L’ultimo rapporto annuale «Consumo del suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici» a cura del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) vede il Veneto ovunque nelle tristi top ten della corsa al cemento. Dei servizi ecosistemici che l’Italia ha perduto tra il 2006 e il 2024 per un valore tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno, 73 milioni l’anno sono stati dilapidati nel territorio della Serenissima.
di Caterina Diemoz
Tutti sanno che il suolo li “eroga” e che se li distruggiamo perdiamo denaro: eppure il cemento avanza (nel 2024 a un ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo). Forse perché nel secolo della ragione scientifica è stato silenziato il cuore: diversamente, fuggiremmo dai social dove sentenziamo con arroganza su tutto e ci ammasseremmo davanti a municipi, sedi di regioni e province, città metropolitane per gridare la nostra determinazione a difendere non il suolo ma la Terra – madre nel Cantico delle Creature e in tante religioni del mondo – che ci dà acqua, cibo, aria pulita, e mitiga gli effetti di siccità e inondazioni senza chiederci nulla in cambio. Un Mistero, visto come la trattiamo. Pensiamoci, prima di leggere le cifre che seguono.
Dopo la Lombardia, il Veneto è la regione dove tra il 2006 e il 2024 si è consumato più suolo: oltre 216 mila ettari, cioè l’11,86% eroso, impermeabilizzato, devastato, di cui 730 nel solo 2024. Una media di gran lunga superiore a quella italiana (7,17%) e quasi il triplo di quella europea (4,4%).
È la prima regione per quantità di superficie edificata per abitante: 158 metri quadrati. E se nel 2024 la Lombardia “vantava” la massima superficie coperta da edifici e fabbricati, tra il 2023 e il 2024 è in Veneto che è più aumentata (+125,75 ettari) e occupa la massima estensione sia rispetto all’intero territorio (il 4,19%), sia rispetto al totale del suolo regionale già consumato (il 34,63%).

Un difficile passato
In Veneto lo sviluppo fa il paio da sempre con un’edilizia smisurata rispetto alle necessità di quanti non praticano le professioni di imprenditori, cavatori, costruttori, immobiliaristi, e nemmeno rientrano nella miriade dei proprietari che in borghi, città e campagne hanno chiesto e ottenuto di trasformare terreni da agricoli in edificabili, e casolari e villette in condomini multipiano. Sono un esercito, e votano chi li ha soccorsi. “Non è in salute un sistema politico in cui il comportamento elettorale della gente è prevedibile o scontato, e l’opposizione è flebile o irrilevante” (Antonio Polito, «Le regioni senza più ricambio», Corriere della Sera 24-8-2025). E tanto meno lo sono l’aria, l’acqua, la terra.
Ma in Veneto non c’è altro dio al di fuori del suo febbrile sviluppo – pur da tempo archiviato – e il Doge è il suo profeta. Inossidabile professione di fede che i cinquantenni – ottantenni ripetono come un mantra dalle piazze alle osterie ai salotti dove un immarcescibile ceto intellettuale, per convinzione o convenienza, discetta di “lingua veneta” e di Serenissimi miti mentre i giovani scappano. Negli ultimi dieci anni 3.000-3.500 under 35 l’anno sono andati via e nel 2024 quasi il doppio: 7.500 di cui il 90% con laurea in discipline STEM, fondamentali per l’innovazione industriale (Fondazione Nordest).
Una religione non può mancare di un testo sacro, ma qui non servono libri o e-book. È impiantato nei cervelli come un microchip perché a nessuno manca un parente che ha fatto la fame o è andato all’estero per non lavorare nei campi sotto padrone, o invece è rimasto: Così, quando negli anni del boom e del Mercato Unico Europeo (1958) si diffuse a macchia d’olio il modello “fabbriche per ogni campanile”, quando gli emigrati rientrarono e per tutti ci fu un posto in fabbrica o nelle colture intensive e si innalzò a livelli impensabili il tenore di vita, beh, allora… neiricordi dei nuovi ricchi, della campagna veneta non rimasero che il sudore e la puzza dai quali fuggire a gambe levate. Fecero il resto gli sgravi fiscali e la cessione a prezzi poco più che simbolici delle aree a scopo produttivo, e nell’arco di due decenni (1961-1981) mutarono destinazione d’uso più aree agricole di quanto non fosse avvenuto nei due millenni precedenti (Domenico Luciani, 2002). Altro che burocrazia pachidermica.
