Relazione di Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale della Fillea-Cgil, alla tavola rotonda “Per una politica industriale delle costruzioni nelle aree urbane: consumo di suolo zero, pieno utilizzo del suolo impermeabilizzato, rigenerazione dei centri storici”.

ROMA, 19 DICEMBRE 2013

foto da livesicilia.itGrazie agli Assessori all’urbanistica delle aree metropolitane presenti e a quelli che pur condividendo la nostra iniziativa non sono oggi con noi. Grazie anche a Paolo Berdini che è presente in rappresentanza del Comitato Scientifico del nostro Osservatorio e a Danilo Barbi, segretario confederale. Un grazie particolare ai compagni delle aree metropolitane che ci hanno sostenuto nella preparazione di questa iniziativa e senza i quali non sarebbe stato possibile organizzarla e  alle  compagne  del  Centro  Studi Alessandra  Graziani  e  Giuliana  Giovannelli  e  a  Serena Morello e Luciana Galleoni, per il contributo dato nella ricerca e predisposizione degli atti di questa iniziativa.

L’iniziativa di oggi, il dibattito e i contributi che ci saranno, parte dall’esigenza di rafforzare la convinzione che senza una politica industriale della filiera delle costruzioni in grado di dare un  forte segno di discontinuità all’Italia,  milioni di lavoratrici e  lavoratori, tecnici ed operai, giovani e meno giovani difficilmente possono avere la concreta prospettiva di avere un futuro in questo settore. Senza   la   discontinuità   che   noi   auspichiamo,   il   settore   continuerà   ad   essere caratterizzato da processi di arricchimento che saccheggiano il  territorio, cementificano i fiumi, le coste e il suolo, utilizzano i caporali per controllare e sfruttare i lavoratori.

Questa  è  la  seconda  iniziativa  che  la  Fillea  organizza  in  preparazione  del  prossimo congresso nazionale che si terrà a Roma il 2 e 3 di aprile 2014. Già nel 2010, anno in cui è stato celebrato il nostro ultimo congresso, abbiamo denunciato i pericoli di una crisi strutturale che partendo dalle costruzioni avrebbe sconvolto la situazione data.

Il filo rosso che abbiamo identificato era rappresentato dalla consapevolezza che dalla crisi si doveva uscire in modo diverso da come si era entrati.
Non era uno slogan. La crisi strutturale internazionale che stiamo vivendo, a causa della situazione economica-­‐politica,  nel nostro paese ha visto notevolmente amplificare gli effetti negativi della  sua  evoluzione.  Questa  situazione  è  paragonabile  agli  effetti  che  le  calamità  naturali hanno sul territorio e sulle aree urbane dell’Italia: fanno più danni le scelte di chi programma e gestisce ai vari livelli la cosa pubblica, che i terremoti o le inondazioni.

Da questa crisi strutturale si deve uscire, nella consapevolezza che la filiera delle costruzioni deve continuare a rappresentare uno dei settori fondamentali dell’economia italiana, nel pieno rispetto delle superfici non impermeabilizzate, dei fiumi, delle coste, del paesaggio e dell’ambiente, con grande chiarezza e trasparenza, con un settore che deve essere, pertanto, capace di dare una reale e qualificata prospettiva occupazionale a qualche milione d’italiani.

Muratori, carpentieri, piastrellisti, installatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori devono avere ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il “BEL PAESE”, ma per valorizzarne la bellezza e per gratificarne la professionalità e la passione.

Per troppo tempo il cemento, e tutti gli altri materiali che determinano l’impermeabilizzazione del suolo, sono stati sinonimo di tombizzazione del suolo e affermazione di un modello di società che in tutto il mondo è, falsamente, sinonimo di progresso. Ovviamente, non essendo noi i “luddisti del terzo millennio”, non sono i materiali a essere nemici del suolo, dell’ambiente e dell’Italia, ma i forti interessi di pochi – palazzinari, speculatori fondiari, imprenditori senza scrupoli, mafiosi, ‘ndraghettisti e  camorristi – che hanno determinato la realtà che abbiamo di fronte ai nostri occhi.

Questa nostra convinzione, frutto di come la filiera delle costruzioni è cresciuta senza sviluppo, l’abbiamo ufficializzata assieme con il nostro Osservatorio Territorio e Aree Urbane, dopo un lavoro fatto a livello territoriale in maniera diffusa, nel convegno nazionale che abbiamo tenuto a Torino il 22 marzo 2013, dove senza tentennamenti abbiamo sintetizzato la nostra posizione con lo slogan “LA FILLEA PER CONSUMO DI SUOLO ZERO”.

