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La Fillea Cgil, il più grande sindacato degli edili, dice stop alla costruzione di nuove case. Può sembrare un paradosso, ma così non è: “Basta con la cementificazione selvaggia. Riqualificare le aree già edificate e i centri storici”.

di Roberto Greco.

A prima vista, può sembrare un paradosso: il più grande sindacato dei lavoratori edili che dice stop alla costruzione di nuove case.

Così come può apparire un controsenso avere quattro milioni di persone in condizioni di disagio abitativo e nello stesso tempo milioni di vani vuoti e invenduti nelle grandi aree metropolitane. Ma tutto questo accade oggi nel nostro Paese, frutto di un’edilizia caratterizzata dal saccheggio del territorio, dalla cementificazione selvaggia, dal consumo indiscriminato del suolo.
Da tempo, lo va ripetendo la Fillea Cgil, che stamattina ha organizzato un convegno dedicato al tema della tutela del territorio e del paesaggio e per lo sviluppo sostenibile (“Per una politica industriale delle costruzioni nelle aree urbane: consumo di suolo zero, pieno utilizzo del suolo impermeabilizzato, rigenerazione dei centri storici”), svoltosi presso la Cgil nazionale, alla presenza di Walter Schiavella, segretario generale Fillea, di Danilo Barbi, segretario confederale Cgil, dell’urbanista, nonchè componente dell’osservatorio territoriale delle aree urbane della Fillea, Paolo Berdini, degli assessori all’urbanistica dei Comuni di Roma e Venezia, rispettivamente Giovanni Caudo e Andrea Ferrazzi, quest’ultimo anche coordinatore dell’Anci.

C’è bisogno di una nuova politica industriale delle costruzioni – ha detto nella relazione di apertura, Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale Fillea –, in grado di dare un forte segnale di discontinuità con il passato.

In gioco, non c’è solo il futuro del lavoro del nostro settore, ma anche quello del nostro territorio.

Una discontinuità produttiva che non può fare a meno di una discontinuità nel governo della cosa pubblica da parte dell’intera filiera istituzionale, che ha la responsabilità di non aver posto fino ad oggi un limite alla cementificazione.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto quando si contano i danni catastrofici causati da una pioggia abbondante o da un terremoto di media entità, amplificati e trasformati in tragedie immani, proprio dalla fragilità del territorio, figlia di quella visione devastatrice”.

L’impegno della Fillea e dell’Otau per raggiungere l’obiettivo di avere in Europa e nel nostro paese il “consumo di suolo zero” si inserisce in un dibattito che vede soggetti istituzionali, politici, sindacali e dell’associazionismo impegnati sulla necessità di arrivare a una legge che faccia diminuire drasticamente il consumo di suolo e aumentare l’utilizzo delle aree già impermeabilizzate.

In pratica, tutto il contrario di quello che accade in Italia, dove ogni giorno si consumano circa 100 ettari di terreno, ‘mangiati’ da case, villette, uffici, magazzini, capannoni industriali e quant’altro, ad esclusivo vantaggio della rendita immobiliare, finanziaria e fondiaria, che con un semplice cambio di destinazione d’uso vedono moltiplicarsi a dismisura il valore in euro di un metro quadro di terreno.

Lo ha ricordato Barbi nel suo intervento: “Con la crisi, questo modello di sviluppo non funziona più, se è vero che, malgrado l’aumento delle cubature, le case finiscono invendute. È un modello superato, che ha creato ricchezza solo per pochi grandi proprietari e non l’ha redistribuita alla collettività, anzi, ha aumentato le diseguaglianze sociali. Ragion per cui, basta con il costruire tanto per costruire, ci vuole un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, sull’innovazione tecnologica, sulla riqualificazione urbana, con imprese più strutturate che puntino alla qualità del prodotto e con un governo che dia un nuovo indirizzo politico in tal senso, con processi di pianificazione pubblica da parte degli enti locali che puntino sui consumi collettivi anzichè su quelli privati”.

