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Se devono provarci i banchieri a salvare l’agricoltura

Mentre l’Unione Europea spinge con decisione sui TEA – Tecniche di Evoluzione Assistita, le piante “ottimizzate”, “mirate” (ovvero “organismi geneticamente modificati” con un nome rassicurante), è addirittura la Banca Mondiale, nel rapporto “Agriculture Rooted in Biodiversity”, che spiega – dati alla mano – che l’agricoltura ipersemplificata perde resa e valore, dato che la produttività agricola dipende dalla salute di suoli, impollinatori, microrganismi; sotto una certa soglia di habitat naturali, i servizi ecosistemici scompaiono. Oggi una quota rilevante dei terreni agricoli mondiali non garantisce più le condizioni minime per l’impollinazione e la stabilità produttiva.

di Paolo Caruso (agronomo)

C’è qualcosa di irresistibilmente ironico nel fatto che a ricordarci l’importanza della biodiversità agricola sia oggi la Banca Mondiale. Non un collettivo di agronomi radicali, non un consesso di monaci biodinamici, ma uno degli architetti più sobri dell’economia globale.

Il rapporto “Agriculture Rooted in Biodiversity”, presentato a Bonn ed accuratamente editato dalla Banca Mondiale, non indulge in romanticismi: traduce la natura nel linguaggio che i decisori capiscono meglio, quello dei costi, delle perdite e dei rendimenti mancati. Dei soldi.

Il messaggio è semplice, quasi brutale: senza biodiversità l’agricoltura rende meno. E rende sempre peggio.

Le cifre essenziali bastano a chiarire il quadro. Le piante coltivate dall’umanità sono circa 200, su oltre 350.000 specie vegetali conosciute. Una selezione omeopatica della vita vegetale, che pretendiamo regga da sola l’intero sistema alimentare globale. Quando questa semplificazione biologica incontra suoli degradati, climi instabili e paesaggi agricoli privati della loro complessità, il risultato non è progresso: è vulnerabilità strutturale.

Non a caso, le perdite di resa agricola legate a eventi climatici estremi sono aumentate del 150% dal 1980, e i danni economici accumulati negli ultimi decenni si misurano in migliaia di miliardi di dollari. Il rapporto lo dice con sobrietà istituzionale: quando collassano gli ecosistemi, l’agricoltura paga il conto. Sempre. Senza eccezioni.

E qui arriva il momento davvero interessante. Mentre la Banca Mondiale – sì, proprio lei – spiega che la produttività agricola dipende dalla salute di suoli, impollinatori, microrganismi e habitat naturali, l’Unione Europea spinge con decisione sui TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), i nuovi OGM dal marketing raffinato.

Non più “organismi geneticamente modificati”, ma piante “ottimizzate”, “mirate”, “più sostenibili per definizione”. Una narrazione elegante, quasi rassicurante.

Peccato che il nodo centrale venga accuratamente evitato: i TEA agiscono sulle piante coltivate, cioè su quella frazione microscopica della biodiversità che già oggi monopolizza i campi europei. Migliorano – forse – una pianta, lasciando intatto, quando non ulteriormente stressato, il sistema ecologico che dovrebbe sostenerla. È come cambiare le gomme a una macchina mentre il ponte sta crollando, congratulandosi per l’innovazione tecnologica.

Il rapporto della Banca Mondiale insiste su un punto che a Bruxelles sembra sfuggire: sotto una certa soglia di habitat naturali, i servizi ecosistemici semplicemente smettono di funzionare. Non rallentano: scompaiono. E oggi una quota rilevante dei terreni agricoli mondiali non garantisce più le condizioni minime per l’impollinazione e la stabilità produttiva. Tradotto: non basta una varietà più “resiliente” se intorno non esiste più nulla che la renda coltivabile nel tempo.

Il sarcasmo, qui, è quasi superfluo. Da un lato un’istituzione finanziaria globale che ci spiega – dati alla mano – che l’agricoltura ipersemplificata perde resa e valore. Dall’altro un’Unione che, in nome dell’innovazione, accelera su strumenti che rischiano di accentuare la semplificazione genetica e paesaggistica, mettendo ulteriormente in pericolo l’agrobiodiversità reale: quella che non si brevetta e non si iscrive a catalogo.

La verità, poco presentabile nei comunicati ufficiali, è che la biodiversità utile all’agricoltura non coincide con il numero di cultivar disponibili sul mercato. Coincide con la complessità biologica che abbiamo sistematicamente eliminato: suoli vivi, insetti funzionali, reti ecologiche continue. Senza queste, le rese calano. E continueranno a farlo, qualunque sia la tecnica di editing genetico utilizzata.

La Banca Mondiale, con involontaria eleganza, ci sta dicendo che la biodiversità non è un orpello ideologico, ma un’infrastruttura produttiva. L’Unione Europea, spingendo sui TEA come soluzione prioritaria, sembra invece suggerire che basti intervenire sul prodotto finale per compensare il degrado del sistema.

La biodiversità non si edita, non si brevetta e non si accelera per decreto: ed è forse per questo che la UE preferisce aggirarla.

Articolo pubblicato su Altropensiero.

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