Favignana sotto assedio: quando il silenzio diventa complice della speculazione

C’è un’isola, nel cuore del Mediterraneo, dove il mare è ancora così trasparente da sembrare vetro, dove le rocce bianche di tufo raccontano millenni di storia e dove la macchia mediterranea profuma ancora di libertà. È Favignana, la “farfalla” delle Egadi: la più grande e conosciuta di un arcipelago che l’UNESCO e l’Unione Europea considerano tra i tesori naturalistici più preziosi d’Italia. Ma oggi su questa farfalla si sta chiudendo una rete fatta di cemento, di chioschi in legno destinati a non sparire più, di scavi abusivi e di autorizzazioni concesse nel modo più insidioso possibile: col silenzio.

di Giuseppe Nicoletti (Comitato “Salviamo lo Stornello e le Egadi”)

Un paradiso in vendita, un pezzo alla volta

Non è una metafora, è cronaca. Negli ultimi mesi la stampa locale e nazionale (da TP24 a La Stampa) ha raccontato quella che molti dei cittadini e amanti di Favignana chiamano ormai apertamente un “assalto alla costa”: centinaia di richieste di concessioni demaniali, una proliferazione di strutture ricettive e di manufatti “amovibili” che spuntano sulla battigia come funghi dopo la pioggia, spesso in aree dove la legge impone il divieto assoluto di edificazione entro 150 metri dal mare.

Il problema non è soltanto il numero, bensì il come. In assenza di un Piano Urbanistico Generale e di un Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo ancora da approvare definitivamente, molte di queste autorizzazioni nascono da un meccanismo tanto tecnico quanto pericoloso: il cosiddetto “silenzio-assenso”. In pratica, se le amministrazioni chiamate a esprimere un parere (Soprintendenza, Corpo Forestale, uffici ambientali) non rispondono entro i termini, il progetto si considera comunque approvato; come nel caso di Cala Pirreca, in cui il parere negativo della Soprintendenza è arrivato con tre giorni di ritardo. Il NO, dunque, viene trasformato per legge in un sì.

Inoltre, quando qualcuno esprime davvero un parere entro i tempi, ponendo prescrizioni precise (come l’obbligo di smontare a fine stagione le strutture “temporanee”), quelle prescrizioni sembrano rimanere lettera morta: chioschi e manufatti che dovrebbero sparire in inverno restano lì, mese dopo mese, trasformandosi di fatto in costruzioni permanenti su un litorale che, invece, dovrebbe restare libero e selvaggio. E non si tratta di un problema che riguarda solo chi ha ottenuto il titolo con il silenzio: anche laddove le autorizzazioni sono state rilasciate regolarmente, con tanto di VINCA (Valutazione di Incidenza Ambientale) e pareri espressi di Soprintendenza e Capitaneria di Porto, le prescrizioni più elementari (niente scavi nè movimenti di terra, smontaggio integrale a fine stagione) risultano sistematicamente disattese. Chi ha visitato di recente alcune località simbolo dell’isola (Cala Pirreca, Cala Rotonda, Punta Marsala, Punta Sottile, Torretta) racconta di scavi, movimenti di terra e fosse settiche interrate, in habitat che dovrebbero essere intoccabili, di veicoli a motore che attraversano aree dove il transito è espressamente vietato per proteggere la fauna e la flora locali. Tutto questo in un territorio che non è un lembo di costa qualunque: è Rete Natura 2000, è Zona Speciale di Conservazione, è compreso nell’Area Marina Protetta Isole Egadi (la riserva marina più grande d’Europa) ed è sottoposto al Piano Paesaggistico regionale.

Perché il silenzio non può valere come un sì

C’è un principio semplice, quasi di buon senso, che il diritto italiano ed europeo ripetono da decenni: quando in gioco ci sono l’ambiente e il paesaggio, nessuno può autorizzare tacendo. La legge lo dice a chiare lettere (il silenzio-assenso è espressamente escluso nei procedimenti che riguardano il patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale) e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea lo ribadisce da oltre trent’anni: qualunque intervento che possa incidere su un sito Natura 2000 dev’essere sottoposto a una vera e propria valutazione, fatta da persone in carne e ossa che studiano il progetto, non a un termine che scade nell’indifferenza generale.

