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A quasi un anno dall’approvazione, la legge lombarda sul consumo del suolo presenta aspetti delicati ancora da affrontare e risultati che preoccupano. Anche in altre regioni rimangono questioni aperte, come la definizione di consumo e quella dei limiti. Ulteriori segnali dell’esigenza di definire al più presto un’unica legge nazionale.

Una difficile definizione che complica la situazione

La Legge Regionale della Lombardia n. 31/2014 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato” dello scorso novembre definisce consumo di suolo la “trasformazione, per la prima volta, di una superficie agricola da parte di uno strumento di governo del territorio, non connessa con l’attività agro-silvo-pastorale, esclusa la realizzazione di parchi urbani territoriali e inclusa la realizzazione di infrastrutture sovra comunaliaggiungendo che tale consumo è “calcolato come rapporto percentuale tra le superfici dei nuovi ambiti di trasformazione che determinano riduzione delle superfici agricole del vigente strumento urbanistico e la superficie urbanizzata e urbanizzabile”. Che cosa vuol dire? Il consumo viene inteso tale solo quando va a toccare aree “qualificate dagli strumenti di governo del territorio come agro-silvo-pastorali” e non comprende quindi tutte quelle aree che, nella realtà, sono in questo momento libere e permeabili. L’urbanizzazione di quelle “parti interessate da previsioni pubbliche o private della stessa natura non ancora attuate” non è considerata consumo. Il bilancio ecologico del suolo, anch’esso definito nella legge, darà “consumo zero” anche se nella realtà verranno trasformate tali parti considerate “urbanizzabili”.

E’ ancora tutta da fare la battaglia per la sua definizione” sostiene il Consigliere Regionale Umberto Ambrosoli del Gruppo Patto Civico riguardo al consumo di suolo dopo la presentazione della ‘Relazione annuale 2014 sullo stato della pianificazione in Lombardia’. Nel comunicato del gruppo, sostenuto anche dagli Ecocivici Verdi Europei Monza e Brianza, si chiede una classificazione delle definizioni perchè “fondamentale per capire cosa è successo fin qui e cosa è previsto, al fine di poter definire obiettivi di riduzione ed azioni preventive nei confronti di eventuali disastri alluvionali”. Si sottolinea infatti che: “è del tutto ignorato il fenomeno del dissesto ambientale. Eppure anche il suolo compromesso – da frane, fenomeni erosivi o di instabilità a vario titolo – è suolo consumato, e sottratto ad un uso suscettibile di creare valore” e inoltre: “è una fonte di costi, oltre che di rischi – a volte gravissimi – per la comunità”.

Tra riqualificazioni mancate e tempistiche allungate, il consumo prosegue

Dalla sintesi della “Relazione annuale 2014 sullo stato della pianificazione in Lombardia” emergono situazioni preoccupanti come quelle dell’ Oltrepò Pavese e della Valtellina con il territorio fortemente interessato dal degrado ambientale. I numeri dicono che in provincia di Sondrio non sembra esserci crescita demografica ma risulta invece costante la crescita delle aree antropizzate. In generale per tutta la Regione Lombardia si evidenzia nella relazione che: più del 25% delle nuove antropizzazioni sono di tipo residenziale, mentre l’aumento della popolazione residente è stata del 7,4%. Si dice anche che più di 500 ettari di territorio sono stati stati sottratti all’agricoltura per la realizzazione di impianti fotovoltaici in particolare in provincia di Cremona. L’altro consumo di suolo è legato in particolare a “nuove strade, ampliamenti delle precedenti e/o nuovi spazi accessori della rete stradale”, in particolare nelle province di Milano e Brescia. Aumentano poi le aree degradate, non utilizzate e incolte, su terreni in precedenza ad uso agricolo.

E’ di questi giorni l’analisi dei dati fatta da Legambiente che ha messo in luce il continuo aumento del consumo di territorio agricolo in provincia di Pavia. Purtroppo si sottolinea che “lo sfruttamento delle aree vergini rimane ancora più conveniente delle bonifiche industriali”. Un allarme collegato agli altri due problemi aperti dalla legge regionale:

1- è necessario aggiornare il censimento delle aree dismesse che, come sostenuto da Ambrosoli, è “utile per la localizzazione di eventuali operazioni di recupero e di rigenerazione urbana” e risale ormai a cinque anni fa. Il risanamento del costruito è un elemento fondamentale per la riduzione del consumo e può portare anche ad un ulteriore recupero del territorio libero.

2- la “finestra temporale” concessa dalla legge è pericolosa perché non mette un argine da subito all’avanzata del cemento.

Le diverse situazioni regionali, nell’attesa della legge nazionale

Aggiornato al mese di agosto 2015, il dossier dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili valuta e confronta le normative regionali approvate o in corso di approvazione su consumo di suolo e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Anche quì si vede che la definizione di consumo non è chiaramente inquadrata: a differenza di quella Lombardia altre regioni utilizzano la più generica ma forse più veritiera definizione di “riduzione della superficie agricola e/o naturale per effetto di interventi di impermeabilizzazione, occupazione stabile, urbanizzazione ed edificazione non connessi all’attività agricola e/o agli interventi di difesa dal dissesto idrogeologico” utilizzata ad esempio in Abruzzo, molto simile a quella dell’Emilia Romagna.

Così come per il calcolo del consumo e del limite: detto del metodo lombardo, in altre regione si parla di limiti regionali da recepire a livello provinciale (in Abruzzo e, in previsione, nel Veneto) o da verificare annualmente (come nella Provincia Autonoma di Bolzano). Si parla anche di soglie d’uso in Emilia Romagna e trasformazione consentita esclusivamente in ambito urbano (Toscana). In Veneto (ma ne abbiamo parlato anche per iniziative comunali in altre regioni) sono previste richieste di riclassificazione di aree per togliere volontariamente la potenzialità edificatoria. Preoccupa il fatto che nel resto delle regioni si parli esclusivamente di intenti (Campania e Friuli) e che per 4 regioni (Basilicata, Lazio, Molise e Sicilia) ci sia una riga vuota, sia su quanto fatto che su quanto in previsione.

Il tutto con all’orizzonte la legge nazionale: l’ultimo aggiornamento riportato nel dossier è che il disegno di legge (Atto C/2039) è in discussione alla Camera dei Deputati. Presentato nel febbraio 2014, è in corso di esame in Commissione, come riporta la pagina informativa dal sito della Camera da cui si può anche leggere il testo proposto. Una legge quindi in fase di definizione e che speriamo possa essere efficace, considerando che da tempo se ne sente l’esigenza ma che sembra essere ancora lontana.

Luca D’Achille (@LucaDAchille)