Nel Comune di Vagli di Sotto, in Garfagnana, il Parco Regionale delle Alpi Apuane ha autorizzato la riapertura di due siti estrattivi dismessi da sessant’anni e ormai rinaturalizzati. Apuane Libere ha impugnato il provvedimento davanti al TAR della Toscana e ha candidato le Alpi Apuane presso il Ministero dell’Ambiente come area da ripristinare nell’ambito del futuro Piano nazionale previsto dal Regolamento europeo sul ripristino della natura.
La vicenda è emblematica di come gli interessi legati all’attività estrattiva finiscano per prevalere sulla tutela del territorio. Secondo Apuane Libere, non siamo davanti a un semplice intervento su aree produttive esistenti, ma alla riattivazione dell’escavazione in luoghi abbandonati da decenni e ormai recuperati dalla natura. L’associazione lega il ricorso alla difesa dei valori naturalistici, paesaggistici e ambientali, richiamando anche gli articoli 9 e 41 della Costituzione e contestando la compatibilità dell’intervento con il quadro normativo nazionale ed europeo.
Gli attivisti denunciano inoltre gli impatti paesaggistici e acustici che la riapertura delle due cave produrrebbe in un contesto già fortemente segnato dall’attività estrattiva. Viene richiamata in particolare la valle di Arnetola e la vicinanza dell’Eremo di San Viviano, luogo di rilievo storico, religioso e paesaggistico, che verrebbe direttamente investito dagli effetti della ripresa dell’escavazione.
Il punto politico è però più ampio del pur rilevante contenzioso amministrativo: in un territorio che dovrebbe essere protetto, continua a prevalere una logica di messa a reddito della montagna, anche dove andrebbero invece riconosciuti e consolidati processi di rinaturalizzazione già avvenuti.
Sulle Apuane il conflitto tra interessi estrattivi e interessi generali emerge con particolare nettezza: da una parte la prosecuzione di un modello che consuma montagne, habitat, paesaggio e beni comuni; dall’altra la necessità di riconoscere valore pubblico alla rigenerazione naturale dei luoghi e di orientare le decisioni istituzionali verso il recupero degli ecosistemi degradati. Il ricorso al TAR non riguarda quindi soltanto due cave, ma chiama in causa il futuro stesso di un territorio e la credibilità delle politiche di tutela.
Apuane Libere ha inoltre segnalato le Alpi Apuane al Ministero dell’Ambiente come area da ripristinare nel quadro aperto dalla Nature Restoration Law europea. Il regolamento impone agli Stati membri obiettivi vincolanti di ripristino degli ecosistemi degradati entro il 2030. Il punto è politico e molto concreto: territori profondamente compromessi dall’estrattivismo devono diventare una priorità delle future politiche pubbliche di ripristino ecologico, non essere nuovamente sacrificati.
La vicenda apuana si collega direttamente alla campagna #RipristiniamoLaNatura, con cui Salviamo il Paesaggio sta raccogliendo segnalazioni di ecosistemi, territori e aree degradate da inserire nel percorso di costruzione del Piano nazionale di ripristino della natura.
Sul sito di Apuane Libere sono inoltre disponibili le indicazioni per sostenere le spese legali del ricorso. Anche questo elemento non è secondario: troppo spesso la difesa concreta dei territori passa attraverso l’impegno diretto di cittadini, associazioni e comitati che si fanno carico, anche materialmente, del costo delle vertenze.
Le Apuane, ferite da secoli di escavazione, mostrano che il futuro non può stare nell’esaurimento della montagna, ma nella sua rigenerazione: il recupero degli ecosistemi è un investimento che produce benefici nel tempo. Ripristinare la natura significa aprire una prospettiva di futuro fondata sulla cura del territorio, sulla tutela delle acque, della biodiversità, della stabilità dei versanti, ma anche su nuove forme di lavoro, conoscenza e responsabilità verso le comunità e le generazioni future.
Di seguito il servizio “Le sentinelle delle Apuane“, andato in onda l’8 marzo 2026, nell’ambito del TGR Rai Toscana.
E’ possibile seguire l’associazione Apuane Libere sul sito, su Facebook e Instagram.







