Bosco Ospizio: il Regolamento europeo sul ripristino della natura può cambiare la partita tra Conad e cittadini

Secondo Giulia Saija, nella discussione pubblica sarebbe rimasto in secondo piano un elemento che potrebbe invece avere un peso importante: il Regolamento europeo sul ripristino della natura, la cosiddetta Nature Restoration Law…

di Patrizia Pezzuoli

Nel centro urbano di Reggio Emilia si trova il Bosco Ospizio: circa 4,5 ettari di verde incolto resi un’isola di biodiversità dalla spontanea crescita di alberi ad alto fusto (come frassini, querce, platani e aceri) e dalla presenza di una ricca comunità animale. Questo ecosistema rischia ora di scomparire all’interno del quinto comune italiano per incremento di suolo consumato, secondo il Rapporto Ispra 2024.

La vicenda affonda le radici nel 2007 quando, nell’ambito del Programma di riqualificazione urbana di Via Emilia Ospizio, il Comune stipulò una convenzione urbanistica con la Rete Reggio Emilia Terza Età, allora proprietaria del parco e dell’ex casa di riposo poi demolita. Nel 2015, l’area è stata acquistata all’asta da Conad Centro Nord. Negli anni, il Parco si è rinaturalizzato, trasformandosi nel bosco attuale. Poc’anzi all’acquisto, la cooperativa della grande distribuzione ha sottoscritto un accordo con l’amministrazione per suddividere i circa 45.000 metri quadrati del comparto: 13.500 destinati a verde pubblico e oltre 31.000 all’impermeabilizzazione. Il progetto prevede infatti la costruzione di una struttura commerciale alimentare di oltre 4.600 mq, una Casa della Salute di 1.700 mq e un polo territoriale con biblioteca di 1.100 mq, compresi parcheggi e viabilità.

Un piano che comporta l’abbattimento di 154 alberi; sebbene la proposta includa la piantumazione di nuovi esemplari, ci vorrebbero decenni prima che le giovani piante possano garantire gli stessi benefici ecologici di quelle attuali.

La contrapposizione tra le parti resta accesa. Da un lato, il tavolo politico cerca una mediazione basata su modifiche migliorative e sull’aumento della quota di verde, mantenendo comunque l’edificazione. Dall’altro, cittadini e associazioni ambientaliste chiedono la tutela integrale della vegetazione. La tensione si è alzata a seguito delle manifestazioni dello scorso febbraio, culminate con una querela presentata da Conad nei confronti di nove attivisti.

Nature Restoration Law in vigore nel 2024 – Regolamento UE 2024/1991 riguarda anche gli ecosistemi urbani:

Il punto centrale della questione riguarda l’applicazione dell’art. 8 del Regolamento UE 2024/1991, che introduce prescrizioni specifiche per gli ecosistemi urbani la cui attuazione per le rispettive competenze è affidata a Comuni, Città metropolitane e Province dal D.Lgs. n. 80/2026. Si ricorda che il Regolamento è cogente e direttamente applicabile.

In particolare, il Regolamento vieta perdite nette di spazi verdi urbani e di copertura arborea tra il 2024 e il 2030, mentre dal 2031 richiede un incremento progressivo.

Ne deriva un criterio operativo essenziale per valutare gli interventi successivi all’entrata in vigore del Regolamento. Il riferimento è lo stato di fatto al 18 agosto 2024.

Se a quella data un’area era vegetata, alberata, permeabile, coperta da chiome o comunque utile alla biodiversità urbana, ogni trasformazione successiva va valutata rispetto agli obiettivi europei di ripristino.

Questo è un punto molto importante: il Regolamento guarda non solo alla destinazione urbanistica dell’area (cioè a quel che c’è scritto nei Piani di Governo del Territorio), ma anche e soprattutto allo stato di fatto dei luoghi e alla copertura reale del suolo e alle funzioni ecosistemiche presenti.

