno a domandarsi che cosa contenga. La famiglia di Luana, racconta lei, ha dovuto attrezzarsi con serbatoi per l’acqua potabile. Oggi ne possiede uno da 7.000 litri. Settemila litri. Detta così, sembra quasi una quantità rassicurante. Poi la si immagina davanti a una casa. E cambia tutto. Perché settemila litri non sono più una cifra. Sono la misura fisica di una normalità che si è incrinata. Sono acqua da procurare. Da trasportare. Da conservare. Sono spazio occupato dalla prudenza. Sono il promemoria quotidiano che il gesto più semplice – aprire un rubinetto e bere – non è più accompagnato dalla stessa inconsapevole tranquillità. Ed è qui che una vicenda ambientale diventa definitivamente umana.
Perché dietro ogni analisi della falda c’è una persona che deve decidere se bere quell’acqua. Dietro ogni valore riportato su un referto c’è una famiglia che aspetta di capire che cosa significhi. Dietro ogni giorno trascorso senza una risposta c’è un altro giorno vissuto nell’incertezza. E allora la domanda diventa quasi disarmante nella sua semplicità: chi provvederà all’approvvigionamento di acqua potabile di questa famiglia, e delle altre famiglie nella stessa condizione almeno fino a quando non sarà definitivamente chiarito che cosa è accaduto alla falda? Forse, non dovrebbe essere una domanda così difficile. Forse, davanti a una famiglia costretta a vivere accanto a un serbatoio da 7.000 litri, la prima risposta dovrebbe essere molto più semplice delle altre. Acqua. Sicura. Disponibile. Senza doverla trasformare in una pratica da inseguire.

Alla fine del percorso si torna con gli occhi al punto da cui si era partiti. La terra. Gli ulivi. Le piante. Il pozzo. I teli. Le lapidi. Le fotografie. I documenti. Tutto sembra ricomporsi, ma non davvero. Perché il Parco Enigmatico non consegna una soluzione. Consegna una serie di interrogativi. E forse è proprio questo il suo significato più inquietante. Non sapere. Non avere ancora una risposta definitiva. Dover continuare a chiedere. Dover continuare a verificare. Dover continuare a cercare nei documenti ciò che dovrebbe essere chiaro a chi vive sopra quella terra.
La cosa più difficile, alla fine, non è uscire dal cancello. È portarsi dietro quelle domande. Che cosa è successo? Quando? Quanto è stato accertato? Che cosa è stato fatto? Cosa resta ancora da fare? E soprattutto: quanto deve aspettare una famiglia prima di poter tornare a fidarsi dell’acqua che ha sotto casa? Il nome del luogo continua a sembrare quasi ironico. Parco Enigmatico. Ma forse l’enigma non è ciò che si trova sotto la terra. L’enigma, oggi, è capire perché una vicenda fatta di documenti, analisi, procedimenti, pozzi e segnalazioni continui a produrre così tante domande. E così poche risposte. Perché quando si parla di ambiente, il tempo non è mai soltanto tempo. Passa attraverso il terreno. Attraverso l’acqua. Attraverso gli alberi. E, soprattutto, attraverso la vita delle persone. E una famiglia può aspettare una risposta. Può aspettare un’analisi. Può aspettare un documento. Perché poter bere l’acqua di casa senza paura non dovrebbe essere una certezza da conquistare.
Immagini: Aprilia Libera. Immagine di copertina: Canva.