Successivamente, il felice incontro, era lo scorso giugno 2013, con il Forum Salviamo il Paesaggio ci ha fatto scrivere il documento congiunto, diffuso anche oggi, “PER LA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL PAESAGGIO, UN FUTURO ALLE LAVORATRICI E AI LAVORATORI DELLE COSTRUZIONI: CONSUMI DI SUOLO ZERO” Se la Fillea ha posto l’asticella della filiera delle costruzioni a un livello alto di tutela e conservazione del “BEL PAESE”, perché in tanti attraverso articoli, atti, disegni di legge, etc…. continuano a giocare con le parole sostanzialmente per dire che con una pennellata di verde, di ecologia e di sostenibilità si può continuare ad impermeabilizzare il suolo?

Essendo questo un dramma mondiale, pari al cambiamento climatico di cui il consumo di suolo è certamente una componente decisiva, siamo convinti che  si debba realizzare anche una KYOTO per il consumo di suolo, è urgente che il Parlamento europeo ufficializzi i contenuti degli “Orientamenti della Commissione Europea in Materia di Buone Pratiche per Limitare, Mitigare e Compensare l’Impermeabilizzazione del Suolo”.

Salutiamo positivamente l’evoluzione che ha avuto l’attività governativa parlamentare dal primo ddl Catania (Governo Monti) al ddl approvato il 12 dicembre u.s. dal Consiglio dei Ministri. Inoltre ci sembra che il ddl presentato due settimane fa da trentacinque parlamentari appartenenti   a   tutti   i   partiti   presenti   in   parlamento   e   promosso dai ricercatori dell’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie e il lavoro che sta svolgendo il gruppo di lavoro insediato dal ministro dell’Ambiente, siano arrivati a un soddisfacente contenuto che, come noi abbiamo sostenuto, con chiarezza pratichi la scelta di Consumo di suolo zero. Le proposte della Fillea, pertanto, s’identificano con la chiarezza dei contenuti che già a Torino abbiamo individuato, e cioè:

1°) Consumo di suolo: è l’attività umana che “separa il suolo dall’atmosfera, impedendo l’infiltrazione della pioggia e lo scambio di gas tra suolo e aria”.

2°) Impermeabilizzazione del suolo; è la “costante copertura di un’area di terreno e del suolo con materiali impermeabili artificiali”.

3°) “limitazione del consumo di suolo”: vuol dire “impedire la conversione di aree verdi” (o naturali) “e la conseguente impermeabilizzazione del loro stato superficiale o di parte di esso.

4°) “mitigazione del consumo di suolo”: vuol dire che “Laddove si è verificata un’impermeabilizzazione sono”… “adottate misure”… “ tese a mantenere alcune delle funzioni del suolo e a ridurre gli effetti negativi diretti o indiretti significativi sull’ambiente e sul benessere umano”.

5°) “compensazione del consumo di suolo”: vuol dire che “Qualora le misure di mitigazione adottate in loco siano state ritenute insufficienti”, si passa “facendo altro altrove”. Il termine “compensazione” può essere fuorviante: non significa che l’impermeabilizzazione può essere compensata o monetizzata. Inoltre “Le misure di compensazione sono progettate per recuperare o migliorare le funzioni del suolo evitando gli impatti deleteri dell’impermeabilizzazione”.

Il confronto di queste definizioni, presenti negli Orientamenti della Commissione Europea, con il contenuto dei tanti disegni di legge nazionali e regionali, rafforza la nostra convinzione che corriamo il rischio di una nuova colata di cemento e di un ingrossarsi dei portafogli di speculatori e mafiosi. Ovviamente il tutto addolcito da, come ha scritto Salvatore Settis il 1° giugno u.s. su “La Repubblica”: “La strana alleanza in salsa verde”.

A queste cinque azioni ne aggiungo una sesta: la DECEMENTIFICAZIONE.

