Il 28 agosto si è conclusa la Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione. L’adozione di un piano d’azione comune è rimandata al 2028. Yasmine Fouad, segretaria esecutiva dell’UNCCD: “Ulaanbaatar non sarà giudicata in base a ciò che è stato annunciato nel corso della conferenza. La sua eredità sarà misurata da ciò che accadrà in seguito: se i paesi saranno meglio preparati ad affrontare la siccità, se i terreni degradati e i pascoli saranno ripristinati, se i finanziamenti raggiungeranno progetti sostenibili e se le persone che gestiscono il territorio vedranno un reale miglioramento nelle loro vite».
Dal 17 al 28 agosto 2026, a Ulaanbaatar, in Mongolia, si è tenuta la COP 17 della UNCCD – United Nations Convention to Combat Desertification (convenzione nata nell’ambito dei lavori della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e adottata a Parigi nel 1994), con il tema “Restoring Land. Restoring Hope” (Rigenerare la terra. Rigenerare la speranza).
Il degrado del suolo interessa fino al 40% del territorio mondiale, con importanti ripercussioni sulla sicurezza alimentare e idrica, sui mezzi di sussistenza e sulla stabilità economica. Secondo il Global Land Outlook del 2024 l’assenza di produttività a livello globale minaccia il benessere di 3,2 miliardi di persone.
La Mongolia, per due settimane è stata il centro degli sforzi globali per la lotta all’inaridimento del territorio, il ripristino dei suoli, il recupero delle terre degradate. Il paese è tra i più colpiti dalla desertificazione, con quasi il 77% del proprio territorio degradato; i vasti pascoli e la biodiversità di queste terre sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, dal sovrapascolamento, dalla siccità, dalle tempeste di sabbia, dall’impoverimento del suolo.
Come accade spesso per le Conferenze delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, anche a Ulaanbaatar i negoziati sono stati lunghi e faticosi e per molti aspetti rilevanti ci si è dovuti accontentare del fatto che il processo di confronto non si sia del tutto interrotto e che potrà proseguire in Egitto nel 2028.
Come era accaduto alla Cop16 che si era tenuta in Arabia Saudita nel 2024, i governi non sono riusciti a raggiungere un accordo proprio sulle ondate di siccità generate o esacerbate dai cambiamenti climatici, uno dei temi più importanti legati alla desertificazione. Non si è trovato un punto d’incontro neanche sulla migrazione, l’aridità e la condivisione delle conoscenze.

Gli Stati Uniti sono stati tra i Paesi che maggiormente hanno reso difficoltoso il confronto, opponendosi alla richiesta proveniente dai Paesi più in difficoltà, in particolare quelli africani, di adottare obiettivi obbligatori e giungere ad un piano d’azione comune.
Anche le decisioni assunte riguardo ai finanziamenti (1,3 miliardi di dollari per 23 Paesi e i 400 milioni di dollari del Drought resilience investment facility) risultano insufficienti.
Maggiore soddisfazione invece per l’accordo raggiunto dalle Parti sui pascoli, riconosciuti ecosistemi di importanza strategica. Un tema al centro del degrado del suolo, dal momento che i pascoli occupano il 54% della superficie terrestre globale e ospitano quasi 500 milioni di pastori. La Rangelands Flagship Initiative mobilita 1,2 miliardi di dollari per 45 progetti.
Leggi il comunicato United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD) del 28 agosto 2026.
Qui trovi la traduzione in italiano, a cura di Salviamo il Paesaggio.
Consulta le decisioni della Cop17.
Immagini: © United Nations Convention to Combat Desertification UNCCD







