Eolico, solo se non devasta territori e biodiversità

I grandi gruppi industriali spingono per realizzare impianti industriali a fini speculativi, a scapito di boschi, zone protette e crinali di montagna, persino in zone a rischio idrogeologico. Ma sono tanti i comitati che si sono mobilitati e per i quali la strada è quella delle comunità energetiche con impianti a impatto basso o nullo

Di Linda Maggiori

Articolo tratto da Terra Nuova n 417 luglio-agosto 2025

In tutta Italia sono nati e stanno nascendo comitati di cittadini fortemente critici nei confronti dei tanti progetti di eolico industriale che multiutility e grandi gruppi vogliono realizzare su ampie fette di territorio; molti di questi progetti insistono sui crinali, su aree fragili e boscose, e costituiscono un grande rischio per la biodiversità locale. Il proliferare di questi mega-impianti estremamente impattanti viene giustificata con la «necessità di accelerare la transizione energetica». Se da una parte è vero che l’eolico è un’importante fonte di energia rinnovabile, dall’altra va sottolineato che tali impianti sono per lo più in mano a colossi energetici che rispondono a obiettivi puramente speculativi e che vengono favoriti da una normativa lacunosa e contraddittoria. E, guarda caso, le leggi regionali che dovrebbero definire (e limitare) le aree idonee a ospitare gli impianti incontrano molti ostacoli nella loro applicazione.

Le leggi regionali e la sentenza del Tar

Con il Decreto Aree Idonee del 21 giugno 2024 il Governo ha stabilito principi e criteri omogenei per l’installazione di impianti rinnovabili, rimettendo però alle Regioni l’individuazione di aree idonee per l’installazione di impianti di fonti rinnovabili (Fer). Le aree da individuare da parte delle Regioni possono essere di quattro tipi: idonee, non idonee, ordinarie e vietate. Nelle aree idonee i procedimenti sono semplificati, nelle aree vietate non sono possibili, nelle altre aree (ordinarie e non idonee) ci sono procedimenti autorizzativi amministrativi più articolati. Il termine per emanare leggi regionali doveva essere di 180 giorni dopo il Decreto, ma alla fine del 2024 poche Regioni avevano legiferato, quindi il termine è slittato più volte. A metà maggio 2025 il Tar del Lazio (sentenza numero 9155) ha accolto il ricorso fatto da alcune società di pale eoliche, annullando i commi 2 e 3 dell’articolo 7, giudicandoli «fortemente lesivi della libera attività imprenditoriale». Così, durante i mesi estivi, il Ministero dell’ambiente dovrà elaborare un nuovo decreto nazionale sulle aree idonee, imponendo alle Regioni di non essere più restrittive della disciplina statale già esistente (decreto legislativo 199/2021). Le Regioni, di conseguenza, dovranno adeguare le leggi regionali già emanate o in itinere.

Le prime Regioni che hanno già legiferato sono la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia e l’Abruzzo, in itinere sono Puglia, Lombardia, Toscana, Calabria, Marche ed Emilia-Romagna; altre Regioni hanno iniziato la stesura.

La Sardegna

La legge regionale sarda (numero 20 del 5 dicembre 2024) è di fatto la più restrittiva: individua superfici idonee solo nell’1% del territorio, privilegiando aree da bonificare o già impermeabilizzate.

La legge è stata già impugnata dallo Stato il 5 febbraio scorso e dopo la recente sentenza del Tar dovrà essere riscritta; quindi si preannunciano aspre proteste da parte dei cittadini che hanno tutta l’intenzione di battersi per preservare le aree più delicate del loro territorio.

«Quella approvata era una buona legge» dice Mauro Gargiulo di Italia Nostra Sardegna «anche se tra i limiti, a nostro parere, c’era un insufficiente utilizzo dell’idroelettrico, nonostante la presenza cospicua di bacini tra loro connessi che avrebbero potuto essere usati per i pompaggi in modo da sopperire alla variabilità delle fonti rinnovabili, Comunque, deve esser chiaro che limitare l’installazione di impianti Fer in aree idonee non significa affatto favorire l’uso di fonti fossili, a cui ci opponiamo fermamente. Siamo infatti per la chiusura delle centrali a carbone e la rinuncia alla metanizzazione nella nostra isola, già devastata da insediamenti petrolchimici e industrie fortemente energivore: per noi il futuro è nelle comunità energetiche».