In essa si identifica la volontà di chi amministra per togliere il cemento da dove non doveva essere posto dai precedenti amministratori. Riteniamo, pertanto, che l’ultimo d.d.l. del governo e il ddl dell’AISSA rappresentano un importante passo in avanti, frutto anche del dibattito che si è sviluppato in tutti questi mesi e che ci ha visto partecipare con proposte che oggi leggiamo in essi. Del ddl governativo riteniamo che i contenuti dei primi due articoli necessiti di un ulteriore passo in avanti. Ho detto poco fa quali contenuti diamo ai concetti di “suolo”, “impermeabilizzazione”, “limitazione”, “mitigazione”, “compensazione” e “de-­‐ cementificazione”, e poiché il d.d.l. richiama la decisione della Commissione Europee di traguardare entro il 2050 l’obiettivo di zero consumo di suolo, è bene che non ci siano ambiguità sull’oggetto della discussione, che è il suolo.

Riteniamo  che  non  sia  per  nulla  positivo,  anzi  è  del  tutto  negativo  e  rischia  di offuscarne  i  contenuti  positivi  presenti,  identificare  la  superficie  terrestre  con  il suolo agricolo. Ho già detto cosa la Commissione Europea intende per consumo di suolo, cioè l’attività umana che “separa il suolo dall’atmosfera, impedendo l’infiltrazione della pioggia e lo scambio di gas tra suolo e aria”.

Pertanto tutti i suoli e non solo quelli agricoli devono essere interessati da un d.d.l. che si pone l’obiettivo di contenere ed azzerare il consumo di suolo entro il 2050. Abbiamo detto a Torino che, secondo noi, in Italia entro il 2020 si può e si deve ridurre il consumo di suolo di almeno il 50%.

Inoltre ci sono luoghi del nostro paese, prime tra tutte, le aree metropolitane, dove da subito si può azzerare il consumo di suolo.

Non esiste una seconda opzione o una subordinata al fatto che l’impermeabilizzazione non è reversibile. Il d.d.l. presentato dai trentacinque parlamentari, di cui ho già parlato, da questo punto di vista è completo e soddisfacente. Detto ciò, la Fillea ritiene che esistano due livelli di azione: una da sviluppare nazionalmente e l’altra da sviluppare sul territorio. La prima nelle mani del parlamento e del governo di cui ho già detto, e la seconda nelle mani degli amministratori del territorio.
Siamo convinti che in attesa che il Parlamento finisca i suoi lavori, gli amministratori locali possono operare per determinare un cambio di passo inequivocabile.

Per questo abbiamo promosso, in preparazione del nostro prossimo congresso, questa iniziativa. Assumere le dovute azioni per azzerare il consumo di suolo è più forte se si parte anche da dove maggiore è stato ed è l’impermeabilizzazione, senza per questo escludere i rimanenti ottomila comuni. Inoltre, riteniamo particolarmente importante il fatto che queste città sono governate dal centro-­‐sinistra, escluso Reggio Calabria che è commissariata per infiltrazione mafiosa.

In  nessuno dei 139 articoli della Costituzione e delle successive leggi attuative c’è scritto che un metro quadro di terreno non impermeabilizzato si compra ad un euro, diventando impermeabilizzabile o edificabile ha un valore moltiplicato a “n” potenza, dandogli una “x” cubatura la “n” potenza diventa doppia “n” potenza.

Il risultato è che la crescita del costruito e centinaia di volte in più della crescita della popolazione e oggi gli affitti e la vendita, malgrado sei anni di dura crisi, sono sempre alle stelle, fino ad arrivare al paradosso che per i costruttori e le immobiliari è meglio non vendere e non affittare milioni di appartamenti che abbassare i prezzi. Inoltre ci sono milioni di metri cubi costruiti e di metri quadrati impermeabilizzati di proprietà pubblica che non sono utilizzati o sono abbondantemente sottoutilizzati. Negli anni sessanta del secolo scorso, era il 1966, Adriano Celentano cantava a San Remo “il ragazzo della via Cluck” e negli stessi anni, era il 1963, Francesco Rosi ci regalava il film “Mani sulla città”, Leonardo Sciascia, era il 1961, ci incantava con il libro “Il giorno della civetta”, e Tonino Guerra ci diceva che: “Il nostro petrolio è la bellezza. La bellezza ci fa pensare alto e noi la buttiamo via come se fosse danaro dentro tasche vuote”.

Gli anni sessanta sono stati gli anni dove, senza bisogno di grandi approfondimenti, “a naso”, era chiaro quale sarebbe stato il futuro urbanistico del nostro paese. Cemento, cemento e ancora cemento.

