Edificata sulla base di un titolo illegittimo e in contrasto con norme statali fondamentali, ma a carico dei responsabili difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso sia colposo…
di Massimo Mortarino e Jasmine La Morgia – Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i Territori
La recentissima sentenza con cui la giudice milanese Paola Braggion ha assolto tutti gli imputati della vicenda “Torre Milano” – un grattacielo di 24 piani realizzato al posto di piccole palazzine di due e tre piani e autorizzato come semplice “ristrutturazione” – con la formula “il fatto non costituisce reato” suscita disorientamento e sconcerto in tutti quei cittadini che hanno a cuore non solo la legalità e la giustizia, ma anche la tutela dell’ambiente, del suolo libero, della vivibilità urbana.
Tanto che il Presidente del Tribunale, Fabio Roja è dovuto intervenire con un comunicato in cui precisa che l’intervento è invece una nuova costruzione, edificata sulla base di una SCIA — Segnalazione Certificata di Inizio Attività — anziché attraverso il necessario piano attuativo. Un titolo illegittimo, per un’opera in contrasto con norme statali fondamentali.
Eppure costruttori, progettisti, dirigenti e funzionari comunali sono stati assolti perché, secondo la decisione del Tribunale, “per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo”.
Dunque l’intervento sarebbe urbanisticamente illegittimo, ma gli imputati avrebbero agito in buona fede, dentro una prassi consolidata del Comune di Milano che, negli anni, ha esteso oltre ogni ragionevole limite il concetto di “ristrutturazione”, consentendo operazioni edilizie di fortissimo impatto attraverso procedure semplificate, con minori garanzie pubbliche, minore confronto urbanistico e oneri più contenuti.
Possiamo davvero accettare che una prassi amministrativa, per quanto consolidata, finisca per pesare più della legge? Possiamo considerare normale che interventi capaci di trasformare radicalmente interi isolati urbani vengano trattati come semplici ristrutturazioni? Possiamo liquidare tutto come un equivoco interpretativo, quando in gioco ci sono il governo della città, la tutela del territorio, gli standard urbanistici, la qualità della vita dei residenti e il diritto dei cittadini a conoscere e discutere le trasformazioni che li riguardano?
Il caso Torre Milano non è un episodio isolato. È parte della più ampia vicenda ormai nota come “Salva Milano”, esplosa lo scorso anno proprio a seguito del tentativo di sanare o mettere al riparo decine di autorizzazioni edilizie rilasciate per interventi presentati come ristrutturazioni, ma che erano nuove costruzioni. Costruzioni già vendute a privati e a famiglie, che improvvisamente scoprivano di avere acquistato alloggi di pregio che non avrebbero mai dovuto essere autorizzati secondo le norme urbanistiche che, bene o male, erano riuscite per anni a regolare l’edilizia anche in un comune che si pone come riferimento a livello nazionale.
Ed è qui che la responsabilità politica del Sindaco Giuseppe Sala emerge con particolare evidenza.
Non si tratta di sovrapporre il piano politico a quello penale. La responsabilità penale è personale e spetta alla magistratura accertarla. Ma la responsabilità politica è un’altra cosa, e non può essere nascosta dietro la formula assolutoria di una sentenza.
Il Sindaco Sala ha guidato Milano durante gli anni in cui questo modello urbanistico si è affermato, consolidato e imposto come immagine stessa della città: una Milano verticale, attrattiva, veloce, costruita attorno alla rendita immobiliare, alla densificazione spinta, alla trasformazione continua del tessuto urbano. Un modello presentato come modernizzazione e rigenerazione, ma che ha prodotto espulsione sociale, aumento dei valori immobiliari, perdita di equilibrio nei quartieri, pressione sui servizi, riduzione degli spazi pubblici effettivi e indebolimento del controllo democratico sulle scelte urbanistiche.
Sala non può chiamarsi fuori. Non può farlo perché il tema non riguarda soltanto singoli atti tecnici o singoli funzionari comunali. Riguarda l’indirizzo politico di un’amministrazione che ha sostenuto e difeso un certo modo di trasformare Milano. Riguarda la scelta di privilegiare la rapidità delle operazioni edilizie rispetto alla trasparenza dei processi. Riguarda l’idea che la crescita immobiliare sia di per sé sinonimo di sviluppo urbano.