Non si tratta di un cavillo per azzeccagarbugli. È la differenza tra un ecosistema protetto sul serio e un altro protetto solo sulla carta. Perché una volta che una struttura “stagionale” non viene smontata, smette di essere temporanea: diventa, giuridicamente e concretamente, un abuso edilizio, sanzionabile come tale (lo dice una giurisprudenza ormai granitica della Cassazione penale). E un abuso edilizio su un tratto di costa vincolato non è solo un problema di carte bollate: è un pezzo di paesaggio sottratto per sempre alla collettività, un pezzo di natura che non torna indietro.

Un Comitato a difesa delle Egadi

Di fronte a questo scenario, un gruppo di cittadini e residenti dell’arcipelago ha deciso di non stare a guardare. È nato così il Comitato “Salviamo lo Stornello e le Egadi”, costituito per tutelare l’integrità ambientale, paesaggistica e identitaria di un territorio considerato come patrimonio comune, non come merce di scambio.

Il Comitato, nato nel 2024 dalla mobilitazione spontanea di residenti preoccupati per la vendita di alcuni lotti agricoli in contrada Stornello, non è nuovo a questa battaglia. Il progetto che aveva fatto scattare l’allarme prevedeva lì una residenza turistico-alberghiera su un’area di quasi 200.000 mq, con decine di unità abitative, corsi d’acqua artificiali, piscine e un camminamento fino al mare: un’opera che, secondo gli studi condotti in quell’area da ricercatori dell’Università di Ginevra e di Palermo, avrebbe compromesso un sito di eccezionale valore geologico e naturalistico, cruciale anche per la falda acquifera dell’isola. Grazie alla pressione mediatica e al confronto diretto con la Soprintendenza, nell’aprile 2025 la Struttura di Missione ZES della Presidenza del Consiglio ha bocciato definitivamente il progetto, dopo che già Comune e Soprintendenza si erano espressi negativamente: una vittoria che il Comitato ha salutato come lo scampato pericolo di “un danno incalcolabile” per uno degli ultimi tratti di costa ancora intatti delle Egadi.

Da quella prima battaglia vinta è nata la scelta di allargare lo sguardo a tutto l’arcipelago: già a marzo 2026 il Comitato aveva scritto al Comune di Favignana e agli enti regionali chiedendo una moratoria sulle nuove concessioni, in attesa dell’approvazione dei piani urbanistici. Una richiesta rimasta, di fatto, senza vero seguito.

Il 13 giugno 2026 il Comitato ha alzato il tono, affidandosi all’avvocato Oscar Ferreri del Foro di Trapani per notificare una diffida e messa in mora formale a un fronte amplissimo di destinatari: il Comune di Favignana, l’Assessorato regionale del Territorio e dell’Ambiente, il Corpo Forestale della Regione Siciliana, la Capitaneria di Porto di Trapani, i Carabinieri (compreso il Nucleo Operativo Ecologico), la Questura, la Soprintendenza ai Beni Culturali di Trapani (con copia, per conoscenza, anche al Ministero dell’Ambiente, all’ISPRA, alla Commissione Europea, al Parlamento Europeo e alle principali associazioni ambientaliste italiane, da Italia Nostra al WWF, da Legambiente al FAI).

Nell’atto, il Comitato chiede controlli sistematici su tutto l’arcipelago, ispezioni invernali per verificare l’effettivo smontaggio delle strutture stagionali, il riesame in autotutela dei titoli formatisi con silenzio-assenso, la sospensione di nuove autorizzazioni fino all’approvazione dei piani urbanistici e l’apertura di una verifica puntuale sulle valutazioni di incidenza ambientale mai davvero condotte. Un avvertimento netto chiude la diffida: in mancanza di riscontro entro trenta giorni, il Comitato si rivolgerà alla Procura della Repubblica, alla Procura della Corte dei Conti e alla stessa Commissione Europea.

La notizia, raccontata da testate come la Sicilia, TP24 e ripresa dalla stampa nazionale, ha acceso i riflettori su una vicenda che molti dei cittadini e dei frequentatori di Favignana vivono ogni giorno sulla propria pelle: la sensazione di vedere scomparire, un tratto di costa alla volta, l’anima selvaggia della propria isola.