A prendere posizione è anche ReTES, la Rete per la transizione ecologica sarda. «La Sardegna ha una sfruttamento delle sue risorse senza il coinvolgimento della popolazione» sottolineano. «Il problema non è la transizione energetica in sé, ma il modo in cui viene gestita. Se lasciata al mercato, rischia di trasformarsi in un’opportunità di profitto per pochi. La soluzione quindi non è una moratoria totale sulle rinnovabili, che favorirebbe lo status quo fossile, ma una gestione pubblica e partecipata degli impianti, con regole chiare e giuste compensazioni per le comunità» si legge nel manifesto della Rete.

È bene dire però che non tutti hanno motivazioni così cristalline per opporsi all’eolico. In Sardegna anche le lobby dell’oil&gas e i principali media che difendono la metanizzazione dell’isola si oppongono all’eolico. Non solo. Nel documentario “Il Grande inganno verde” si vedono miliardari che temono che le loro ville possano essere svalutate o che i mega-yacht più grandi al mondo possano smettere di attraccare in Sardegna.

Impatto dell’eolico sui crinali italiani

Spesso i mega-progetti industriali insistono sui crinali boscosi degli Appennini e delle isole. «I boschi evoluti, una volta tagliati, sono una perdita netta per l’ambiente e per la biodiversità» spiega Alessandro Bottacci, esperto di conservazione della natura, già direttore del Parco nazionale delle foreste casentinesi. «La fase di cantierizzazione disturba tutta la fauna e la flora, e si ripercuote in modo negativo anche tutt’attorno. Gli impianti eolici in funzione sono una minaccia e un disturbo per pipistrelli, uccelli migratori e rapaci (tra cui le aquile, che stanno pian piano riconquistando il territorio). Non va dimenticato, poi, che molti crinali sono ricompresi nei siti della Rete europea natura 2000 (Sic, Zps e Zsc)».

In Toscana, sul Monte Giogo di Villore, tra i comuni di Vicchio e Dicomano, è in corso un cantiere per 7 aerogeneratori di 168 metri di altezza. «A ogni grande torre eolica corrispondono tra i 600 e gli 800 metri cubi di piattaforma sotterranea in calcestruzzo armato, oltre a strade di accesso ed elettrodotti che, se realizzati sui crinali boscosi, implicano deforestazione e distruzione di ecosistemi. Assistiamo a chilometri di sbancamenti, cementificazione, consumo di suolo vergine, abbattimento di foreste con alberi maturi e ad alto fusto, biodiversità distrutta e compromessa in modo irreversibile. Anche lo scavo per il cavidotto interrato di decine di chilometri è impattante» denunciano gli attivisti del Comitato per la tutela del crinale mugellano. «La dorsale risulta inoltre instabile, con frane quiescenti. Lavori di questo tipo non faranno che peggiorare la situazione e aumentare il rischio di frane».

La Lipu ci tiene a precisare di non essere contraria per principio agli impianti eolici, riconosce la loro importanza ai fini della decarbonizzazione, ma non ne nasconde le problematicità. «Il problema è dove localizzare questi impianti» afferma Claudio Celada, direttore dell’Area conservazione della natura per Lipu. «Fino a oggi, la totale assenza di pianificazione ha сrеаto una vera e propria invasione di impianti, senza alcun rispetto del paesaggio e della biodiversità. Ci troviamo migliaia di pale eoliche in zone interessate da rotte migratorie o lungo crinali di pregio paesaggistico. Anche nelle aree aperte di prateria le pale possono essere pericolose, in quanto zone di predazione privilegiate dai grandi rapaci. Le popolazioni di grifoni corrono rischi elevati perché la loro visuale, ottimale per individuare le carcasse, non consente loro di accorgersi delle pale quando vi si avvicinano. I grandi rapaci, come le aquile, usano le correnti termiche per prendere quota e rischiano di scontrarsi contro le pale. Purtroppo le Valutazioni di impatto ambientale sono spesso condensate in un tempo insufficiente per produrre risultati scientifici davvero accurati. Non vengono infine presi in considerazione gli impatti cumulativi tra impianti vicini, importanti in quanto si crea una sorta di effetto barriera.

