Un bosco è un bosco è un bosco 

Dalla Nature Restoration Law una serie di precise e chiare indicazioni per salvare preziosi ecosistemi a rischio, come il bosco di Pietralata a Roma…e non solo!

di Michele Itasaka (Salviamo il Paesaggio – Roma)

Dal 3 maggio scorso, l’Italia ha iniziato a sovra-sfruttare la sua quota-parte annuale di risorse del pianeta Terra. Sono bastati, quest’anno, appena 123 giorni, secondo i calcoli del Global Footprint Network, per esaurire il budget ecologico annuo del Paese: tre giorni in meno rispetto al 2025, un trend negativo ormai costante, che ci ricorda quanto la nostra insostenibile impronta ecologica stia continuando a peggiorare.

Un dato già di per sé estremamente grave, a maggior ragione in un contesto globale, quello attuale, talmente critico da aver spinto, a causa delle guerre in corso, delle tensioni nucleari e per l’appunto dell’acuirsi delle devastazioni ambientali, le lancette del Doomsday Clock più avanti che mai dal 1947 a oggi. Appena 85 secondi alla mezzanotte della (auto)-distruzione.

In questo scenario, è motivo di speranza che, il 18 agosto 2024, un altro orologio si sia messo in moto: quello del ripristino della natura, che da qui al 2030 e poi al 2050 misurerà la capacità degli Stati europei di invertire la rotta.

Quel giorno, infatti, è entrato in vigore il Regolamento UE 2024/1991 (Legge sul Ripristino della Natura). Da allora, e sino al 2030, ciascun Stato membro dell’Unione europea dovrà effettuare il ripristino del 20% degli ecosistemi terrestri e marini, anche verificando che non si registri «alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né di copertura della volta arborea urbana nelle zone di ecosistemi urbani», superfici che dovranno poi essere incrementate a partire dal 1° gennaio 2031 con programmi di implementazione la cui efficacia sarà monitorata ogni sei anni (art. 8).

La Nature Restoration Law ha sancito anche un quanto mai salutare “principio di realtà”. I riferimenti della situazione di partenza previsti dal Regolamento, a far data dal 18 agosto 2024 – ovvero i dati forniti dal Servizio di Monitoraggio del Territorio del sistema Copernicus (strato CLC Plus Backbone 2023 per gli ecosistemi urbani, dato HRL Tree Cover Density 2024 per la copertura arborea) – consentono infatti, e sempre meglio consentiranno in futuro, di ancorare tutte le valutazioni ambientali all’effettivo stato di fatto dei luoghi, in forza del quale un’area verde in contesto urbano dovrà essere oggetto di tutela anche a prescindere dalla destinazione urbanistica: un bosco è un bosco è un bosco

Al fine di garantire tali azioni di tutela, ripristino e incremento degli ecosistemi e della biodiversità, il Capo III della Legge (artt. 14-19) prescrive la redazione di Piani Nazionali di Ripristino (PNR), con le relative modalità di stesura, invio e verifica.

È previsto inoltre che la cittadinanza partecipi alla stesura del PNR, consultandone le bozze e proponendo non solo suggerimenti puntuali per ogni sua sezione ma anche vere e proprie proposte sulle misure da adottare e realizzare. A tal fine l’ISPRA e il MASE hanno reso disponibile, a partire dal 23 aprile, la piattaforma ParteciPA https://partecipa.gov.it/processes/ConsultazionePianoRipristino sulla quale, sino al 24 giugno, è ancora possibile caricare segnalazioni, proposte e suggerimenti

Sin dalle premesse, la Nature Restoration Law riconosce la necessità di coinvolgere «il grande pubblico in tutte le fasi della preparazione, della revisione e dell’attuazione dei piani nazionali di ripristino, e per promuovere il dialogo e la diffusione di informazioni scientifiche sulla biodiversità e sui benefici del ripristino» (n. 83).