Se quattro grandi italiani cinquant’anni fa scrivevano, cantavano e ci facevano vedere il futuro, solo una forte motivazione speculativa e criminale poteva corrompere le coscienze e ingrossare i portafogli di milioni e milioni di italiani. I dati pubblicati nei “volantoni” che abbiamo distribuito mi permettono di non fornire statistiche sullo stato di cementificazione dell’Italia e delle Aree Metropolitane. Noi ci aspettiamo che questa giornata di riflessione serva a diradare le tante nebbie ancora presenti sull’argomento.

Il perimetro entro il quale collochiamo la nostra idea di politica industriale per le costruzioni e che vi proponiamo, parte dalla scelta di “Consumo di suolo zero” e si caratterizza con: il pieno utilizzo delle aree impermeabilizzate, il massimo utilizzo del patrimonio pubblico  abitativo  e  non  abitativo,  la determinazione  di  processi  di  de-­ cementificazione urbana e territoriale, la massima espansione delle infrastrutture esistenti dedicate alla mobilità collettiva urbana, sub-­urbana e extra-­urbana, la rigenerazione dei centri storici e la riqualificazione delle periferie.

Producendo in tale direzione i necessari atti formali, siamo convinti che si possa innescare un meccanismo virtuoso di governo del territorio che scontenterà “pochi” cittadini abituati a sfruttare il territorio e i beni pubblici e ad accumulare fortune finanziarie, e favorirà “tanti” cittadini che vivranno in città e aree urbane più vivibili, dove si può avere accesso:
-­  a “case popolari” dignitose e eco-­sostenibili con affitti non superiori al 30% del reddito,
– 
ad  un  sistema  di  mobilità  pubblica  per  i  pendolari,  non  obbligatoriamente posta a decine di metri sotto terra, veloce e di qualità,
– 
ad immobili erogatori di servizi pubblici da collocare dentro i beni pubblici dismessi,
–  ad una rete diffusa di pista ciclabili urbane ed extra-­urbane diffuse e sicure
.

Siamo coscienti che ciò può avere il massimo risultato se si realizzano politiche di riqualificazione  e  rigenerazione  urbana  in grado  di  migliorare  la  qualità  della  vita  degli abitanti delle periferie e si rivitalizzano i centri storici.

Dal 1994 i comuni italiani hanno subito un progressivo esautoramento del controllo di tali interventi che sono stati pressoché liberalizzati. Le cronache non ci lesinano i casi di amministratori pubblici che hanno brindato a questi provvedimenti, ma ci sono anche amministratori che ritengono, e noi con loro, che sia il momento di riportare nell’alveo di una  corretta  ed  efficiente pianificazione  urbana  la  definizione  delle  trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti.

E’ questo un tema fondamentale alla definizione del quale la Fillea e l’O.T.A.U. partecipano con una propria autonoma proposta che parte dal giudizio che il ventennio della deregulation, che si somma a periodi non proprio gloriosi,  e dei piani casa (che si aggiunge ad una situazione già seriamente compromessa in gran parte del Bel Paese) non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi ha reso ancora più brutte e disordinati i centri e le periferie urbane. Occorre, dunque, rinnovare le città costruite attraverso regole semplici, condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha trionfato in questi anni.

Peraltro, nessuna normativa di regolazione potrà avere effetti credibili se non ci saranno  in  tempi  brevissimi,  e  sulla  scorta  di  quanto  già  avviene  nell’Europa  del  nord, adeguati finanziamenti ai comuni per rendere concreti gli interventi di rinnovo urbano finalizzati alla valorizzazione degli interessi pubblici. Finora, il taglio dei trasferimenti alle autonomie locali ha provocato l’affermarsi di troppi casi di urbanistica contrattata che, oltre ad essere sfuggiti alle regole di trasparenza ha violato il principio dell’uguaglianza della proprietà edilizia rispetto alle trasformazioni urbane.
A completamento della strumentazione di controllo delle trasformazioni della città costruita, riteniamo rilevante affrontare il tema della proprietà e del destino degli immobili pubblici. Sulla base dei provvedimenti finalizzati al contenimento del deficit pubblico stanno per essere vendute molte proprietà pubbliche che sono invece decisive per definire il futuro di molte città. Osserviamo in primo luogo che vendere tali proprietà oggi nel momento di massima compressione verso il basso dei valori immobiliari significa un pessimo affare economico.

