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Pubblichiamo l’intervento di Paolo Berdini al convegno organizzato da Fillea – Cgil il 18 dicembre 2013 a Roma, “Per una politica industriale delle costruzioni nelle aree urbane”.

Nel documento sintetico che è stato inviato agli assessori all’urbanistica delle aree metropolitane in preparazione di questo incontro, la questione del blocco delle espansioni edilizie era stata posta  come condizione preliminare a cui doveva però seguire una vera politica pubblica per le città. Proverò a delineare i contorni di questa indispensabile politica per le città, unica possibilità per tentare di invertire la crisi industriale che sta mettendo in crisi il settore dell’edilizia e l’intera società.

Fermare l’espansione urbana per salvaguardare la ricchezza  dei lavoratori.

E’ opportuno iniziare ricordando che oltre a tutte le argomentazioni di carattere ambientale e sociale che sono state sollevate in merito alla questione del consumo di suolo, esiste una questione fondamentale per difendere la ricchezza complessiva costituita dalla somma dei redditi da lavoro e dai valori degli immobili di proprietà, questione tanto più importante in un paese dove la proprietà diffusa raggiunge il valore dell’80% dell’intero stock immobiliare e riguarda pertanto circa 50 milioni di italiani.

A partire dal 2008 i  prezzi delle case sono come noto in costante discesa.

Ma non in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. I centri antichi e le periferie storiche dei grandi centri urbani, le città d’arte o i luoghi di vacanza di qualità presentano ancora valori quasi immutati o appena inferiori. Nell’Italia minore o nelle periferie lontane delle città la diminuzione ha raggiunto la percentuale che va dal 20 al 40%: le famiglie italiane si sono dunque impoverite non soltanto per la contrazione degli stipendi, delle pensioni o per il taglio dei welfare urbano,  ma anche perché ha perso valore l’unica ricchezza che possiedono,  e cioè la propria abitazione.

Tocchiamo con mano il fallimento delle politiche neoliberiste che hanno ottenuto un vasto consenso di massa proprio sulla continua crescita dei valori immobiliari che si è avuta nel periodo 1993 – 2008. La “macchina dei miracoli” si è inceppata definitivamente e nessuna politica di identica ispirazione culturale a quella che ha miseramente fallito potrà ridare la speranza di voltare pagina.

Ed è evidente che aumentare ancora lo stock abitativo favorirebbe solo pochi speculatori immobiliari e finanziari ma finirebbe per impoverire ulteriormente la stragrande maggioranza degli italiani perché aumentando ancora lo stock abitativo i prezzi delle case diminuirebbero inevitabilmente ancora.

Le politiche neoliberiste fin qui vincenti non solo hanno prodotto la caduta dei valori immobiliari, ma hanno provocato il preoccupante indebitamento delle amministrazioni comunali che rischia di portare al tracollo finanziario decine di amministrazioni locali. Alessandria e Catania sono andate in default per l’indebitamento accumulato. Roma ha 13 miliardi di euro di deficit. Torino tre; Parma 900 milioni, e così via.

La radice del debito pubblico sta nell’enorme espansione urbana che obbliga i comuni a realizzare urbanizzazioni e ad attivare nuovi servizi di trasporto e altro.

Bisogna correre ai ripari: chiudere la fase neoliberista e aprirne una nuova. Sta qui  la radice strutturale della politica di blocco di ulteriori espansioni  urbane. Ma raggiungere questo grande obiettivo, come afferma il documento Fillea, non è sufficiente. Il comparto dell’edilizia non riprenderà se blocchiamo soltanto ulteriori speculazioni. Potrà farlo solo se lo Stato saprà indicare una efficace via di uscita dalla crisi.
Riprendo dunque le tre questioni contenute nel documento di convocazione dell’assemblea odierna.

1 – Una nuova politica pubblica per le città.

L’esigenza di ragionare su una nuova politica pubblica per le città deriva dallo stato della crisi abitativa che riguarda dal lato della domanda decine di migliaia di famiglie che non riescono a permettersi l’acquisto o l’affitto di un alloggio e dal lato dell’offerta l’esistenza di un patrimonio nuovo invenduto di alcune centinaia di migliaia di alloggi.

Lo stesso gruppo dirigente dei costruttori nazionali stima che mancano 500 mila alloggi popolari: la fascia del disagio abitativo riguarda dunque 4 o 5 milioni di italiani.

Da venti anni la cultura dominante ha imposto che si parlasse di questo dramma sociale soltanto come un problema di ingegneria manageriale: housing sociale, project financing e tante altre fumisterie sono servite per dividersi la torta dei finanziamenti pubblici e far scomparire i bisogni sociali reali.
Il fallimento è sotto gli occhi di tutti.

Occorre dunque recuperare una visione d’insieme. Come quella, ad esempio, concretizzata nel quadriennio  1947 – 1950, quando un insieme di quattro provvedimenti legislativi aprì la strada a tante realizzazioni per ciascun segmento della filiera produttiva edilizia e della domanda sociale di abitazioni.
Due decreti legge approvati nel 1947 (399 e 1600) ampliavano il contributo ai comuni per la ricostruzione del sistema infrastrutturale distrutto. Nel 1949 la legge Tupini (n. 43/49) introdusse il contributo finanziario per annualità all’edilizia privata. L’anno successivo vedeva la luce il piano Ina casa che nei due settenni di validità realizzò 355 mila alloggi popolari. Infine con la legge 715/59 (Aldisio) si istituiva presso il ministero del Tesoro il Fie, fondo per l’incremento edilizio, e cioè l’erogazione di mutui a tasso agevolato. Una serie articolata di provvedimenti che oggi vale -nelle circostanze mutate- come impianto metodologico: si avviavano contemporaneamente i settori sovvenzionati, agevolati, convenzionati e quelli liberi mediante la riduzione delle imposte. O l’erogazione di mutui a tassi agevolati.