È fondamentale diffondere la conoscenza della possibilità di partecipare alla stesura del PNR, perché, come recita il titolo della campagna nazionale di Salviamo il paesaggio: “Non c’è più tempo. Ripristiniamo la Natura. Ora”!

L’obiettivo epocale di ripristinare almeno il 20% tanto degli ecosistemi terrestri quanto di quelli marini entro il 2030 e tutti gli ecosistemi bisognosi di ripristino entro il 2050 offre anche la chance unica di sancire finalmente, sin da subito e ovunque, il dovere di salvaguardare tutte le aree verdi esistenti, comprese quelle che ancor oggi alcune amministrazioni persistono a voler considerare non meritevoli di tutela poiché “residuali” o, peggio ancora, “degradate”.

In verità, queste aree sono cruciali per la “salute unica” dei territori che le ospitano, poiché, nei contesti urbani più densi, rappresentano letteralmente «quel che rimane della porosità con cui le città e i loro abitanti respirano, già con fatica: respiri flebili che avrebbero bisogno di essere ampliati e non soffocati» (Paolo Pileri, “Le città, il cemento e il caldo: + 3629 morti. Ma alla politica non bastano”, Volerelaluna.it, 17 gennaio 2025)

Lo scorso 18 aprile, a venti mesi esatti dall’entrata in vigore del Regolamento, ho avuto l’occasione di partecipare, a Roma, a una bella e importante iniziativa in uno di questi preziosi luoghi, purtroppo tuttora gravemente minacciato di distruzione.

Era una calda mattina di metà aprile e, assieme ad alcuni cani e a tante persone, mi trovavo al Parco di Pietralata, nel IV municipio di Roma. Alle nostre spalle, e tutt’intorno a noi, brani di paesaggio della Campagna Romana, tuttora prodigiosamente vivi all’interno della città consolidata. Paysage, pays sage … Attonito, ho osservato nuovamente quel che resta di una porzione (oltre mezz’ettaro) del bosco urbano, il cuore del Parco, che appena pochi giorni prima era ancora tutta brulicante di vita: un deserto.

Un deserto circondato da alte cataste di legna, lugubre siepe in cui le motoseghe hanno convertito parte della vegetazione forestale di un luogo la cui vitalità e bellezza tenevano a un tempo dell’hortus conclusus e del locus amœnus. Autentica oasi nel circostante deserto urbano, il Parco di Pietralata e il bosco presente al suo interno costituiscono ormai – secondo la serie storica fornita dalle rilevazioni Copernicus – il maggior presidio al fenomeno delle isole di calore urbano in un quartiere la cui sfrenata cementificazione, dovuta a interventi speculativi della seconda metà del Novecento, smentisce ormai da gran tempo la più probabile delle etimologie del suo nome. Il pensiero torna ad aggrumarsi attorno al ricordo d’un rigo di Marguerite Yourcenar: paesaggio, saggezza d’un paese.

Corre l’anno 2026 e ci troviamo a Roma, nel cuore di un’Europa occidentale che ancora gode, fra innumerevoli altri, del privilegio di essere solo lambita dai conflitti, dalle carestie, dai genocidi e dagli ecocidi perpetrati in tanti altri luoghi di questo nostro pianeta, oggi come forse non mai «aiuola che ci fa tanto feroci».

Raffrontati alle immagini di vite straziate che quotidianamente ci arrivano da altri paesi, gli scatti della Terra ripresa dallo spazio inviati qualche settimana fa da una stazione della Nasa, la seconda a portare il nome greco della dea della caccia (missioni «per seguir virtute e canoscenza», o anche di conquista?), dovrebbero pur illuminare, precisandoli, i punti di fuga delle nostre prospettive, suscitare riflessioni sui nostri reali orizzonti, sui nostri paesaggi, anche interiori. Com’è possibile continuare a distruggere boschi nella Roma del 2026, vigente il Regolamento di Ripristino della Natura?

