Parchi nazionali, riserve naturali e aree marine protette dovranno fare i conti con una significativa riduzione delle risorse economiche destinate al loro funzionamento. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha, infatti, comunicato agli enti gestori i nuovi trasferimenti per l’esercizio finanziario in corso, con tagli che nel complesso si attestano intorno al 23% rispetto allo scorso anno. In alcuni casi, la riduzione supera i 700 mila euro, incidendo direttamente sulle spese di funzionamento ordinario.
A cura di Patrizia Pezzuoli – Comitato modenese del Forum SALVIAMO IL PAESAGGIO
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha comunicato un sensibile taglio lineare dei fondi per i parchi nazionali, le riserve statali e le aree marine protette. Secondo le associazioni ambientaliste, la riduzione è di circa il 23% rispetto allo scorso anno, arrivando fino a 700.000 euro in meno per alcuni enti. Luca Santini, presidente di Federparchi, ha spiegato che questi tagli derivano dalle misure del governo per fronteggiare l’emergenza energetica globale: l’ultima legge di bilancio 2026 ha proprio dirottato le risorse verso il taglio delle accise sui carburanti.
Un esempio concreto di questa situazione è il Parco nazionale delle foreste casentinesi: un’area di 360 km² tra Emilia-Romagna e Toscana, che ospita una riserva UNESCO e registra circa 400.000 pernottamenti all’anno. Il direttore del parco, Andrea Gennai, ha riferito che il MASE ha ridotto il contributo ordinario del 9% (circa 242.000 euro in meno) e, a causa di questo taglio, l’ente ha dovuto annullare un progetto che mirava a educare le strutture ricettive all’acquisto di prodotti locali per sostenere la conservazione dell’area. Inoltre, per il 2026, è andato interamente perduto anche il fondo destinato agli interventi di efficientamento energetico.
Nonostante il blocco delle accise sia destinato a rientrare, il Parco delle Foreste Casentinesi ha già ricevuto comunicazione di ulteriori riduzioni nei bilanci statali pluriennali. Di conseguenza, gli enti gestori dovranno puntare maggiormente sull’autofinanziamento.
I tagli variabili decisi dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica indicano che il governo non ha applicato una riduzione percentuale identica per tutti gli enti, ma ha rimodulato i fondi a seconda delle singole realtà.
I criteri della rimodulazione
L’approccio ministeriale e i suoi effetti reali sul territorio si basano su alcuni aspetti principali: anziché optare per un “taglio lineare” (che avrebbe ridotto il budget di ogni singola riserva esattamente della stessa percentuale), il MASE ha stabilito sforbiciate differenti in base al tipo di ente (Parco Nazionale, Area Marina Protetta o Riserva Statale) e alla natura del suo bilancio consolidato. Nonostante questa variabilità interna:
- Il taglio complessivo e medio calcolato dalle associazioni (WWF, Greenpeace, Legambiente, Italia Nostra) si attesta attorno al 23% rispetto ai fondi dell’anno precedente;
- L’impatto economico oscilla da riduzioni minime (come il 9% denunciato dal Parco delle Foreste Casentinesi) fino a picchi drastici che superano i 700.000 euro in meno per alcuni grandi parchi nazionali.
Le aree più colpite: l’allarme per il mare
Secondo Federparchi, le strutture che risentono maggiormente di questa modulazione variabile sono le Aree Marine Protette (AMP). A differenza dei parchi di terra, le riserve marine hanno spesso bilanci più fragili e dipendono in modo stringente dai trasferimenti ordinari dello Stato per garantire i servizi minimi. Con questa rimodulazione, molte AMP rischiano concretamente di non riuscire a chiudere il bilancio in pareggio.
Perché non si è scelto un taglio lineare?
La scelta di non applicare un’unica percentuale per tutti deriva dal tentativo di recuperare le risorse richieste dalla Legge di Bilancio (destinate a coprire i costi delle misure energetiche e del taglio delle accise) intaccando in modo differente i capitoli di spesa ordinaria e obbligatoria. Tuttavia, le associazioni ambientaliste contestano questo metodo: intervenire a metà anno con tagli asimmetrici ha paralizzato i progetti di enti che avevano già stanziato i fondi basandosi sulle storiche disponibilità statali, creando forti disparità operative tra una riserva e l’altra.
Secondo le denunce di Blue Marine Foundation, Italia Nostra, Greenpeace e WWF Italia, questi tagli riducono i fondi destinati alle spese obbligatorie, minacciando direttamente i servizi essenziali. Tra le attività a rischio ci sono il monitoraggio, la conservazione, l’educazione ambientale, l’apertura al pubblico, le manutenzioni e la prevenzione degli incendi boschivi, quest’ultimo un servizio particolarmente critico durante la stagione estiva.
Le organizzazioni sottolineano, inoltre, la gravità delle tempistiche: la riduzione dei fondi è arrivata a metà anno, quando i vari enti gestori avevano già impegnato o speso le somme previste, col rischio concreto di non poter rispettare gli impegni già presi.
I parchi italiani sperano che i tagli attuali siano solo una misura eccezionale. Per tutelare il futuro delle aree protette, Federparchi ha chiesto al ministero (MASE) l’apertura di un tavolo di lavoro. L’obiettivo del presidente Santini è inserire una norma di salvaguardia economica nella revisione della legge quadro sulle aree protette, ferma in commissione Ambiente al Senato da settembre 2024.
Le associazioni ambientaliste sottolineano come questi tagli contrastino con gli impegni europei della Strategia per la biodiversità, che impone di proteggere il 30% del territorio entro il 2030. Attualmente l’Italia è ferma al 21% a terra e al 16% in mare: il traguardo è raggiungibile, ma richiede risorse e volontà politica.
Patrizia Pezzuoli (Comitato modenese del Forum SALVIAMO IL PAESAGGIO)
Per approfondire:
Il governo Meloni ha tagliato i fondi per la protezione di parchi e aree protette