La Lipu, con un team internazionale formato da BirdLife International, Otop e Ispra, ha realizzato le mappe di sensibilità degli uccelli sia a terra (on shore) sia a mare (off shore), valutando aree a basso rischio (che comunque non dispensano da ulteriori indagini a livello di sito), che dovrebbero essere interdette allo sviluppo di impianti eolici. Per mitigare l’impatto degli impianti già esistenti, esiste la possibilità di prevedere i flussi di uccelli fermare le pale in corrispondenza dell’arrivo delle rotte migratorie. La soluzione è per ora solo teorica perché comporta un calo di produzione di energia.

Le speculazioni

Dall’alleanza tra i comitati di Toscana, Emilia Romagna, Marche è nata, nel settembre 2024, la Coalizione TESS Transizione Energetica Ser Speculazione. «I lauti incentivi e la deregulation sui vincoli paesaggistici e ambientali hanno spinto innumerevoli società, spesso con piccoli capitali e scatole cinesi di grandi aziende, a lanciarsi nel business con atteggiamenti speculativi» spiegano i portavoce della coalizione. «Così però non si fa altro che consumare suolo e degradare ecosistemi. Secondo i nostri calcoli, le superfici già degradate e urbanizzate sono più che sufficienti alla realizzazione di un numero di impianti di energia rinnovabile (privilegiando il fotovoltaico) adeguato al raggiungimento della quota di produzione energetica da fonti rinnovabili prevista dall’Unione europea per il 2030». Consultando la mappa di ventosità dell’Europa (European wind atlas) ci si rende conto della bassa ventosità dell’Italia centro settentrionale rispetto ai paesi del nord Europa e al Mare del Nord dove le wind farm sono effettivamente diffuse da decenni e molto efficienti.

Anche in Umbria pendono decine di progetti depositati sui crinali dei monti nei Comuni di Foligno, Trevi, Sellano, Valtopina, Nocera Umbra e Gualdo Tadino, cui si sommano altri progetti previsti nei comuni marchigiani limitrofi. Il gruppo Difendiamo l’Appennino chiede una legge sulle aree idonee che garantisca la quota di rinnovabile, ma al contempo preservi il paesaggio. «L’industria delle energie rinnovabili colloca i propri impianti secondo una logica prettamente di profitto economico dove i terreni costano meno, cioè nelle aree agricole e quelle montane, che però sono fonti di servizi ecosistemici essenziali; così danneggia l’intera collettività» sottolinea Simone Vitaletti, di Comitati territoriali riuniti di Sassoferrato e Fabriano.

Eolico e biodiversità

Nei pressi di Modigliana, nel forlivese, alle porte delle Foreste Casentinesi, pende un progetto di otto pale eoliche alte 200 metri, con 25 chilometri di cavidotti sotterranei, proprio a ridosso della foresta di Montebello. I Comuni interessati (Modigliana, Rocca San Casciano e Tredozio) si sono detti contrari, anche perché più volte devastati da frane e alluvioni.

«La strategia nazionale per la bio diversità e la Nature Restoration Law pongono come obiettivo quello di ripristinare il 50% degli ecosistemi degradati entro il 2050» sottolinea Mariaelena Santandrea, veterinaria di Modigliana. «Nell’Appennino, paradossalmente, stiamo degradando ecosistemi sani per installare impianti eolici. Insomma, mi sembra ovvio che l’energia rinnovabile non dovrebbe intaccare la biodiversità». La percezione di molti è che si stia entrando in un circolo vizioso di devastazione ed estrattivismo, dove ai danni degli impianti a fonti fossili si aggiungono ora quelli degli impianti industriali e speculativi delle rinnovabili, senza che i secondi vadano a sostituirsi al primi. «E in Maremma e Tuscia» aggiunge Lucia Minnuto del Comitato Pro Montauto nel grossetano «le turbine sorgerebbero tra diverse aree vincolate, come la riserva naturale di Montauto, l’oasi del Fiora, il parco archeologico di Vulci. In queste zone c’è forse l’ultimo cielo buio d’Italia, dove sorge anche un osservatorio astronomico di rilievo internazionale, la cui attività sarebbe compromessa dall’inquinamento luminoso degli impianti».