Eppure, in appena due giorni – il 13 e il 14 aprile scorsi – decine di alberi (alcuni dei quali tutelati, in ragione della circonferenza del loro tronco, anche dal Regolamento del Verde e del Paesaggio di Roma Capitale) sono stati abbattuti, nel pieno della loro ripresa vegetativa e del periodo di nidificazione dell’avifauna, in apparente spregio delle normative internazionali, europee, nazionali e locali che tutelano la nidificazione.

Con quegli alberi maestosi è stata rasa al suolo tutta la vegetazione del sottobosco e sono così andate distrutte preziose porzioni di habitat a Laurus nobilis (anch’esse protette, indicate come prioritarie dalla Direttiva 92/43/CEE Habitat), tane di animali selvatici (picchio rosso maggiore, volpe, piccoli mammiferi), oltreché, a giudicare dal numero di uccelli avvistati anche in quei giorni, verosimilmente anche dei nidi.

Le motivazioni di tale distruzione sono ben note da oltre tre anni: l’area, benché sia di proprietà pubblica e da decenni destinata a parco pubblico (in ragione sia delle note carenze pregresse del quartiere in termini di verde e servizi sia della necessità di “compensare” i carichi delle future edificazioni tuttora previste nel comparto già SDO), è stata scelta, nel 2022, per ospitare l’edificazione del nuovo stadio (privato) dell’AS Roma: un progetto per il quale è necessario espletare, tra l’altro, numerosi sondaggi di archeologia preventiva: donde gli abbattimenti.

Il sito, tuttavia, è a medio-alto rischio non solo sotto il profilo archeologico (numerose le emergenze note: resti della pars rustica d’una villa di età primo-imperiale, una cisterna, un castellum aquae, porzioni di acquedotti e di tracciati viari, sepolture appartenenti a differenti epoche), bensì anche dal punto di vista idrogeologico: la parete rocciosa all’imbocco di Via della Ruta è un eloquente quanto fragile palinsesto della stratigrafia del territorio, come tale inclusa tra i 91 geositi di Roma Capitale censiti nel 2014 da esperti SIGEA in quanto rappresentativi di unità litostratigrafiche locali.

Incredibilmente, tuttavia, è stato necessario attendere il medesimo – astronomico – lasso di tempo (tre anni e mezzo), affinché alle richieste di ricognizione dell’area boscata formulate sin dal 2022 dai comitati e dalla cittadinanza e alle quattro perizie agronomiche asseverate nel frattempo redatte da dottori agronomi, potesse finalmente seguire, in data 29 gennaio 2026, il formale riconoscimento da parte degli Uffici preposti di Roma Capitale dell’esistenza, sino ad allora elusa quando non negata, di un bosco urbano nel Parco di Pietralata.

Una strategia negazionista adottata anche per molti altri siti caratterizzati da forme di marginalità e/o dalla formazione di ecosistemi emergenti: da ultimo per la localizzazione del Fosso della Cancelliera a Santa Palomba, così come per la vegetazione e la preziosissima area umida, connessa al paleoalveo dell’Almone, sviluppatesi all’interno dell’area degli ex Mercati Generali.

Un bosco, quello di Pietralata, la cui indubitabile esistenza, in verità, ha sempre avuto l’autorità dell’evidenza per chiunque vi sia addentrato anche solo una volta e che peraltro, come ricordato in tante occasioni dal Coordinamento “Sì al Parco, no allo stadio”, nei più recenti strumenti urbanistici capitolini su Pietralata figura quale “area boschiva” all’interno del Parco (a non voler poi menzionare i dati ricavabili dalle ortofoto costantemente aggiornate e sempre disponibili per chiunque sul sito del più diffuso motore di ricerca del mondo).