Non essendo contrari, in linea di principio, che le forze economiche private si pongano come elemento  dinamico  per  favorire  le  trasformazioni  auspicate,  riteniamo  che chiara  debba essere la volontà da parte delle proprietà pubbliche di partecipare direttamente al processo di valorizzazione sociale sia del patrimonio edilizio sia degli spazi urbani.

Un esempio di questa volontà è rappresentato dalla drammatica situazione del patrimonio ex-­‐IACP e dalla necessità di praticare un rilancio dell’Edilizia Pubblica Economica e Popolare che favorisca un’offerta di abitazioni per una platea di cittadini sostanzialmente a basso reddito o motivata da momentanei periodi di mobilità (lavoratori, disoccupati, studenti, cassaintegrati, pensionati, etc…). In questi anni tali fasce sociali hanno ingrossato il numero di chi ha abbandonato le città e i loro centri storici per trasferirsi in periferie sempre più lontane e spesso prive degli elementari servizi comuni e di trasporto pubblico, aggravando così isolamento sociale e sprechi di risorse.

Siamo consapevoli che è più facile dirlo che realizzarlo, e gli amministratori territoriali che praticano queste scelte hanno il nostro pieno sostegno e contributo nel trovare le soluzioni più idonee a realizzare ciò. Siamo convinti che ciò vada realizzato con una forte sinergia tra pubblico e privato. Un pubblico che faccia gli interessi pubblici della collettività e un privato che dia il meglio dell’imprenditorialità. L’onore del pubblico e del privato s’identifica con l’autonomia delle parti, con l’assenza di conflitti d’interessi, con la certezza progettuale, del finanziamento, della realizzazione dell’opera nei tempi e nella qualità dei materiali, senza varianti, caporali, lavoro nero, sub-­appalti spinti, e con il pieno e completo rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori dipendenti.

Le attuali amministrazioni pubbliche delle aree metropolitane, e anche di tanti altri comuni d’Italia, hanno già iniziato a percorrere questa strada e già i primi risultati si vedono. Il cambiamento è già in atto, ma ci sembra troppo lento e timido. I Comuni che oggi ci onorano della loro presenza e anche gli altri che ci hanno dato la loro disponibilità ci possono dire cosa hanno già fatto per dare un forte segno di discontinuità nei confronti dell’era Moratti o Alemanno, come a Milano e Roma o per continuare a realizzare quanto già da anni fanno, come a Venezia e Bari.

Genova, Torino, Milano, Venezia, Trieste, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Messina, Palermo, Catania e Cagliari sono le aree metropolitane che possono e devono svolgere un ruolo da traino culturale ed economico per i rimanenti ottomila comuni italiani. In queste quindici aree metropolitane vivono, lavorano e studiano almeno il 70% dei cittadini che calpestano il suolo del “BEL PAESE”.

Agli Assessori delle aree metropolitane proponiamo un patto, da modellare nei singoli territori, che preveda di approfondire i temi che abbiamo messo nel perimetro delle politiche industriali di cui ho parlato e che si realizzi in una contrattazione territoriale che definisca i comuni impegni.

Ciò non può prescindere dal perseguire la precondizione derivante dal principio della “LEGALITA’ TOTALE”. Affaristi, mafiosi, corruttori, speculatori, evasori, caporali, etc… devono essere collettivamente allontanati dai luoghi del governo pubblico e isolati dal corpo sano della società.

La filiera delle costruzioni può e deve esistere anche senza di loro. Siamo convinti che alzando l’asticella comune di un governo del territorio diverso da quello che oggi abbiamo di fronte, è possibile passare dalle singole attività delle singole amministrazioni a una collettiva attività di amministrazioni pubbliche che fanno parte di un movimento che riaffermi gli interessi pubblici collettivi contro gli interessi privati di pochi.

La  Fillea  ritiene  che  ancora  qualche  milione  d’italiani  possa  e  debba  continuare  a vedere  la  filiera  delle  costruzioni  come  uno  dei  settori  primari  dell’economia italiana. Muratori, carpentieri, piastrellisti, istallatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori hanno ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il “BEL PAESE” ma per valorizzarne la bellezza e l’onestà.

Grazie per l’attenzione

Salvatore Lo Balbo

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Articolo sulla tavola rotonda “Per una politica industriale delle costruzioni nelle aree urbane: consumo di suolo zero, pieno utilizzo del suolo impermeabilizzato, rigenerazione dei centri storici”.

Intervento di Paolo Berdini: “Fermare l’espansione urbana per salvaguardare la ricchezza dei lavoratori”