I buoni esempi

Naturalmente ci sono esempi di impianti eolici a misura di comunità. A Gubbio, in località Castiglione, è stata realizzata una turbina da 999 KW, alta 79 metri che soddisfa la domanda di 800 famiglie. Ce ne parla Federico Bufalini, cittadino e presidente della comunità energetica che sta sorgendo intorno alla turbina: «L’impianto è situato in una zona remota, già antropizzata, con tralicci e strade esistenti; per la sua realizzazione non è stato abbattuto nessun albero e la turbina si trova fuori dalla fascia di rispetto dei crinali e della viabilità panoramica. Abbiamo minimizzato anche l’impatto di scavi e infrastrutture, visto che la linea di media tensione è in prossimità del sito». La cooperativa energetica Enostra, i cui soci hanno finanziato l’impianto, si è data dei criteri molto stringenti, che escludono dall’ubicazione dei loro impianti aree di nidificazione o aree corridoio per l’avifauna, aree con presenza di alberi ad alto fusto, siti Natura 2000 е zone protette, aree archeologiche, siti Unesco, pendii dove si possono innescare fenomeni di erosione, e altro ancora.

Secondo Leonardo Setti, professore aggregato di energie rinnovabili e politiche energetiche presso l’Università di Bologna, ideatore delle Comunità solari locali: «Il grande eolico è necessario perché fornisce energia alle reti di alta tensione che devono sopperire al 30% del fabbisogno sui territori, nei periodi in cui le comunità energetiche non hanno sole a sufficienza per autosostenersi. Ma va pianificato bene, messo laddove c’è molto vento e a ridosso del bacini idroelettrici dove sono già presenti gli impianti di pompaggio dedicati ai grandi sistemi di accumulo, in modo da ridurre l’impatto del cavidotti delle infrastrutture. La cosa più importante però è cambiare il mercato elettrico, rendere l’energia un bene comune condiviso tra piccoli produttori e consumatori, in particolare per l’energia che si scambia a livello di cabina secondaria. Se lasciamo le rinnovabili ai grandi fondi finanziari, allora ci troveremo una selva di grandi impianti eolici e fotovoltaici, in un mercato che sarà sempre dominato da grandi produttori, devastando i territori per mera speculazione. Insomma, se è vero che il grande eolico serve alla rete primaria, la maggior parte di energia va prodotta nelle reti secondarie dagli stessi utenti e condivisa tramite comunità energetiche: questo dobbiamo chiedere, questa è la vera rivoluzione».

Eolico off shore

L’eolico off shore sfrutta la maggior energia del vento in mare aperto e consiste in impianti a fondazione fissa o galleggiante. In entrambi i casi, gli impianti possono avere ripercussioni sull’ambiente marino e sui fondali, soprattutto se sono posti lungo le rotte migratorie degli uccelli e dei grandi cetacei.

Le pale eoliche possono altrimenti essere ancorate su piattaforme esistenti, ad esempio piattaforme metanifere dismesse. Per ridurre l’impatto dell’eolico a mare, Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club alcuni anni fa hanno sottoscritto Il Manifesto per lo sviluppo dell’eolico off shore in Italia con Anev. Le associazioni chiedono di minimizzare le modifiche dell’habitat bentonico, individuare all’interno dei parchi eolici aree di ripopolamento di flora e fauna dove non si può pescare, dare massima protezione agli habitat prioritari (come, ad esempio, le praterie di posidonia oceanica) ed evitare di impiantare le pale nelle zone corridoio dell’avifauna migratoria e del cetacei.

Il Movimento No Tap No Snam, che da decenni lotta contro le infrastrutture fossili, tra le osservazioni presentate durante la consultazione regionale della Puglia per l’individuazione delle aree idonee, ha chiesto che gli impianti eolici off-shore siano collocati non a 12 miglia dalla riva, ma nella fascia tra le 40 e le 50 miglia, date le peculiarità paesaggistiche e naturalistiche della costa pugliese.

Insomma, se uscire dal fossile è senza dubbio una priorità, è chiaro come sia controproducente installare impianti eolici ovunque sacrificando tutto quel che resta della biodiversità e consegnando i territori al mercato.

«Io credo che occorra lavorare sulla domanda. Davvero è necessaria tutta questa energia?» dice Viviana Manganaro, militante in numerose associazioni per il clima. «Fermo restando che è necessario raggiungere il 100% di energia prodotta dalle rinnovabili, la priorità dovrebbe essere la riduzione della necessità di energia e soprattutto abbandonare il mito della crescita infinita».