Elettori ed eletti
Nel frattempo, la politica non rimase a guardare. Nel 1970 si istituirono le regioni, che qualcuno all’epoca definì “future voragini di spreco”, un presagio oggi difficile da smentire. Seguì la legge sui governatori eletti dal “popolo” (1993) che doveva avvicinare le masse alla politica. Poi fu permesso a ogni regione di legiferare in materia elettorale a modo suo: vedi la collisione tra leggi statali e regionali sui tre mandati dell’ultimo Doge.
Non so cosa pensi la gente di questa trionfale avanzata del decentramento e della mole di costi che genera. Sta di fatto che i pochi che continuano a recarsi alle urne, nelle regioni per lo più eleggono sconosciuti selezionati dalle botteghe di partito; nei comuni, “liste civiche” dietro le quali a volte si celano portatori di interessi non chiari, né dichiarati. Tanto più che – altro miracolo del decentramento – un qualsiasi Consiglio comunale può far insediare sul suo territorio colossi dell’industria o della logistica su aree di 50.000 mq e più, anche solo per incamerare oneri concessori utili a far quadrare il bilancio. Così leggi, leggine, piani urbanistici con strascico di deroghe e varianti sono stati approvati a colpi di maggioranze (xe la democrasìa, beléssa) sfigurando la campagna veneta con l’urban sprawl o città diffusa, stuprandola con 1220 cave oggi dismesse e abbandonate (Legambiente, 2025). Forse per provare a difendere quel che resta del suolo occorre imboccare la porta stretta: smetterla di fondare comitatini e comitati, e riappropriarsi della politica.
Qualche legge
Nello Stivale manca da tempo immemorabile una legge per difendere il suolo e riordinare l’intera materia: ma la strada è lastricata di vittime illustri come il ministro DC dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo, che sparì dalla scena politica quando nel 1963 osò proporre uno schema di legge urbanistica per sottrarre le città alla speculazione fondiaria.
Nell’italico vuoto legislativo, le Regioni legiferano: in Veneto con la Legge Regionale 14/2017 “per il contenimento del consumo di suolo” che oltre a introdurre una marea di deroghe, ha triplicato la superficie territoriale consumabile precedentemente determinata dalla legge regionale 11/2004, legittimando il più esteso consumo di suolo veneto: l’ha calcolato nel 2024 Endri Orlandin, già docente di pianificazione territoriale e urbanistica all’Università di Bologna e allUniversità IUAV di Venezia.
Quella legge avrebbe dovuto almeno porre un freno alle devastazioni dell’ultimo mezzo secolo (se si escludono il cemento e i rifiuti tossici riversati su Marghera e sulla laguna di Venezia dagli anni Dieci del secolo scorso) e all’espandersi del grigio sudario di case e capannoni abbandonati, vuoti, sfitti, dismessi e degradati che avvolge la campagna veneta. Un esito determinato in buona parte da due “famiglie” normative: le leggi Tremonti (1991) e Tremonti bis (2001) che detassarono gli utili d’impresa se reinvestiti in nuovi immobili per l’azienda. Ne sortì un abnorme incremento di 24 milioni di metri cubi di edifici nel 2000, 27 milioni nel 2001, 38 milioni nel 2002 e 24 nel 2003 (Tiziano Tempesta, 2007); il Piano Casa nazionale recepito con l.r. 14/2009, poi reiterato più volte, che diede il via libera ad aumenti di cubature in gran parte in deroga ai piani urbanistici e allegramente spalmati pure su aree agricole.Da notare che nel 2009 il patrimonio immobiliare dei 581 comuni già copriva il fabbisogno abitativo fino al 2022.
Ma rigenerare non conviene, disinquinare costa troppo, i cambi di destinazione d’uso sono difficili da ottenere, signora mia. È il lamento di chi di edilizia e di leggi se ne intende, mentre chi dovrebbe far sì che sui tetti della grigia distesa trovassero posto gli ormai indispensabili pannelli fotovoltaici, si arrabatta: negli ultimi dieci anni sul fronte delle rinnovabili si è avuta una trentina di norme e decreti diversi e talvolta contraddittori (Milena Gabanelli, «Attacco a eolico e solare, chi paga davvero il conto», Corriere della Sera, 12-11-2025). Chi invece di leggi e regolamenti non capisce nulla, subisce l’ulteriore devastazione di aree verdi e terreni agricoli, con corollario di ricorsi al Tar di comitati di cittadini esasperati.
