Dal recupero dei suoli impermeabilizzati alla rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, dall’incremento del verde urbano ai rifugi climatici: il programma PRO NAT.URBE 2026–2035 offre un esempio concreto di come tradurre gli obiettivi europei in interventi sul territorio.
a cura di Jasmine La Morgia (Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio)
Il Portogallo ha approvato il 21 settembre il PRO NAT.URBE – Programa de Ação para a Resiliência e Restauro da Natureza em Áreas Urbanas (Programma di azione per la resilienza e il ripristino della natura nelle aree urbane) – un programma decennale che intende dare attuazione agli obiettivi dell’articolo 8 del Regolamento europeo (UE) 2024/1991, la Nature Restoration Law, integrando il ripristino degli ecosistemi urbani nella pianificazione territoriale e nelle politiche di adattamento climatico.
Dalle parole agli interventi
Il programma portoghese individua cinque obiettivi prioritari: aumento degli spazi verdi urbani, incremento della copertura arborea, riduzione delle superfici impermeabilizzate, creazione di spazi pubblici resilienti e riqualificazione urbana sostenibile, articolati in 22 tipologie di intervento, tra cui:
- recupero di aree urbane abbandonate o degradate;
- depavimentazione e restituzione di permeabilità ai suoli;
- piantumazione di alberi e creazione di aree ombreggiate;
- rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e realizzazione di sistemi di infiltrazione e ritenzione delle acque piovane;
- realizzazione di corridoi ecologici, infrastrutture verdi e blu e rifugi climatici.
Sono misure che collegano la tutela della biodiversità alla salute dei cittadini, alla riduzione delle isole di calore e alla prevenzione degli allagamenti.
Uno degli aspetti più significativi del programma riguarda il ruolo assegnato alle amministrazioni locali.
I Comuni sono chiamati a pianificare, proporre e realizzare gli interventi nei propri territori, integrando progressivamente gli obiettivi di ripristino negli strumenti urbanistici e nelle strategie di adattamento climatico.
Il programma prevede inoltre progetti pilota sostenuti dal Fondo Ambientale portoghese, possibilità di finanziamento nell’ambito di Portugal 2030 e futuri strumenti europei.
Particolare attenzione viene dedicata anche alla trasparenza dei risultati: la Direzione Generale del Territorio coordinerà un sistema di monitoraggio con informazioni georeferenziate sugli interventi, sulle superfici interessate e sulle risorse utilizzate.
Si tratta, per il momento, di un quadro programmatico: la sua efficacia dipenderà dalla realizzazione degli interventi e dalla disponibilità dei finanziamenti previsti, come hanno evidenziato l’associazione ambientalista ZERO (Associação Sistema Terrestre Sustentável) che ha accolto positivamente PRO NAT.URBE, chiedendo però di evitare interventi di “cosmesi verde” e di garantire un vero ripristino ecologico: specie autoctone, maggiore trasparenza, criteri di spesa e risultati ecologici verificabili. L’APAP (Associação Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas), l’Associazione portoghese degli architetti paesaggisti considera a sua volta il programma un passo importante, ma chiede che l’infrastruttura verde diventi parte strutturale della pianificazione urbanistica, con indicatori qualitativi e maggiore supporto tecnico ai Comuni.
L’esperienza portoghese offre spunti di confronto con il percorso italiano.
L’Italia ha trasmesso alla Commissione europea il progetto di Piano Nazionale di Ripristino della Natura il 25 settembre, in ritardo rispetto alla scadenza prevista dal Regolamento e, ad oggi, il testo trasmesso non risulta ancora disponibile.
Non conosciamo dunque le modifiche apportate alle misure previste per gli ecosistemi urbani, in particolare dopo le richieste avanzate da ANCI di rivedere alcune salvaguardie proposte da ISPRA sulla tutela del verde, sulla copertura arborea e sulla pianificazione urbanistica.
Non è quindi possibile stabilire se le tutele previste nelle bozze di Piano di Italia e Portogallo siano equivalenti, anche per la diversa natura giuridica delle misure operative e degli strumenti urbanistici. È però chiaro che è possibile predisporre un programma nazionale che colleghi ripristino della natura, pianificazione comunale, finanziamenti e monitoraggio pubblico, traducendo gli obiettivi europei in interventi concreti e attribuendo ai Comuni un ruolo centrale nella pianificazione e nell’attuazione delle misure di ripristino, con il sostegno di strumenti finanziari e sistemi di monitoraggio pubblico.
In Italia, invece, ci troviamo in una situazione in cui l’associazione dei Comuni Italiani ha espresso forti riserve su diverse misure ISPRA relative agli ecosistemi urbani, chiedendone la revisione per evitare nuovi vincoli e salvaguardare gli strumenti urbanistici vigenti.
Il confronto con il Portogallo è interessante anche sotto il profilo della rappresentanza degli enti locali. L’Associação Nacional de Municípios Portugueses (ANMP), il soggetto più direttamente comparabile con ANCI, fa parte fin dall’origine del Gruppo di lavoro nazionale incaricato di predisporre il Piano di ripristino della natura. Nel 2026 ANMP ha inoltre costituito una Sezione dei Comuni resilienti, alla quale hanno aderito oltre cento Comuni, con l’obiettivo di condividere esperienze e formulare proposte sulla resilienza urbana.
La mancata pubblicazione del testo del PNRN trasmesso alla Commissione europea non consente di verificare quali misure siano state mantenute o modificate, né quale seguito abbiano avuto le osservazioni presentate durante la consultazione.
Eppure l’articolo 14 della Nature Restoration Law richiama espressamente i principi di apertura, trasparenza, inclusività ed efficacia nella preparazione dei Piani nazionali.
Non si può chiedere ai cittadini, alle associazioni e agli enti locali di contribuire alla costruzione di un Piano, come è stato fatto con l’apertura della consultazione pubblica, e poi non divulgare il risultato di quella partecipazione.
La pubblicazione integrale del PNRN, accompagnata da un riscontro puntuale sulle osservazioni ricevute, è dunque indispensabile per consentire un confronto pubblico informato e per chiarire quali scelte siano state compiute nella fase successiva alla consultazione.
C’è quindi un problema di trasparenza amministrativa ma, soprattutto, di responsabilità politica del Ministero dell’Ambiente, chiamato a garantire che il Piano nazionale di ripristino sia costruito secondo criteri di apertura, partecipazione e coerenza scientifica, e che gli interessi rappresentati nel processo siano valutati in modo trasparente e tenendo conto degli interessi generali.
Finché il testo trasmesso a Bruxelles resterà non sarà reso pubblico, cittadini, associazioni, comunità scientifica ed enti locali non potranno verificare quali misure siano state confermate, quali modificate e su quali basi. E questo indebolisce la possibilità di un confronto pubblico proprio nel momento in cui il Piano può ancora essere rivisto.
La trasparenza serve anche ai sindaci, non soltanto alle associazioni ambientaliste, per conoscere le misure effettivamente previste e le responsabilità che ne derivano.