Quindi, per ogni intervento, Comuni e amministrazioni locali dovranno verificare eventuali perdite di spazi verdi urbani, riduzioni della copertura arborea, impermeabilizzazioni di suoli permeabili, effetti negativi sull’adattamento climatico, frammentazione ecologica o compromissione di aree utili al ripristino.

La bozza del Piano di Ripristino della Natura prevede il ripristino delle aree verdi consumate dall’entrata in vigore del Regolamento europeo, cioè dal 18 agosto 2024.

Per le trasformazioni previste ma non ancora realizzate, il Piano propone misure di sospensione e salvaguardia, cioè, per evitare contenziosi, il PNR suggerisce di “congelare” le nuove autorizzazioni che comportano consumo di aree verdi, evitando così di esporre i Comuni a conflitti con i proprietari dei terreni trasformabili.

ANCI, nelle proprie osservazioni, sostiene che non si possa chiedere la revisione dei piani approvati dal 2024 in poi. Questa posizione finisce però per proporre, di fatto, una sorta di condono per le varianti approvate in contrasto con il Regolamento europeo, nonché per le trasformazioni autorizzate dal 18 agosto 2024 a oggi o ancora previste da nuove varianti urbanistiche.

Invece questo tipo di prescrizione è indispensabile in uno Stato come l’Italia che ha gravi criticità strutturali che rendono più complessa l’attuazione del Piano:

– le previsioni urbanistiche continuano spesso a rimanere valide anche quando non vengono attuate per decenni, pur incidendo su aree verdi;

– la fiscalità urbanistica è molto bassa e può favorire la rendita fondiaria e la speculazione;

– manca ancora una legge nazionale efficace contro il consumo di suolo e la perdita di aree verdi;

– i Piani del verde e della natura non sono obbligatori;

– la formazione ecologica rivolta agli amministratori locali è ancora insufficiente.

Se in altri Paesi Europei l’attuazione del regolamento può risultare meno prescrittiva perché alcune azioni di ripristino e compensazione ecologica sono già consolidate, in Italia, invece, le deroghe alle valutazioni ambientali e la debolezza degli strumenti di tutela rendono necessario un approccio più rigoroso.

Il Regolamento UE sul Ripristino della Natura interviene proprio su questa carenza normativa italiana.

Le prescrizioni del Piano trovano il loro fondamento giuridico nel regolamento europeo, che è sovraordinato alle norme nazionali e regionali, immediatamente applicabile e vincolante per tutti gli Stati membri.

Le modifiche proposte da ANCI rischiano invece di indebolire il Piano, riducendolo a un intervento dilatorio in attesa delle osservazioni della Commissione europea. Un’impostazione di questo tipo potrebbe esporre l’Italia a una nuova procedura di infrazione in materia ambientale, ma soprattutto ad alimentare un disastro ambientale.

La realtà di molti enti locali è segnata da un consumo di suolo continuo. I progetti di rinaturalizzazione e incremento del verde urbano restano spesso limitati, mentre l’impatto delle trasformazioni urbanistiche è molto più esteso. Anche sul fronte della depavimentazione e del contrasto alle isole di calore mancano dati sistematici e un monitoraggio adeguato.

È questo uno dei punti più problematici: il ripristino della natura richiede dati, progettazione, monitoraggio, interventi, manutenzione, partecipazione pubblica, competenze tecniche e risorse economiche. Senza risorse dedicate, gli obblighi previsti dal Piano saranno difficili da attuare in modo efficace.

Il tema è particolarmente urgente perché negli ecosistemi urbani si concentrano gran parte della popolazione, delle pressioni insediative, degli effetti delle isole di calore, del rischio idraulico e della perdita di suolo. Per questo il ripristino della natura nelle città non è un tema accessorio, ma una condizione essenziale per l’adattamento climatico, la qualità della vita e la tutela del territorio.

Qui ulteriori informazioni e diversi link per approfondire.

Immagine da fonte WEB: https://www.radiondadurto.org/2026/08/03/reggio-emilia-al-via-labbattimento-del-bosco-ospizio-dallalba-presidio-resistente/

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