Le dichiarazioni soddisfatte e quasi trionfalistiche seguite all’assoluzione appaiono, per questo, fuori luogo. Non c’è nulla da festeggiare se un intervento viene ritenuto fondato su un titolo illegittimo. Non c’è nulla da rivendicare se l’assoluzione penale lascia comunque intatto il problema politico e urbanistico. Non c’è nulla di rassicurante in una vicenda che conferma quanto fragile possa diventare la tutela dell’interesse pubblico quando la prassi amministrativa si piega alle esigenze del mercato edilizio.
La domanda posta da Gianni Barbacetto su “Il Fatto Quotidiano” resta dunque centrale: dobbiamo pensare che la prassi sia più forte della legge?
A questa domanda non si può rispondere con comunicati soddisfatti o con generiche rassicurazioni. Occorre invece una riflessione seria sul modo in cui Milano ha governato le trasformazioni urbane degli ultimi anni. Occorre capire quanti interventi siano stati autorizzati con la medesima logica. Occorre chiarire quali controlli siano stati esercitati, quali standard siano stati garantiti, quali oneri siano stati versati, quali interessi pubblici siano stati effettivamente tutelati.
E occorre anche riconoscere che la questione non riguarda solo Milano.
Il “modello Milano” è stato spesso celebrato come esempio nazionale. Ma se quel modello si fonda sulla forzatura delle regole urbanistiche, sull’uso estensivo della ristrutturazione edilizia, sulla compressione degli strumenti di pianificazione e sulla marginalizzazione del confronto pubblico, allora non è un modello da esportare: è un monito.
Le città non sono piattaforme immobiliari. Non sono vetrine per investitori. Non sono laboratori nei quali sperimentare deroghe, scorciatoie e interpretazioni elastiche delle norme. Le città sono luoghi di vita, salute, relazioni, servizi, verde, suolo permeabile, abitabilità, diritti. Governarle significa assumersi la responsabilità di tutelare questi beni comuni, non sacrificarli alla velocità delle trasformazioni e agli interessi della rendita.
Per questo la sentenza Torre Milano, pur assolutoria sul piano penale, non chiude affatto la vicenda. Al contrario, apre la questione della legalità urbanistica come presidio democratico.
Se un grattacielo può nascere al posto di edifici di pochi piani ed essere presentato come ristrutturazione; se un titolo edilizio viene riconosciuto illegittimo ma nessuno ne risponde penalmente; se una prassi comunale può diventare l’argomento decisivo per escludere la colpa; allora il problema non riguarda solo un processo, ma l’intero sistema di governo del territorio.
Attendiamo le motivazioni della sentenza, ma non possiamo e non dobbiamo rinunciare a una valutazione politica severa. Perché quanto già emerso è sufficiente per porre una questione politica, urbanistica e democratica di enorme rilievo: se un intervento edilizio viene realizzato sulla base di un titolo illegittimo, in contrasto con norme statali fondamentali, ma nessuno ne risponde penalmente perché difetterebbe l’elemento soggettivo del reato, che cosa resta della legalità urbanistica?
Il Sindaco Sala e la sua amministrazione portano una responsabilità pesante: avere promosso, difeso e rappresentato un modello di città nel quale la trasformazione edilizia è diventata troppo spesso più rapida della discussione pubblica, più forte degli strumenti urbanistici, più incisiva delle garanzie ambientali e sociali.
L’assoluzione degli imputati non assolve quel modello e non cancella la necessità di rimettere al centro la legge, la pianificazione, la trasparenza, la tutela del suolo, la qualità della vita e il diritto dei cittadini a una città governata nell’interesse pubblico.
Per chi volesse approfondire: “Salva Milano”, sfascia il Paese. Sulla leggina ad urbem che affossa ciò che resta dell’urbanistica, Paolo Pileri, Altreconomia, 25.11.2024







