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Il Paesaggio dimenticato: quando l’ambientalismo smarrisce la sua anima

La preoccupazione per la crescente penetrazione delle rinnovabili è prioritariamente rivolta ai costi dell’elettricità prodotta, all’adeguatezza di queste tecnologie in relazione alla sicurezza energetica e ai danni (o alle opportunità, secondo i punti di vista) che determinano nel sistema economico. Il danno al paesaggio, invece, è sempre meno considerato come se, negli anni, si fosse determinato un vuoto nel bagaglio culturale degli italiani e, prima ancora, fosse venuta meno una specifica sensibilità verso la bellezza dei luoghi identitari naturali. Alcune riflessioni di Francesco Pratesi, figlio di Fulco e attuale presidente di Italia Nostra Toscana.

di Francesco Pratesi

C’è stato un tempo – non lontano – in cui il paesaggio occupava un posto centrale nella coscienza civile italiana. Non era un tema modaiolo ma un bene comune da difendere con la stessa determinazione riservata alla libertà, alla cultura, alla democrazia. A ricordarcelo sono stati alcuni dei più grandi intellettuali del Novecento: Antonio Cederna, Giorgio Bassani, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Fulco Pratesi mettevano in guardia contro l’illusione di un progresso automatico, capace di giustificare ogni sacrificio in nome della produttività. Il loro approccio costituisce oggi una chiave preziosa per comprendere come il paesaggio sia oggi progressivamente espulso dal perimetro delle scelte pubbliche.

Quegli intellettuali scrivevano e pensavano con strumenti che oggi sembrano appartenere a un’altra era geologica. Le Olivetti Lettera 22, gli articoli battuti a macchina con la carta carbone e dettati per telefono, le conversazioni lente, meditate, spesso solitarie. Non avevano computer, né smartphone, né social network; non conoscevano l’ansia del consenso immediato, la tirannia dei “like”, la dipendenza dall’algoritmo. Il loro dialogo con il mondo e con gli altri intellettuali passava attraverso il tempo lungo della riflessione, non attraverso l’istante. Oggi possono apparire come dei dinosauri, figure analogiche travolte dalla velocità digitale. Eppure, senza il loro contributo – scevro dallo schiavismo del consenso, dalle mode e dall’opportunismo comunicativo – non avremmo nemmeno quel poco che ancora sopravvive di una struttura etica e intellettuale della società civile. È in quella lentezza, in quella distanza dal rumore, che si è formata una visione capace di resistere al tempo.

È vero: potevano incidere sull’opinione pubblica anche perché il loro insegnamento non subiva la massificazione del mondo digitale; i giornali su cui scrivevano vendevano dieci volte le copie di oggi; riviste come l’Espresso, Panorama o l’Europeo contribuivano a formare un orizzonte culturale condiviso, insieme ai pochi canali della RAI in bianco e nero. Ma ridurre tutto questo a una semplice condizione storica favorevole sarebbe un errore: si trattava soprattutto di responsabilità, di misura, di consapevolezza del peso pubblico della parola.

Oggi il loro insegnamento sull’importanza di difendere la bellezza dei luoghi in cui viviamo sembra essere scivolato ai margini. Quando non è considerato un intralcio, viene trattato come una variabile secondaria, sacrificabile in nome di obiettivi presentati come indiscutibili: transizione, urgenza, semplificazione, velocità. Parole d’ordine che, sempre più spesso, funzionano come schermi retorici dietro cui si consumano trasformazioni territoriali irreversibili.

Antonio Cederna parlava di vandali in casa, denunciando la complicità tra speculazione privata e debolezza pubblica. Pasolini vedeva nella distruzione del paesaggio il segno più evidente di una mutazione antropologica, capace di sradicare comunità, memoria, senso dei luoghi. Bassani, difendeva il territorio come si difende una biblioteca o un archivio: perché una volta distrutto, non si ricostruisce. Quell’insegnamento oggi appare sbiadito. Non perché siano venute meno le minacce, oggi più che mai incombenti, ma perché è cambiato lo sguardo. Il paesaggio non viene più percepito come una risorsa non riproducibile, forse perché è riproducibile e modificabile all’infinito sugli schermi dentro cui abbiamo confinato il nostro misero immaginario. Il Paesaggio, quello vero, quello che puoi non solo guardare ma annusare e toccare, è ormai declassato a superficie disponibile, un supporto neutro su cui collocare impianti, infrastrutture, interventi “necessari” alla crescita del PIL, unica dimensione degna di considerazione nella vita pubblica.

Eppure, proprio la Costituzione italiana – oggi spesso citata a sproposito – tutela esplicitamente il paesaggio come valore primario, non subordinato, non negoziabile. Negli ultimi anni la sua rimozione si è accentuata sull’altare di una vera e propria ideologia delle rinnovabili, divenuta feticcio intoccabile. Attorno alla transizione energetica si è costruita una narrazione emergenziale e semplificata, secondo cui il riscaldamento globale giustificherebbe qualunque sacrificio: non solo del panorama ma dei territori, delle comunità locali, delle regole, perfino del buon senso. In nome di una presunta “sopravvivenza del pianeta” si accetta così l’idea che tutto il resto sia negoziabile, che ogni opposizione sia irresponsabile, che ogni dubbio equivalga a negazionismo.

Di fronte a queste aberrazioni sarebbe bello poter ancora disporre della frusta di Indro Montanelli, pensiero libero e mai asservito, che saprebbe come offrire al pubblico scherno le schiere di pennivendoli ormai inchinati alla pretesa “ragion di Stato”. Saprebbe come trattare questi sedicenti ambientalisti, che invocano la “sostenibilità” quale lavacro onnipresente delle loro coscienze. Ma che poi accettano, senza alzare un sopracciglio, la trasformazione brutale dei territori sull’altare di un business da miliardi di euro. Indifferenti agli insegnamenti di Salvatore Settis che ci ricorda quanto il paesaggio non sia un lusso per anime sensibili, ma un diritto dei cittadini e un dovere dello Stato. Ridurlo a “vincolo” o a “problema autorizzativo” significa capovolgere il senso stesso della tutela.

L’Italia è un Paese fragile, stratificato, unico al mondo, che non può permettersi scorciatoie né modelli standardizzati. Recuperare l’eredità di Cederna, Pasolini, Bassani, Montanelli non è un esercizio nostalgico. È un atto di lucidità. Vuol dire riconoscere che senza il paesaggio l’ambientalismo perde la sua anima, e la tutela dell’ambiente, separata dalla difesa del paesaggio, si riduce a una pratica tecnica, slegata dalla vita reale delle persone. Forse è tempo di tornare a dirlo con chiarezza: difendere il paesaggio non è conservatorismo, è responsabilità verso le future generazioni. E dimenticarlo, oggi, è il segnale più inquietante di quanto ci siamo allontanati da quella grande lezione civile che l’Italia, un tempo, sapeva incarnare.

Pubblicato su l’Astrolabio Amici della Terra.

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