Oltretutto, ha evidenziato Berdini, “con la crisi più si costruisce e più diminuisce il valore dei beni immobiliari delle famiglie, passati in pochi anni dal 20 al 40 per cento di riduzione; viceversa, dal 1994 al 2008, si era assistito a un aumento esponenziale del valore delle case. In tal senso, l’attuazione dei piani regolatori nelle grandi città, che contemplano un incremento di cemento spaventoso, aggraveranno ulteriormente la situazione.  E alla fine, chi ci rimetterà veramente saranno proprio le amministrazioni locali, alcune delle quali, vedi Alessandria, Catania, Roma, Torino, Parma, sono fallite o quasi per la scellerata espansione urbanistica”.  

Dalla Fillea arriva la proposta di una “Kyoto per il consumo di suolo”:
“È urgente – ha sottolineato Lo Balbo – che il Parlamento europeo ufficializzi i contenuti degli orientamenti della commissione Ue in materia di buone pratiche, per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”.

In ambito nazionale, invece, arriva l’apprezzamento del sindacato al disegno di legge presentato due settimane fa da 35 parlamentari appartenenti a tutti i gruppi, approvato il 13 dicembre scorso in via definitiva dal Consiglio dei ministri.
Il ddl si pone l’obiettivo della previsione del riuso e della rigenerazione edilizia del suolo edificato, per impedire che il suolo venga consumato dall’urbanizzazione e al contempo promuovere e sostenere il riuso e la rigenerazione di aree già interessate da processi di edificazione. Ciò, alla luce dei dati statistici acquisiti, da cui risulta la progressiva cementficazione della superficie agricola nazionale, e che impongono un deciso intervento per la salvaguardia della destinazione agricola dei suoli e la conservazione della relativa vocazione naturalistica.

“Per andare nella direzione della de-cementificazione – ha ricordato Lo Balbo –, occorre attivare azioni coerenti con le definizioni presenti  negli orientamenti della commissione Ue , traducendole in ddl nazionali e regionali, impedendo il rischio, sempre latente, di una nuova colata di cemento e di un ingrossarsi dei portafogli di speculatori e mafiosi.

Contrastare il consumo di suolo e la sua impermeabilizzazione, dunque, intervenendo per bloccare la conversione a cemento di ulteriori aree verdi e per mitigare gli effetti delle conversioni già in atto, recuperando e migliorando le funzioni del suolo e quindi evitando gli impati deleteri dell’impermeabilizzazione”.  

Obiettivo della Fillea è di arrivare in Italia, entro il 2020, a una diminuzione di almeno il 50 per cento del consumo di suolo.

Ma il solo blocco delle espansioni urbane avrebbe effetti parziali se mancassero due altri provvedimenti, indispensabili per avviare coerenti politiche di riqualificazione urbana. Il primo riguarda gli strumenti per il controllo degli interventi di rinnovo del patrimonio edilizio esistente.

“Dal 1994 ad oggi i comuni italiani – ha affermato Schiavella – hanno subito un progressivo esautoramento del controllo di tali interventi che sono stati pressochè liberalizzati. Pensiamo sia arrivato il momento di riportare nell’alveo di una corretta ed efficiente pianificazione urbana la definizione delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Il ventennio della deregulation e dei paini casa non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi ha reso ancora più brutte e disordinate le periferie urbane.

Occorre dunque rinnovare le città, costruire attraverso regole semplici, condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha trionfato in questi anni”.

E perciò rigenerazione dei centri storici, riqualificazione delle periferie, massima espansione delle infrastrutture esistenti dedicate alla mobilità collettiva urbana, suburbana ed extraurbana, guardando anche a ciò che accade nell’Europa del nord, dove ai comuni vengono riconosciuti adeguati finanziamenti per rendere concreti gli interventi di rinnovo urbano, finalizzati alla valorizzazione degli interessi pubblici. Da noi, fino ad oggi, si è operato al contrario, tagliando i trasferimenti alle autonomie locali per contenere il deficit pubblico.

