L’ultimo Rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente restituisce dati da paura: 10.243 ettari di suolo persi, con un balzo netto rispetto al 2024 (più 22%). E si continua a cementificare aree pericolose, franose o costiere. “Una cambiale di insostenibilità che ogni politico dice di ricevere da quello precedente e che poi però cede, più pesante, al politico successivo”. Quali sono le Regioni peggiori, quali le responsabilità dei sindaci. L’intervento del prof. Paolo Pileri.
di Paolo Pileri
Articolo pubblicato su Altreconomia.
Niente da fare, ancora dati da paura per il consumo di suolo in Italia. Nessuna siccità, nessuna alluvione, nessuna frana, nessuna pietà per le morti premature nelle città diventate isole di calore rovente: nulla ferma il continuo consumo di suolo nel nostro Paese.
Il terzo pilastro del Green deal europeo, la tutela del suolo, non interessa ai nostri governi e ai nostri politici. Nel 2025 abbiamo sfondato il limite delle decine di migliaia portandoci a 10.243 ettari di suolo consumati, un balzo in avanti del 22% rispetto al già insopportabile consumo di suolo del 2024 (8.370 ettari). Per chi ama le cifre a effetto, si tratta di 28,1 ettari al giorno (nel 2024 erano 23) o 3,25 metri quadrati al secondo (contro i 2,7 del 2024): non ci si può distrarre un attimo che il panorama davanti al nostro naso cambia.
La situazione diventa sempre più soffocante e pericolosa per la salute del territorio e dei cittadini. I motivi? C’è di tutto: leggi urbanistiche colabrodo, ma che ci vendono come perfette; piani urbanistici che non si svuotano mai o mai quanto necessario; il famoso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr); le Olimpiadi invernali; la transizione energetica mai pianificata e subito liberalizzata; il via libera ai data center; le zone economiche speciali (Zes); le strutture sanitarie private; la logistica; l’alta velocità ferroviaria, strade, parcheggi, stadi e sempre tanta tanta edilizia “civile” su suoli prima liberi (quest’ultima è stata di 1.160 ettari).
Nel 2025 abbiamo quattro Regioni che sfondano il muro delle migliaia di ettari l’anno; mentre nel 2024 questo primato spettava solo all’Emilia-Romagna. Sono consumi di suolo che in parte arrivano dall’eredità di previsioni urbanistiche antiche e in parte da trasformazioni volute da chi sta governando oggi. È il solito gioco dell’eredità urbanistica. Una cambiale di insostenibilità che ogni politico dice di ricevere da quello precedente e che poi però cede, più pesante, al politico successivo e che nessuno ha il coraggio di interrompere o che, forse, fa comodo come alibi per scansare le responsabilità. A proposito, per aiutare il lettore a inquadrare le responsabilità politiche del consumo di suolo, questa volta ricorderemo i nomi dei politici che governavano o governano i relativi territori. Può sembrare inelegante ma non è così: è solo un esercizio di correlazione che aiuta i cittadini a conoscere meglio chi li governa.
Il primato di consumo di suolo regionale se lo aggiudica la Sicilia con 1.619 ettari nell’anno 2025. La Regione è stata guidata dall’attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, che ha molto a che fare con la fragilità dei suoli innescata dagli impatti ambientali e dai cattivi utilizzi del territorio; ora a guidare la Regione c’è l’ex presidente del Senato, Renato Schifani. Segue a ruota il Lazio con 1.436 ettari; governato fino al 2022 da Nicola Zingaretti, ora parlamentare europeo e quindi vicino a quel che rimane del Green deal, seguito poi da Francesco Rocca che è stato presidente fino al 2022 della Croce rossa italiana e che quindi, inevitabilmente, si sarà occupato di One health, quel concetto per il quale solo se sta bene la natura e la si rispetta in pieno, si ottiene benessere e salute duratura anche per l’uomo e non il viceversa. Il terzo gradino del podio è per la Puglia con 1.198 ettari, retta ora da Antonio Decaro, ex presidente della Commissione Ambiente del Parlamento europeo quando si è approvato il Regolamento per il ripristino della natura (2024/1991) e la Direttiva sul monitoraggio del suolo (2025/2360). Decaro è stato anche sindaco di Bari per oltre un decennio. Prima la Regione era guidata da un ex magistrato, anch’egli ex sindaco di Bari, Michele Emiliano che quindi conosce bene le leggi e anche il testo unico ambientale. Infine, la Lombardia i cui presidenti non hanno bisogno di presentazioni: Attilio Fontana al secondo mandato, Roberto Maroni e Roberto Formigoni artefici delle leggi urbanistiche e sul consumo di suolo tuttora vigenti; tutti sempre fortemente vicini ai governi nazionali. La Lombardia nel 2025 ha asfaltato 1.093 ettari, confermandosi di nuovo Regione leader di consumo di suolo, sempre in vetta alle classifiche.