Le politiche che da cinque anni sono state adottate dallo Stato e dalle Regioni sono ferme al piano casa e cioè al tentativo di stimolare l’offerta mediante dissennati aumenti volumetrici e cambi di destinazione d’uso.

L’altro segmento ha riguardato sempre incentivi all’offerta mediante le agevolazioni economiche e volumetriche del cosiddetto housing sociale. Inutile ricordare che i due provvedimenti non hanno prodotto alcun risultato significativo.  Sono stati la risposta semplificata ad una questione complessa.

2 – La questione dei finanziamenti: invertire le poste di bilancio statale dalle grandi  opere alle città.

Dagli anni ‘90, e cioè da quando ha trionfato la politica economica neolibersta si è puntato tutto sulle grandi opere, ad iniziare dall’alta velocità ferroviaria. Dal 2001, con la legge obiettivo, il bilancio dello Stato si è ulteriormente squilibrato a favore delle grandi opere e delle grandi imprese in grado di svolgerle.
Una gigantesca rendita di posizione è stata regalata ad un cartello di imprese e al di la degli scandali continui (Mose e Metro “ c” romana) ha prodotto soltanto una grande serie di opere incompiute.
Va sottolineato che l’elenco delle grandi opere che potevano usufruire delle semplificazioni procedurali, oltre duecento opere, risale al periodo precedente l’esplodere della crisi di cui paghiamo ancora –e chissà per quanto tempo- le conseguenze.

In cinque anni tutto è cambiato meno che questo terreno di caccia riservata al cartello di imprese che tiene bloccata l’Italia.

E’ dunque ora di sottoporre ad attenta revisione quel lungo elenco di opere togliendo quelle inutili e quelle inessenziali a completare la rete infrastrutturale su cui si poggia la nazione.
Si deve insomma fare leva solo sulle opere realmente importanti e cancellare tutte le opere inutili sotto il profilo della creazione della rete infrastrutturale. L’enorme ricchezza che si risparmierebbe deve essere indirizzata ai sistemi urbani, dove peraltro creerebbero maggior occupazione e più welfare.

3 – L’uso del patrimonio immobiliare pubblico

Assume centralità in questa chiave il riuso del patrimonio immobiliare dismesso che si vuole oggi privatizzare ad ogni costo.

Esso deve invece essere la guida per una nuova fase dello sviluppo urbano fondata sul rispetto delle esigenze sociali e sull’adempimento del dettato costituzionale che impone di perseguire politiche di riequilibrio sociale. In tal senso la recente esperienza del comune di Napoli che ha approvato  rigorosi criteri di utilizzo del patrimonio immobiliare pubblico ha aperto una strada di grande importanza che gli altri comuni dovranno seguire.

Di fronte ai milioni di cittadini che non hanno casa e all’esercito di giovani che non trova lavoro anche per i livelli troppo alti delle locazioni, il pensiero dominante accettato anche dall’attuale governo vuole imporre la vendita del patrimonio pubblico, bisogna invece garantire che l’immenso patrimonio che appartiene alla collettività intera venga utilizzato per risolvere il problema della casa e, per gli immobili non abitativi si aprano le possibilità di avviare esperienze di imprese giovanili che oggi non possono accedere al mercato immobiliare.

Solo dopo la soddisfazione delle esigenze sociali e produttive diffuse si potrà procedere alla vendita di alcuni immobili pubblici non strategici per il raggiungimento di più generali obiettivi. Solo così potrà riprendere l’occupazione e la filiera della produzione edilizia.

4 – Dal piano casa ai piani di ricostruzione delle periferie

C’è infine una terza e ultima questione. Il “piano casa” che continua a essere imposto sia a livello centrale che regionale (alcune regioni sono alla terza serie legislativa) rischia di stravolgere le periferie urbane e –nella testa del ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi- anche i centri storici. E’ infatti noto che nella prima stesura del “Decreto del fare” era prevista la possibilità di demolizione e ricostruzione senza il rispetto delle sagome anche nei centri storici e che questa norma incivile è stata cancellata soltanto grazie ad emendamenti parlamentari.

E’ ora di chiudere questo capitolo fallimentare delle deroghe ad ogni costo e aprirne uno nuovo costituito da nuovi strumenti di intervento agili ma che sappiano fare i conti con la storia dei luoghi e la richiesta di qualità.
Un solo suggerimento al riguardo.

Dobbiamo riprendere e ampliare –semplificando alcune procedure- le possibilità di intervento pubblico e di integrazione tra pubblico e provato previste dal piano decennale dell’ediliizia degli anni ’80.

I piani di recupero di parti di città devono diventare la prassi usuale di intervento e di riqualificazione della città intera. In questi ultimo anni molti tessuti storici sono stati oggetto di attenzioni da parte di gruppi  immobiliaristi che hanno acquistato in modo sistematico grandi quantità edilizie per poi iniziare i piani di “valorizzazione immobiliare”.
Così, la parte più povera della popolazione è stata costretta a trasferirsi in periferia e l’operatore ha intascato ricchezze ingenti. Attraverso lo strumento del piano di recupero sostenuto da finanziamenti pubblici si potrà invece aprire una fase nuova che insieme al recupero fisico degli edifici veda di pari passo la tutela delle famiglie a reddito più basso.

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VIDEO

Guarda l’intervento di Paolo Berdini

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