Quel che invece a tutt’oggi, nel perdurante silenzio di tutte le parti coinvolte, si continua a ignorare è il perché l’amministrazione abbia, sino a prova contraria, scelto di avallare abbattimenti di alberi in questo periodo, senza peraltro assicurarsi che i lavori nell’area (ufficialmente definiti, a quanto si è potuto apprendere, come “di pulizia del sottobosco”) fossero avviati alla presenza di almeno un’ornitologa o un ornitologo, circostanza subito segnalata dai comitati e dalla cittadinanza accorsa all’arrivo delle prime ruspe nel Parco lo scorso 31 marzo.

Dopo la distruzione del bosco e del sottobosco nell’area appena descritta, pensiamo con estrema preoccupazione a un sito limitrofo, posto a una quota inferiore, ai piedi d’una falesia di pozzolana rossa, dove sono tuttora in corso interventi che, avviati ancor prima della distruzione della porzione del bosco, debbono aver parzialmente deturpato un contesto di particolare rilievo per il quartiere: «nuclei paesaggisticamente rilevanti» di Campagna Romana (Frattale 2024, Falcetta 2025) sopravvissuti grazie alle peculiari caratteristiche dell’area (un hortus conclusus, un’“enclave” secondo gli stessi estensori della Relazione Istruttoria della Verifica di assoggettabilità a VAS) e della sua originaria destinazione urbanistica, e soprattutto alle attività di cura del territorio portate avanti dalle famiglie che in quei luoghi hanno vissuto per quasi un secolo, dal primo dopoguerra sino al 7 agosto 2024.

Una caratteristica, questa, riconosciuta persino nella “Relazione dell’indagine di tipo vegetazionale” commissionata nel 2024 dal soggetto proponente: «Nelle aree marginali alle coltivazioni i residenti hanno mantenuto lo stato di naturalità dell’area, così da favorire anche le specie animali presenti, tra cui fagiani, volpi, istrici, falchi, passeriformi, e numerose specie dell’entomofauna tipica della Campagna Romana».

Eppure, tale straordinaria biodiversità vegetale e animale, insospettabile nel pieno della città consolidata e ormai ampiamente censita (soprattutto all’interno del bosco), è stata, ed è, pervicacemente negata, mentre l’area, insostituibile dal punto di visto ecologico, continua a essere derubricata come “soggetta a degrado ambientale”.

Si tratta, purtroppo, di una gravissima «lettura alla rovescia» dell’ecosistema esistente, la cui componente vegetazionale, sottoposta a un «intenso processo di successione secondaria – e quindi di maturazione» viene strategicamente proposta, soprattutto nella comunicazione alla cittadinanza, come «un fenomeno di regressione e degrado» (Fanelli, De Sanctis 2025). Di qui discendono, tra l’altro, i rovinosi progetti ragionieristici di sostituzione 1:1 di singoli individui arborei, in un’ottica che continua a prescindere da un approccio in tanto autenticamente ecologico, in quanto consapevole dell’impossibilità di “compensare” un ecosistema.

Una consapevolezza che invece informava pienamente le valutazioni conclusive della Relazione tecnica al Progetto Direttore dello SDO, redatte nel 1995 – due anni prima del Protocollo di Kyoto (un’altra epoca, sotto tanti riguardi) –, dall’allora Capa dell’Ufficio SDO del comune di Roma, l’ingegnera Anna Maria Leone: «Né può ritenersi accettabile che il soddisfacimento di una condizione di carenza di aree verdi pubbliche, aggravata dalla quasi totale assenza di aree verdi private, venga risolto in virtù di un bilancio positivo di quadrante urbano (considerata la presenza ai margini del settore est dei Parchi dell’Aniene a Nord e dell’Appia Antica a Sud) per ovvi motivi di qualità urbana strettamente legata al microclima locale, che non può prescindere dalla presenza di suoli permeabili».