Quelli citati sono nomi di personalità politiche note a tutti e di cui ognuno, più o meno, ha sentito parlare anche a scale più ampie di quella locale. È bene ricordare che il consumo di suolo non ha alle spalle entità impersonali e nebulose come spesso si rischia di credere usando formule impersonali. Sicuramente non è tutto merito o demerito loro -non siamo così generosi, suvvia- ma va preso atto che i nomi citati si riferiscono a personalità dalla lunga, lunghissima presenza sulla scena politica, occupando posizioni chiave nelle istituzioni pubbliche oltre a influenzare non poco il disegno delle politiche urbanistiche italiane. Personalità che hanno avuto più di un’occasione per lavorare alla limitazione al consumo di suolo.
I numeri, però, gli gettano addosso un ritratto diverso. Sia chiaro che non sono stati lasciati soli in questa gara del consumo di suolo. Poco dietro spunta il Piemonte (854 ettari consumati), la Campania (740), il Veneto (584), la Toscana (499), l’Emilia-Romagna (466) e la Sardegna (445). Tutte Regioni guidate da nomi fortemente influenti nella politica urbanistica e ambientale nazionale. Qualcuno di loro è stato ministro o sottosegretario, altri sono ora deputati europei, altri guidano forze politiche. Mica persone di terz’ordine.
E poi ci sono i sindaci, che ci ricordano sempre di essere i più “vicini alla gente” e ai territori. Quelli che sanno come si fa per fare una buona urbanistica e portare le città fuori dalle crisi ecologiche e climatiche. Anche quelli che, ricordiamolo con dolore, si sono macchiati, per delega alla loro associazione Anci, dello svuotamento del Piano nazionale di ripristino della natura all’articolo 8.
A vedere i dati pessimi del consumo di suolo 2025, forse un’interpretazione a tanta ostinata avversione all’articolo 8 del regolamento europeo 2024/1991 emerge. Ad esempio, Milano, il cui sindaco Giuseppe Sala è notissimo per essere stato il “papà” delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 e prima ancora per Expo 2015, ha imbarcato ben 35 ettari di consumo di suolo (più del doppio degli anni precedenti). Chissà, forse è il “Salva Milano” ad aver presentato il conto?
Oltre Milano vi sono altre città che potremmo premiare con la betoniera d’oro: Roma con quasi 80 ettari; Foggia oltre gli 80; Cagliari supera i 50; Venezia 33,4 ettari; Ravenna 41 ettari (per anni il sindaco è stato Michele De Pascale che oggi governa l’Emilia-Romagna); Padova oltre 20; Forlì quasi 20 (a nulla è servita la lezione di depavimentazione portata a termine nel 2022); Perugia 14,3; Chieti oltre 16; Catania arriva addirittura a sfiorare i 200; Viterbo i 100 (questi ultimi numeri da capogiro arrivano probabilmente dall’aver piazzato distese di pannelli fotovoltaici).
Ma non ci sono solo i sindaci e le sindache dei capoluoghi di provincia e delle città metropolitane ad aver fatto girare la betoniera. Ci sono anche i sindaci dei paesi e dei medi Comuni con altri numeri da paura. Cercate nel rapporto del Sistema nazionale di protezione ambientale (Snpa) a pagina 90 e vedrete voi stessi le classifiche. Ovviamente fioccheranno le proteste, i “se e i ma”, le accuse all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) di “contare male”, le giustificazioni su quanto sia “difficile fare sindaci e presidenti di Regione oggi”. Parole che sentiamo puntualmente da decenni.
Sta di fatto che i numeri del rapporto inchiodano ognuno alle proprie responsabilità anche se lo sport che innesca è quello di sfuggirle. Sicuramente ci sono tanti sindaci e sindache che hanno fatto bene ma il loro sforzo viene travolto dallo tsunami di chi continua imperterrito a cementificare. Questo ci dice anche che non ci si può limitare a fare bene a casa propria ma occorre occuparsi della casa comune, perché è così che si fa la politica di cui abbiamo urgenza. Tenere lo sguardo su tutto il territorio è proprio quel che fa con rigore e abnegazione il team dei ricercatori Ispra dal 2013. Eppure, c’è anche qualcuno che sogna di chiudere l’osservatorio Snpa e il rapporto sul consumo di suolo: sarebbe un delitto vero e proprio. L’unità tecnica che si occupa del rapporto nazionale, insieme alle tante agenzie ambientali regionali, è un fiore all’occhiello delle istituzioni pubbliche italiane e va tutelata e protetta da chiunque solo pensi di ridurne l’operatività.
Voglio ora passare a una piaga nella piaga: il consumo di suolo nelle aree pericolose dove dovremmo registrarne uno nullo. Invece da anni capita l’esatto contrario: una roulette russa che continua a generare vittime umane, di natura, di paesaggi oltre ad appesantire il bilancio economico dello Stato che deve ristorare le urbanizzazioni, audaci e insensate, ogni volta che c’è un’alluvione, una frana, una mareggiata. Nel solo 2025 altri 1.106 ettari sono stati cementificati nelle aree a media pericolosità idraulica (quelle alluvionabili più facilmente, facendo vittime e danni come accaduto in Romagna, nelle Marche, in Toscana, in Campania e come accadrà sempre più spesso). Mai visto tanto consumo nelle aree pericolose. Le Regioni leader di cemento in queste aree sono Sicilia (294 ettari), Emilia–Romagna (261) e Toscana (161).