Il 16 luglio La Stampa ha dedicato un ampio reportage alla vicenda, raccontando la “rivolta” dei cittadini contro i chioschi che stanno spuntando sulla costa. A guidare il Comitato, riferisce il quotidiano, è Monica Modica, ex assessore comunale, affiancata da Maria Guccione, ambientalista che anni fa si era già battuta contro le trivellazioni petrolifere nel mare delle Egadi: per lei il silenzio-assenso, applicato in un contesto simile, è a tutti gli effetti “un mostro giuridico mirato a fare scempio del territorio”. Sull’isola, riporta ancora il giornale, c’è chi assicura che nessun controllo sia mai stato effettuato sul territorio, e circola persino il sospetto che tra i chioschi rimasti in piedi anche d’inverno ve ne sia qualcuno riconducibile a soggetti vicini all’amministrazione stessa.

La pressione, in ogni caso, ha già prodotto un primo effetto concreto. Il 14 luglio, durante un consiglio comunale aperto, convocato per tracciare un bilancio di fine anno dell’attività della Giunta, il dibattito si è spostato in larga parte sulla diffida e sulla tutela ambientale del litorale. Il sindaco Pagoto ha annunciato di avere già trasmesso una nota al Demanio e alla Soprintendenza di Trapani, chiedendo una rivalutazione dei pareri rilasciati in passato proprio in relazione al mancato smontaggio stagionale e all’uso del silenzio-assenso come prassi procedurale. Un primo passo che La Sicilia ha definito un vero e proprio cambio di rotta dell’Amministrazione, ma che il giornale stesso segnala essere ancora “un banco di prova”: saranno le verifiche concrete, non gli annunci, a dire se seguiranno provvedimenti reali. Il Comitato, dal canto suo, ha ribadito in aula che i trenta giorni concessi con la diffida restano validi e che, in assenza di riscontri adeguati, è pronto ad adire Procura della Repubblica, Corte dei Conti e Commissione Europea.

Alcuni casi concreti

Alle denunce pubbliche si è affiancato un lavoro più sotterraneo e puntuale. Tra maggio e luglio 2026 una rappresentante del Comitato si è recata più volte presso la Tenenza della Guardia di Finanza di Favignana per formalizzare esposti dettagliati, corredati di fotografie, determine dirigenziali, pareri e sentenze.

Negli esposti emergono casi concreti che danno un volto ai numeri della diffida. A Cala Pirreca, la società Wild Srls ha realizzato una struttura di circa 600 mq nonostante il parere negativo della Soprintendenza (purtroppo arrivato in ritardo, tanto che la società ha poi vinto il ricorso al TAR proprio per la tardività del parere), che ne aveva escluso ogni collegamento con la fruizione del mare: infatti il mare non è accessibile, la costa è soggetta a dissesto idrogeologico e i manufatti sorgono in un’area di assoluta inedificabilità entro i 150 metri dalla battigia. Da segnalare, inoltre, che il parere n. 33/2024 del Comune di Favignana vietava espressamente “la realizzazione di scavi e movimenti terra sul sito al fine di non arrecare nocumento ai limitrofi habitat 6220* e 1240”: gli stessi habitat prioritari che la normativa europea considera meritevoli della massima protezione. Nonostante ciò, il sito sarebbe stato interessato dall’interramento di una fossa biologica settica, dalla realizzazione di una vasca a tenuta stagna e della relativa tubazione in PVC, oltre che dal passaggio sistematico di veicoli a motore in un’area dove il transito è espressamente vietato per tutelare l’habitat.

A Cala Rotonda, la società Pura Vida Srl ha realizzato diverse strutture su terreno privato vincolato dal Piano Paesaggistico, proprio attraverso il meccanismo del silenzio-assenso. A Punta Marsala, un manufatto della ditta individuale di Gianni Tortorici, autorizzato a condizione di non effettuare scavi né movimenti di terra, è invece sorto proprio a seguito di scavi, documentati fotograficamente. Sempre secondo l’esposto, a Pozzo Ponente (Punta Sottile) un’attività simile risulterebbe riconducibile alla moglie di un consigliere comunale di maggioranza.