Il secondo provvedimento, che completa la strumentazione di controllo delle trasformazioni della città costruita, attiene alla proprietà e al destino degli immobili pubblici. “Il governo – aggiunto Lo Balbo – sta per vendere molte proprietà pubbliche, che invece sarebbero decisive per definire il futuro di molte città. Ma le dismissioni dovrebbero essere un vantaggio per il pubblico sia in termini economici – e in tempo di crisi l’affare è solo di chi compra – sia perchè dovrebbero farsi garantendo la valorizzazione sociale del patrimonio edilizio e degli spazi urbani. ma così non è, come dimostrato dalla drammatica situazione del patrimonio ex Iacp e dalla necessità di praticare un rilancio dell’edilizia pubblica economica popolare, che favorisca un’offerta di abitazioni per una platea di cittadini sostanzialmente a basso reddito”. Per questo, arriva dalla Fillea la proposta di un patto con le istituzioni locali, in particolare quelle delle aree metropolitane, per realizzare una contrattazione territoriale che definisca i comuni impegni e per alzare l’asticella delle regole del governo del territorio, passando dall’azione individuale delle singole amministrazioni a un’azione collettiva praticata da amministrazioni pubbliche, che fanno parte di un movimento che riaffermi gli interessi pubblici collettivi contro gli interessi privati di pochi.

Una sfida raccolta dai due esponenti dei comuni presenti al convegno.

“C’è bisogno di rivedere profondamente le politiche abitative attuate finora a tutti i livelli – ha detto Caudo –; sul mio tavolo sono arrivate 200 domande di piani casa, pari a 600.000 metri cubi, mentre avrei spazi per uffici, magazzini, capannoni che però non vuole nessuno.

La precedente giunta Alemanno ha destinato, nell’ambito del piano regolatore 2008, ben 23 milioni di metri cubi, equivalenti a 2.300 ettari di agro romano, a nuove abitazioni. È uno scempio da correggere al più presto, anche perchè non serve costruire nuove case, in quanto non fa sviluppo, ma ci vogliono nuovi progetti a sostegno dell’edilizia sostenibile e ambientale.

Stesso discorso per le grandi opere: la legge Obiettivo, con una moltitudine di opere inutili, è da eliminare. Al posto delle tante autostrade previste, puntiamo invece ad ampliare la rete delle metropolitane nelle grandi città, in modo che l’urbanistica non sia più fine a se stessa, ma vada al servizio dei bisogni della collettività”.

A Venezia – ha concluso Ferrazzi –, più che all’ampliamento delle cubature, assistiamo al fenomeno inverso, e alla modifica della destinazione d’uso da abitazione a terreno agricolo. Ma è solo un’eccezione, visto che il Veneto è la seconda regione italiana con la maggiore espansione edilizia sia residenziale che produttiva. Si continua a costruire talmente tanto che non si distingue più una zona da un’altra, con le città sempre più slabbrate sui territori circostanti, popolati da una selva di capannoni industriali e da una sequela di ipermercati senza soluzione di continuità.
Per questo, ci vuole una nuova strategia e occorrono strumenti per agire, come il senato delle autonomie locali e l’agenda urbana nazionale, finalizzati allo sviluppo su scala locale e territoriale. Nel contempo, va superato al più presto il patto di Stabilità, che ha finito per andare tutto a discapito dei comuni, che oggi sono talmente a corto di risorse da non riuscire più a chiudere i bilanci”.

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ALTRI INTERVENTI

“LA BUONA EDILIZIA”- intervento di Salvatore Balbo (Fillea-Cgil) >

“FERMARE L’ESPANSIONE URBANA PER SALVAGUARDARE LA RICCHEZZA DEI LAVORATORI” – intervento di Paolo Berdini >

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VIDEO

Qui è possibile vedere tutti i video del convegno >