Il 7 ottobre il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha pubblicato la proposta di Piano di ripristino della natura (Pnr) che l’esecutivo ha presentato, in ritardo, a Bruxelles. Per quanto riguarda l’Articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani, il testo è stato svuotato. Gli obblighi hanno lasciato spazio ai suggerimenti e i tempi fatti slittare. “Una situazione davanti alla quale non dobbiamo tenerci le parole in gola”, denuncia il prof. Paolo Pileri.
di Paolo Pileri
Articolo pubblicato su Altreconomia del 13.10.2026
La saga dell’irresponsabilità ecologica procede con il vento del governo in poppa. Il 7 ottobre è stata pubblicata sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) la proposta di piano di ripristino della natura (Pnr) che il nostro governo ha presentato, in ritardo, a Bruxelles, in perfetta coerenza con il voto contrario al Regolamento europeo per il ripristino della natura (Nrr) del ministro Gilberto Pichetto Fratin in Europa, ma che poi fu comunque approvato grazie all’atto eroico e responsabile, lo ricordiamo, di Leonore Gewessler.
Il Pnr inviato alla Commissione è un piano svuotato come un calzino per quanto riguarda l’Articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani, di cui abbiamo ripetutamente parlato quest’estate. Quello che era un forte sospetto ora è realtà. Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) dopo varie consultazioni con un’ampia compagine di associazioni, edilizia-Comuni-ambiente e con esperti di pianificazione urbanistica e di ambiente, ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa.
Tanto per essere chiari, è stata cancellata la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi dall’entrata in vigore del Nrr; quella che minimizzava il consumo di suolo; quella che prevedeva di localizzare gli interventi compensativi entro il proprio confine comunale e non altrove; quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino; quella del principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere le previsioni e gli interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030. Ma anche quella che limitava gli interventi su suoli urbani non artificializzati; quella di integrare i piani urbanistici esistenti con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare le valutazioni di impatto ambientale e strategiche con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare i regolamenti edilizi comunali (come già fatto da Genova); quella di fare un monitoraggio annuale delle aree verdi legandolo a un rendiconto da pubblicare; quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici. Le misure di depavimentazione che sono rimaste sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti assieme alle poche altre superstiti: non c’è più nulla di praticamente obbligatorio.
Non più indirizzi sfidanti ma “consiglietti” che -lo sappiamo a menadito- in urbanistica sono inutili nel 95% dei casi. Non si impone ma si promuove. Non si richiede ma si favorisce. Non si chiede ma si auspica. Non di deve ma si dovrebbe. I devono sono stati imbavagliati e trasformati in possono. Non si obbliga a usare soluzioni basate sulla natura ma solo viene consigliato (assurdo). Parole scelte per generare degli incompiuti e non cambiare nulla. Perfino gli abbattimenti degli alberi si possono continuare a fare se debitamente documentati (ma da chi? Da chi vuole abbatterli, non mi stupirei).
I tempi sono stati fatti slittare attaccandosi ad aggiornamenti tecnici che mai si faranno. Le misure sono state agganciate a non ben chiari meccanismi prestazionali che, a loro volta, richiederanno burocrazia ingessante. Si lasciano sulle spalle dei Comuni censimenti di aree idonee quando sarebbe un compito delle Regioni, visto che queste hanno staff e competenze più adeguate e sarebbero più rapide. Un piano di misure che i Comuni già virtuosi per i fatti loro potranno usare, mentre gli altri potranno largamente disimpegnarsi. Speriamo ovviamente che Bruxelles bocci questa proposta, ma anche questo fa parte del piano “horribilis” che gioca a costruire ritardi a tavolino, consentendo a chi vuole continuare a consumare suolo e aree verdi, di prendere tempo e andare avanti a stendere altro asfalto.
E così il nostro Paese si troverà in una situazione sempre più compromessa perché nessuno riuscirà a ripristinare le migliaia di ettari di aree verdi che continueranno a sparire. Non è che quel che scompare prima della approvazione del Pnr non dovrà essere ripristinato. Tutt’altro: il regolamento europeo rimane vigente e vincolante (per fortuna) a partire dal 18 agosto 2024, anche senza il Pnr: è bene ricordarlo al governo, ai Comuni italiani e ai sindaci.
E fioccheranno sanzioni milionarie che il governo sta lasciando sulle spalle dei Comuni visto che il decreto legislativo 80/2026 ha indicato loro come attuatori del Nrr. La cancellazione delle misure del Pnr lascia i Comuni allo sbando e gli taglia il ramo sul quale sono seduti. I sindaci rimarranno intrappolati senza riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il 2030 e dovranno pagare di tasca loro (nostra) le sanzioni. E a noi, ignari cittadini, ci toccherà assistere all’incrudimento della crisi ecologica, all’aumento delle temperature nelle città dove abitiamo, ad alluvioni sempre più distruttive come quelle appena accadute in Campania e a Napoli, dove abita il presidente dei Comuni italiani, il sindaco Gaetano Manfredi.
Alla fine, la strana alleanza tra l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e quella dei costruttori edili (Anci&Ance) ce l’ha fatta ad affondare l’Articolo 8 del Pnr. Un aiutino di retrovia l’ha ricevuto anche dall’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) che non se l’è sentito di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” preferendo usare l’ostacolo -l’inadeguata normativa urbanistica italiana- per rallentare il Pnr, contribuendo a fermarlo. Questo volevano, questo hanno dichiarato negli incontri che si sono tenuti nelle fasi di consultazione e questo hanno ottenuto. Il nostro Paese va in Europa con un piano che ci renderà ridicoli e irresponsabili. I nostri politici non vengano a farci lezioni sull’arte del compromesso perché qui non c’è stato nessun compromesso, ma solo cancellazione e respingimento.
Non c’è una sola azione tra quelle dell’Articolo 8, rivolte a tutti i Comuni, che sia rimasta in piedi con la forza con cui era stata scritta. Prendiamo quindi atto che i Comuni non ne vogliono sapere di cambiare la loro azione urbanistica. Si vede che i sindaci, tranne poche eccezioni, preferiscono continuare a indossare la divisa dei consumatori di suolo e aree verdi. Altro che discorsetti sulla responsabilità e l’attenzione alle prossime generazioni. Le loro parole sono enunciati che innescano la retromarcia appena devono passare all’azione concreta. In un dibattito a cui ho partecipato presso l’ordine degli architetti di Padova lo scorso 8 ottobre, il vicepresidente dell’Anci, Massimo Cavazzana, ha confermato che proprio l’Associazione dei Comuni ha svuotato la bozza del Pnr. Tra le motivazioni che ha portato, l’accusa allo Stato per non aver fatto formazione sul Nrr ai sindaci e ai tecnici comunali.
Pare che questo sia stato un valido motivo per non imbarcarsi nella sfida del Pnr (peccato che la formazione ai sindaci e agli uffici tecnici è uno dei compiti che l’Anci si è assunta da decenni che però non ha svolto, non mandando neppure una striminzita mail ai Comuni per dire che era stato approvato Nrr nel 2024). Ha detto che non c’è stato un tempo sufficiente per lavorare al Pnr (peccato che l’Associazione non ha incalzato il governo a non perdere tempo e avviare subito i lavori del piano; e comunque nei sei mesi di intenso lavoro tecnico condotto dall’Ispra, non mi risulta che l’Anci abbia messo in piedi un folto gruppo di sindaci per lavorarci né che abbia chiesto aiuto a esperti).
Ha detto che il Pnr avrebbe fatto piovere un sacco di ricorsi perché i privati che hanno aspettative di volumetrie da realizzare non possono ricevere uno stop (frasi del genere mi confondono sempre perché penso sempre che i sindaci sono innanzitutto degli strenui protettori dell’interesse generale e non gli alfieri che difendono per prima cosa le pretese di quanti vogliono urbanizzare sui propri terreni). Ha detto che non si poteva approvare un Pnr senza finanziamenti (ma l’Anci non ha mai pubblicamente alzato la voce chiedendo al governo di appostare soldi proprio per non perdere questa sfida). Ha detto che comunque nulla è perso perché ora la commissione lo reinvierà e ci saranno altri sei mesi per sistemarlo, senza rendersi conto (o rendendosene eccome, valutate voi) che nel tempo che passerà senza un Pnr i Comuni non se ne staranno con le mani in mano e tantomeno avranno strumenti nuovi per frenare le richieste di trasformazione che fioccheranno e che poi sarà impossibile compensare.
Ha poi detto che l’applicazione del regolamento a solo 2.761 Comuni, come indicato dall’Ue, avrebbe scatenato una asimmetria ingiusta e sperequativa. Peccato che l’Anci non ha mai proposto di allargare a tutti i Comuni o a un numero maggiore, ma ha fatto l’esatto contrario: ha chiesto di ridurre il numero e si è opposta alla proposta dell’Ispra di prevedere l’adesione volontaria dei Comuni non appartenenti alla lista Ue.
Insomma, tutte affermazioni che non rispondono alla cronaca degli ultimi mesi, ma che piuttosto lasciano pensare a una imbarazzante prossimità con le posizioni dell’Ance (l’associazione dei costruttori) e alla debolezza dei meccanismi di condivisione interna alla associazione dei Comuni. Se quelle cancellature le ha decise un’ampia e autorevole assemblea dei sindaci (di cui non abbiamo avuto notizia) o un tavolo ristretto di uno o due di loro fa certamente differenza e spero ne discutano con franchezza alla prossima assemblea Anci a Verona. Nel frattempo, ricordiamo ai 2.761 Comuni che devono applicare in toto il regolamento europeo che, solo nel 2024, entro i loro confini sono spariti 595 ettari di coperture arboree e quattromila ettari di aree verdi, pari al 48% del consumo di suolo nazionale annuo. Una cifra da brivido che dimostra la responsabilità dei Comuni e/o la loro incapacità a frenare una urbanistica ancora ingorda di suolo e verde.
L’affossamento del Pnr ci catapulta in una vicenda di cui questo tempo di crisi ecologica non ha bisogno e rende tutti noi, volenti e nolenti, complici. Una situazione davanti alla quale non dobbiamo tenerci le parole in gola. Eppure, nessun sindaco, tranne Silvia Salis di Genova, ha formalmente inviato una lettera all’Anci prendendo posizione per difendere quello che era il Pnr prima del grande taglio. Gli altri? Il sindaco di Milano? Di Roma? Di Bologna? Di Rimini? Di Crotone? Di Isernia? Di Palermo? Di Catania? Di Bari? Di Firenze? Di Pesaro? Di Venezia? Di Matera? Di Cagliari? Di Udine? Di Trento? Di Bolzano? Di Aosta? Di Torino? Di Padova? Di Perugia? Di Chieti? Di Reggio Emilia dove si è consumato il grande e ignobile ecocidio di Bosco Ospizio?. Evito di inserire nella lista il sindaco di Napoli, presidente dell’Anci. E i deputati? E i senatori? Nazionali ed europei? Il 95% di loro è stato colto da improvvisi ascessi e non ha potuto parlare? Il silenzio di tutti coloro che hanno responsabilità politiche è pesante come una pietra tombale.
Mi tornano alla mente le parole di Hannah Arendt: “Chi sa di poter dissentire sa anche che, in qualche modo, quando non dissente esprime un tacito assenso”. La Società italiana degli urbanisti ha dissentito e ha preso posizione lo scorso maggio: ne siamo fieri. Lo ribadiremo con convinzione il prossimo 27 novembre proprio a Napoli: sappiamo che è difficile fare cambiamenti, ma non vogliamo essere complici di un clima urbanistico che si arrende. Vogliamo insistentemente alimentare l’ambizione e stare dalla parte di un progetto urbanistico che sposa in pieno il ripristino della natura.
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)