Un esempio: il “bosco dello sport”
È solo una delle tante grandi opere meritevoli di ben più di un articolo. Ma poiché, dati SNPA-ISPRA alla mano, nel 2024 Venezia è stata uno dei capoluoghi di regione che hanno consumato più suolo superando Roma, in pole position fino all’anno prima, è bene sapere che qui circa il 70% del consumo di suolo se lo sono mangiato i cantieri del nuovo stadio cinicamente battezzato “Bosco dello Sport” e di un’arena polifunzionale, ambedue innalzati su terreno agricolo presso Tessera: una località – rileva Italia Nostra Venezia – con indici di criminalità bassissimi dove prevalgono villette unifamiliari in un paesaggio agrario incontaminato.
Dei 300 milioni di euro stanziati, 100 milioni di fondi Pnrr dovevano essere destinati anche alla rigenerazione urbana e alla riduzione dell’emarginazione e del degrado sociale nelle periferie: degrado che esiste a Mestre, non a Tessera («Mestre, degrado e criminalità come nelle metropoli: il numero delle vittime di overdose tra i più alti d’Italia», Il Gazzettino, 14-3-2025) e degrado e criminalità sono una delle conseguenze di un’espansione edilizia senza regole. Così, mentre si edifica a Tessera, a Mestre quartieri come via Piave o Porto Marghera, che ai fondi PNRR avrebbero diritto, vengono abbandonati al loro lento declino.
Persino l’Unione europea aveva espresso riserve. Persino il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini: “se ti danno soldi per la sostenibilità, l’innovazione e la riduzione delle emissioni, ma tu li usi per uno stadio, evidentemente fai una scelta quanto meno bizzarra” («Matteo Salvini: “Nomine, abbiamo scelto il meglio. Sul Brennero l’Austria è fuorilegge”» Il Gazzettino, 14-4-2023). Poi si sa com’è andata.
Urbanistica grande assente
Le trasformazioni avvenute negli ultimi trent’anni sono avvenute sotto il segno dei due Dogi. Il primo fu anche il primo che si lanciò a corpo morto sulle grandi infrastrutture con giri di affari di miliardi: ma se la sua immagine l’ha considerevolmente appannata lo scandalo Mose, quella del secondo appare pulita e innocente come la pelle di un neonato. Sta di fatto che in trent’anni i governi regionali di entrambi (1995 – 2025) mai si sono sentiti sfiorati dal rischio di dover cedere il timone a chicchessia, e sono trent’anni nei quali si è registrato un degrado ambientale da primato. Trent’anni – sarà un caso? – dominati dall’assenza di un Piano territoriale regionale di coordinamento (Ptrc) che dovrebbe decidere organizzazione e assetto di un territorio, e da quella di un Piano regionale dei trasporti (Prt) che dovrebbe promuovere un sistema di mobilità sostenibile. Ma l’urbanista Chiara Mazzoleni, docente allo Iuav di Venezia, ricorda che i nuovi piani sono entrati in vigore solo nel 2020, mentre i precedenti risalivano ai primi anni Novanta. Forse anche per questo, in questo lungo interregno, i veneti hanno continuato a vedere divorata a palmo a palmo la loro terra da strade e superstrade, da hub logistici e da centri commerciali collocati nei pressi di rotonde e svincoli, tra falde inquinate, traffico veicolare da esaurimento nervoso e aria sempre più irrespirabile, in città e campagne sempre più spopolate dal calo demografico. Ma finché si respira si mangia, per quanto l’aria faccia schifo. Finché si beve acqua, vuol dire che i PFASnon sono nell’acqua del tuo rubinetto. Il suolo poi, in tutti i sensi sta sotto i piedi. Per questo tra pochi giorni le regionali in Veneto registreranno la vittoria trionfale dei soliti noti, in un silenzio tombale su questi e altri temi. Io non so darmi altre risposte.
Immagine in alto: cantiere per la realizzazione del “Bosco dello Sport” di Mestre. Il cantiere aperto nel 2024 occupa un’area di 27 ha. Il progetto prevede la costruzione di un palazzetto dello sport e di uno stadio in un’area di complessivi 116 ha, di cui 37 di superficie impermeabilizzata e 79 boscata. Autori: ARPAV: Andrea Dalla Rosa, Ialina Vinci. Fonte: SNPA, “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. Ed 2025.