Poi abbiamo le urbanizzazioni dentro le aree franose, altra cosa di cui non ci si può capacitare. A livello nazionale sono stati 706,6 gli ettari cementificati o asfaltati nelle zone che hanno una qualche suscettività franosa. Di questi, oltre 120 sono dentro gli areali a pericolosità “molto elevata-P4” e “elevata-P3”, dove quasi sicuramente si avrà un fenomeno franoso nel giro di qualche anno. Incrociamo le dita per non avere vittime ma prepariamoci a pagare tanti soldi per rifondere i danni.
Infine, come se non bastasse, continuano le cementificazioni addossate al mare: entro 300 metri dalla costa sono stati consumati altri 131 ettari. La maggior parte in Sardegna (43), in Puglia (23) e in Sicilia (16). Anche qui dobbiamo concludere amaramente che il grido di dolore del ciclone Harry non è servito a nulla. Imperterriti, si continua ad abusare delle coste anziché liberarle e renderle più resilienti.
In questa corsa alla distruzione non mancano le urbanizzazioni nei parchi. Quelli che dovremmo tutelare come gioielli preziosi. Quelli che mostriamo orgogliosi ai contabili della Convenzione internazionale sulla biodiversità o che raccontiamo nelle scuole insieme alla favola dell’Agenda 2030.
Nel 2025 altri 106,7 ettari sono stati strappati alle aree protette (Campania, Puglia, Piemonte e Marche sono le leader). Ma come è possibile? Credo che questo in particolare sia un consumo di suolo ineccepibilmente contro ciò che prescrive il Regolamento europeo per il ripristino della natura vigente fin dal 18 agosto 2024. Perché continuare questo gioco al massacro? Cari presidenti della Repubblica in carica e che arriverete, potete dire qualcosa almeno voi?
Finiamo con le belle notizie, come piace ai politici del loro pollice verde. Parliamo di ripristini della natura, nonostante i sindaci d’Italia abbiano affondato la bozza del Piano di ripristino della natura consegnata dall’Ispra al ministero dell’Ambiente a luglio 2026 usando tra le varie motivazioni quella per cui già da sempre i Comuni italiani fanno ripristino e depavimentazione. Giudicherete voi dai prossimi dati.
Tra i 10.243 ettari di suoli distrutti, 4.231 ettari erano proprio spazi verdi urbani e 320 ettari erano coperture arboree urbana. No comment. I ripristini di verde sono stati di 746 ettari ovvero solo il 7,3% del consumo di suolo del 2025: una bazzecola, un nonnulla, una quisquiglia. Numeri che non garantiscono nessun bilanciamento ecologico. Neanche l’ombra. Questi numeri sono l’epigrafe scolpita sulla pietra di un Paese che si ostina ad andare in una direzione insostenibile e opposta a quella indicata dal Regolamento europeo per il ripristino della natura. Un Paese dove la politica continua a dirci, a parole, che rispetta l’articolo 9 della Costituzione “La Repubblica […] tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, ma i numeri ci dicono l’esatto contrario. E poi, tanto per chiarire, i ripristini di natura registrati dall’Ispra sono per la maggior parte ripristini di cantieri e non certo le depavimentazioni che ci chiede l’Europa.
Molto altro ci sarebbe da raccontare e molto continueremo a raccontare leggendo le 559 pagine del rapporto Ispra-Snpa “Consumo di suolo, ecosistemi urbani e stato del territorio. Edizione 2026”. Ma lascio a voi sfogliarlo per tirar fuori altre parole e altri numeri così da dare voce più robusta alle ragioni del suolo e pretendere il rispetto dell’ambiente e dei giovani.
Organizzate voi stessi dibattiti nei vostri Comuni. Pubblicate sui social. Fate dei poster e appendeteli in giro le vie. Realizzate dei podcast; dei video brevi e brevissimi. Stendete lenzuola dai balconi con il numero del suolo distrutto nel 2025 nel vostro Comune e fate capire che siete indignati. Raccontate nelle scuole e fuori dalle scuole. Citofonate ai vostri sindaci, agli assessori, consiglieri e parlamentari e chiedete se hanno letto il rapporto Ispra/Snpa, che cosa ne pensano e che cosa credono di fare da politici quali sono.
Mostrate le pagine del rapporto agli urbanisti locali che ancora si prestano a fare piani pieni di previsioni cementizie e a tutti e tutte coloro che alzano le spalle dicendo con una mano che nulla si può fare e con l’altra si tengono ben stretti le posizioni politiche e tecniche di rilievo, responsabilità e influenza che dovrebbero usare per tentare in mille modi di cambiare le cose o, almeno, di non soffocare la speranza di farlo. Nel frattempo, ringraziamo di nuovo Ispra e Snpa per il loro lavoro preziosissimo. A noi tenerlo vivo.
27.10.2026
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024).







