Arriva dalla lontana (ma non più tanto lontana) Groenlandia una dichiarazione importante, una lezione di vita e di comunità che dovrebbe essere alla base della democrazia, eppure pare continuare ad essere così lontana. Le parole (sotto in corsivo) sono di Tillie Martinussen, esponente e co-fondatrice del Cooperation Party, forza politica oppositrice dell’indipendenza della Groenlandia…
di Alessandro Mortarino
In Groenlandia non si può possedere la terra: puoi ottenere un lotto per costruire la tua casa e possiedi la casa sopra il terreno, ma la terra in sé no. Perché i groenlandesi non credono che la terra appartenga a una persona sola: appartiene a tutti. E lo stesso vale per il mare e per le ricchezze che contiene. Per questo è un enorme errore di calcolo pensare che i groenlandesi possano essere comprati con il denaro. Non è così. E anche se ci dicessero: “100.000 dollari a persona”, non rinunceremmo mai alla sanità gratuita, non rinunceremmo all’istruzione gratuita, non rinunceremmo a far parte dell’Europa, non rinunceremmo alla nostra sovranità, che prima o poi è comunque il nostro obiettivo. (Tillie Martinussen)
In Italia, nel 1962, cioè nel pieno del boom economico, un ministro democristiano – Fiorentino Sullo – presentò un disegno di legge che prevedeva che l’indirizzo e il coordinamento della pianificazione urbanistica dovessero attuarsi nel quadro della programmazione economica nazionale e in riferimento agli obiettivi fissati da questa.
Una scelta che andava a modificare profondamente il regime proprietario delle aree: di proprietà privata restava soltanto una parte delle aree edificate, le altre aree – edificate o edificabili – passavano gradualmente in proprietà dei Comuni, che avrebbero poi ceduto ai privati il diritto di superficie per le utilizzazioni previste dai piani.
Questa legge non fu mai approvata e l’anno successivo, dopo una violenta campagna diffamatoria, Sullo non fu confermato alla guida del dicastero e la “sua” legge finì in un archivio (blindato…).
Alle origini del Diritto, cioè attorno all’VIII secolo prima di Cristo, agli inizi dell’Impero Romano, ogni pezzo di terra fertile non aveva un proprietario, perché a quei tempi la proprietà individuale non esisteva. Ogni millimetro di suolo era proprietà collettiva, apparteneva esclusivamente al popolo. Al popolo sovrano.
Fu Numa Pompilio a deliberare la “divisio“: una parte viene assegnata ai singoli Patres, due iugeri a testa, cioè mezzo ettaro (quanto è appena sufficiente per soddisfare le elementari necessità familiari), e una parte viene riservata all’uso comune della cittadinanza, il cosiddetto “ager compascuus”.
La città (Roma) viene confinata con precisione; al centro c’è la città, attorno le coltivazioni. Le porzioni minimali di terreni affidati alle famiglie non sono cedute in forma di proprietà privata poiché sulla parte divisa i singoli assegnatari godono di un potere indefinito, detto “mancipium”, e non un diritto reale come il diritto di proprietà privata.
I Romani ci insegnano che la terra è di tutti e che ognuno ha diritto di usufruire di una “parte del tutto” per soddisfare i propri bisogni primari. Ma la terra non è sua.
E’ di tutti.
Grazie ai cittadini della Groenlandia per averci aiutato a ricordare che cos’è la terra. Un bene comune.
Già…
Immagine in alto: Tasermiut Fjord, Grønland (Unsplash).