Il Comitato segnala inoltre altre situazioni analoghe (dalla Torretta allo Scalo Cavallo, fino a Casa Matta) e mette in guardia su un’ulteriore serie di istanze ancora in itinere, non ancora edificate, che riguardano Cala Azzurra, Cala Trapanisa e Cala Rossa: tutte soggette, per espressa prescrizione, all’obbligo di smontaggio integrale a fine stagione, “senza che nulla (plinti prefabbricati, impianti idrici ed elettrici compresi) possa rimanere in loco”.

Sono circostanze, va ribadito, ancora al vaglio degli inquirenti e delle autorità competenti ma che, se confermate, disegnano un quadro inquietante: non episodi isolati, ma un metodo che si ripete, sito dopo sito, sfruttando proprio le smagliature di un sistema autorizzativo che dovrebbe essere il più rigoroso d’Italia.

La vicenda, del resto, non è passata inosservata nemmeno a Roma: due interrogazioni parlamentari (una dell’On. Cristina Ciminnisi, sull’allarme per la pressione antropica nelle Egadi, e una della deputata Ida Carmina, sulle opere in prossimità del demanio marittimo e sui controlli assenti) segnalano che il caso Favignana ha ormai varcato i confini dell’isola.

Un mare che non si vende

C’è un’ultima immagine, meno giuridica ma altrettanto eloquente, che aiuta a capire cosa si rischia di perdere. Proprio nei giorni in cui la diffida del Comitato finiva sui giornali, nelle sale cinematografiche usciva Odissea di Christopher Nolan, girato in parte proprio a Favignana. L’autore e regista Emanuele Mercurio, che ha fatto la comparsa nel film, ha raccontato sulla rivista Lucy il proprio ritorno sull’isola di famiglia: un racconto intimo che, tra le righe, descrive un’isola sempre più trasformata in semplice sfondo da fotografare, dove il turismo mordi-e-fuggi ha svuotato botteghe e relazioni, e dove capitali esterni acquistano case e fondi commerciali per trasformarli in strutture pensate solo per i turisti di passaggio, lasciando l’isola desolata non appena arrivano i primi temporali d’autunno. È la stessa dinamica, raccontata con altre parole, che il Comitato denuncia nelle sedi istituzionali: un territorio che rischia di smettere di essere un luogo vissuto per diventare soltanto un’immagine da consumare — e da vendere, un pezzo alla volta.

Le Egadi non sono un catalogo di lotti edificabili. Sono un ecosistema che ha impiegato migliaia di anni per raggiungere l’equilibrio che oggi rischia di essere spezzato in pochi anni di autorizzazioni facili. Sono le calette dove i bambini imparano a nuotare, la macchia dove nidificano specie protette, il mare che dà da vivere ai pescatori, prima ancora che ai turisti.

Difendere Favignana dal cemento travestito da provvisorio, dal silenzio travestito da consenso, è oggi un’emergenza e un dovere collettivo, sancito ormai anche dalla nostra Costituzione che, dal 2022, tutela espressamente l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi “anche nell’interesse delle future generazioni”. Perciò la battaglia del Comitato “Salviamo lo Stornello e le Egadi” è battaglia di tutti. Perché ogni volta che si lascia correre un abuso in un angolo di paradiso, si crea il precedente per il prossimo. E perché (come ricorda chi da mesi si batte per questa terra) ciò che viene perso oggi potrebbe non tornare mai più. 

Le Isole Egadi non sono una merce. Difendiamole, prima che sia troppo tardi.

Firma la Petizione · Salviamo le coste delle Egadi dalle speculazioni – Italia · Change.org https://share.google/6qdimgRt4sIk4QqP4

Fonti principali: diffida e messa in mora del Comitato “Salviamo lo Stornello e le Egadi” (13 giugno 2026); verbali di ricezione esposto orale acquisiti dalla Guardia di Finanza – Tenenza di Favignana (21 maggio, 2 luglio e ulteriore integrazione 2026); Trapanisi (13 luglio 2026), rassegna stampa ANSA (17 aprile 2025), TP24 (16 luglio 2026), La Stampa (16 luglio 2026), La Sicilia (15 luglio 2026), Egadi C’è (luglio 2026), CORE TV (18 luglio 2026), la Repubblica (29 aprile 2026); Emanuele Mercurio, “Ho fatto la comparsa per l’Odissea di Nolan (e ho ritrovato la mia Itaca)”, Lucy, 16 luglio 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *