Immagine1

Con prudenza e moderazione anche nei progetti di riqualificazione delle aree dismesse si può chiedere che buona parte delle aree tornino ad essere suolo libero e permeabile: una nuova prospettiva urbanistica che può sembrare una provocazione è in realtà una proposta realizzabile.

Un ciclo di vita esaurito e nuove prospettive

Per le aree industriali acquistate a suo tempo, su cui si è costruito e lavorato, ma che purtroppo si ritrovano oggi dismesse, si può considerare esaurito il ciclo di vita. Queste aree possono quindi tornare a verde. Dal momento dell’acquisto in poi, infatti, i proprietari hanno ampiamente ammortizzato i costi iniziali: per questo nell’ottica di una loro riqualificazione si può prevedere un ampio recupero di aree verdi. Tale condizione non si può considerare una perdita economica per il proprietario delle aree: anche quanto pagato dal punto di vista di tributi locali può considerarsi ampiamente compensato dalle attività svolte. Per il proprietario l’abbandono dell’area può anche costare di più: problemi di decoro e crolli, magari su aree pubbliche, potrebbero generare contenziosi con la Pubblica Amministrazione costretta giustamente ad intervenire con i provvedimenti necessari.

Evitare la speculazione e applicare il principio chi inquina paga

Spesso su queste aree si sviluppano vere e proprie speculazioni, pericolose per il territorio: la compravendita di aree e i diversi passaggi di proprietà, sono spesso frutto di operazioni esclusivamente finanziarie. La scelta urbanistica di interesse pubblico risulta quindi annullata dall’interesse economico privato anche perché risulta evidente che di nuove costruzioni residenziali non ce n’è proprio bisogno. E’ una vera e propria speculazione: in un paese dove quasi tutti sono proprietari di casa, l’imprenditoria dovrebbe ancor di più chiedersi perché costruire ancora. La demolizione, così come la rimozione dell’asfalto di alcune strade poco trafficate per far tornare a verde il suolo, può essere richiesta nell’ottica di una riqualificazione basata sul principio del “chi inquina paga” applicato al terreno. Un terreno da riqualificare verrà acquistato a cifre minori considerando poi che chi interviene, come nel caso delle bonifiche, dovrà occuparsi della rinaturalizzazione di una parte dell’area.

Immagine3

Le strade della rigenerazione passano dal recupero delle aree verdi

Il primo obiettivo per recuperare queste aree è quello di rimettere gli immobili nel ciclo produttivo, meglio ancora se in aree di nuova concezione ecologicamente avanzata o tramite altre forme di organizzazione del lavoro (es. coworking e startup), ma anche terziario, servizi privati e pubblici “open space”, che danno nuova vita al costruito. Ma la rigenerazione di un’area assume ancor più significato con la condizione del mantenimento a verde di buona parte della stessa: un processo virtuoso che è simile a quello della riclassificazione, dal punto di vista urbanistico delle aree libere edificabili, destinandole nuovamente a un uso agricolo. Mantenere anche più del 50% di tali aree dismesse a verde e “tornare indietro” nelle scelte sulle destinazioni urbanistiche non sono richieste azzardate. Se in ambito cittadino, c’è inoltre la grande opportunità di recuperare anche notevoli quantità di verde urbano.

L’urbanistica è scambiata troppo spesso con il “fare edilizia”, ma così non dovrebbe essere: il compito di questa disciplina è quello di armonizzare la città e renderla vivibile. Un obiettivo quindi più vicino alla tutela ambientale rispetto che allo sviluppo economico. Una città può risultare più competitiva di un’altra non solo sull’offerta lavorativa e nei servizi, ma anche, e soprattutto, sulle sue condizioni ambientali. Avrà quindi maggior ragione di esistere perché sarà scelta dalle persone per viverci.

Luca D’Achille (@LucaDAchille)
Giorgio Majoli

Share