Rilette oggi – a oltre trent’anni di distanza (e a più di sessanta dall’originario progetto monstre del Sistema Direzionale Orientale, contenuto nel Piano Regolatore del 1962-1965) –, accostate alla realtà che ci circonda, le parole di Leone mostrano in filigrana la parabola dell’abbandono che ha continuato a segnare, nei decenni nel frattempo intercorsi, troppe aree naturali pubbliche della città di Roma.

Dinamiche di abbandono che si sono spesso rivelate funzionali a progetti speculativi di cementificazione. Amplissimo ancor oggi è lo iato tra le dichiarazioni di intenti e le politiche urbanistiche effettivamente adottate, uno iato oggi approfondito dall’imposizione pressoché ubiqua del project financing, il There is no alternative dei giorni nostri.

E invece un’alternativa sostenibile è ancora possibile, anche per il Parco di Pietralata! L’unica soluzione ambientalmente, socialmente ed economicamente sostenibile per il territorio resta la salvaguardia del Parco, con il suo bosco urbano, il suo mosaico di habitat dalla variegata biodiversità, il suo paesaggio custode del genius loci e i suoi fondamentali benefici ecosistemici la cui eventuale, parziale delocalizzazione pregiudicherebbe la salute e il benessere collettivi

Vale la pena di ribadire la convenienza, anche economica, del ripristino degli ecosistemi: tra i tanti meriti della Nature Restoration Law è da annoverare l’esplicito riconoscimento, sin dalle premesse, di quanto «i benefici del ripristino del buono stato degli ecosistemi degradati in tutte le zone terrestri e marine superino di gran lunga i costi» (n. 14). Un principio che deve ormai informare ogni azione di governo del territorio, a maggior ragione considerando quanto l’Italia sia diffusamente esposta al rischio di dissesto idrogeologico, esso stesso acuito dalla posizione geografica, nel mezzo del Mediterraneo, hotspot climatico globale.

Rileggendo in questi giorni Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi di Paola Caridi (Milano, Feltrinelli, 2024), non ho potuto non soffermarmi su alcune considerazioni autobiografiche, e d’ambito romano, che concludono quell’intensissima quanto necessaria Spoon River di dendrocidi ed ecocidi.

Ricordando il Monte Ciocci della sua infanzia, ancor rurale seppur all’ombra della cupola di San Pietro e delle ciminiere delle fabbriche di mattone, Caridi scrive: «Questa storia è finita proprio negli anni settanta, quando i palazzinari romani hanno costruito un altro paesaggio, composto solo di cemento. Il campo non esiste più, e neanche il casolare. Avere avuto l’infanzia delle domeniche in piena campagna, dentro il cuore di Roma, è stata un’occasione e, a suo modo, un privilegio. Ho potuto comprendere la fatica della campagna, il lavoro senza il giusto compenso, una relazione tra umano e nonumano semplice, senza fronzoli, e a volte durissima».

Nel Parco di Pietralata è ancora possibile sperimentare il miracolo di trovarsi «dentro il cuore di Roma», e al tempo stesso «in piena campagna», generando nuove relazioni tra non-umano e umano. Continueremo dunque a impegnarci affinché il Parco di Pietralata non venga obliterato. Affinché i suoi importanti habitat ed ecosistemi continuino a esistere, espandersi e fornire i loro insostituibili benefici ecosistemici, vitali per la salute anche umana. Affinché i brani tuttora intatti di Campagna Romana che il Parco ancora custodisce entro il proprio perimetro possano continuare, magari in fertile sinergia con i siti archeologici del territorio Tiburtino-Pietralata, a trasmettere la memoria, altrimenti non più direttamente esperibile, dei suoi luoghi, dei suoi paesaggi e delle diverse comunità che li hanno, nel tempo, abitati.

Foto: Il bosco di Pietralata, Roma. © Salviamo il Paesaggio – Roma

2 commenti

  1. Salviamo il bosco di Pietralata da una distruzione consapevole senza occhi ne’ sentimenti, facciamolo pensando almeno ai tanti bambini, al loro diritti!

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