di Paolo Pileri – Altreconomia.it
Ciò che sta accadendo in città, al di là di come andranno le inchieste, ha ferito a morte la politica, ridotta a mestiere prettamente gestionale, di regolazione di affari, scambi, convenienze, attrattività. Urge un dibattito tutto nuovo sulla questione morale che oggi è inevitabilmente legata a quella ecologica. Ma questa visione è del tutto assente nel discorso “velocità” e “verticalità” del sindaco. L’intervento del prof. Paolo Pileri
Ho ascoltato e riascoltato il discorso di Giuseppe Sala, sindaco di Milano, in Consiglio comunale il 21 luglio 2025. Un discorso che arriva all’indomani delle indagini della Procura sul cemento facile a Milano. Le vicende che hanno portato a questo stallo sono tante e diverse, intrecciate e complicate e lasciamo che la magistratura le snodi a una a una. Ma non sono solo gli ipotetici reati a deprimermi in questo frangente. Quel che mi preoccupa è anche altro.
Da un lato l’ennesimo svuotamento del significato di politica e, dall’altro, l’ulteriore riduzione dell’urbanistica a materia gestionale che deve solo occuparsi di regolare (poco) gli affari (molti) di investitori, immobiliari, fondi sovrani e di risparmio. Con tanto di politici, ma anche di professionisti, tramutati in uscieri, pronti ad aprire la porta appena vedono in lontananza l’investitore avvicinarsi. Quest’ultimo fa parte della famiglia dei “paga-pretende” e quindi viene ossequiato, facilitato, onorato e perfino difeso dalla politica.
Veniamo al discorso di Sala. Premetto che non è di quelli che conserverò per figli e nipoti perché non vi ho trovato scatti culturali verso l’alto e neppure un minimo accenno a dubitare del proprio operato. Non l’ho apprezzato fin dall’inizio con quella rievocazione della tangentopoli degli anni Novanta: “Le mie mani sono pulite”. Ci mancherebbe non lo fossero.
Il problema non trovo che sia solo qui. Sta anche in un altrove che il discorso non evoca: si chiama questione morale. Se esistono i reati stabiliti nei codici per i quali decide la magistratura, il potere politico può generare anche altri danni, meno codificati e più impalpabili, ma cruciali per il buon vivere e sono quelli che offuscano la moralità, degradano il ruolo delle istituzioni e della politica. Si può davvero pensare oggi di essere responsabili solo di quel che è scritto nei codici delle leggi urbanistiche e non anche per i guasti morali che certe scelte generano oggi e domani? Milano oggi è sulla bocca di tutti per questi scandali e proprio per aver piegato il “mestiere” politico (come lo ha chiamato il sindaco) a procuratore immobiliari di fatto.
L’uso sbarazzino dell’urbanistica produce enormi distorsioni morali e lascia in eredità pesanti guasti sociali ed ecologici. Lo abbiamo detto mille volte. Mi imbarazza che la questione morale non sia stata neppur sfiorata nel discorso di Sala, forse convinto che non vi sia alcuna violazione a nessun codice etico. Una convinzione che mi viene confermata dall’uso ardito della parola “virtù”, usata solo per lodare l’abilità del Comune nel costruire collaborazioni pubblico-private, quale miglior pista possibile per “fare la città”.
Una lode che, quantomeno, scricchiola da tutte le parti vista la vicenda del “Salva Milano” dove proprio il tipo di accordo pubblico-privato scelto dal Comune di Milano (procedure urbanistiche semplificate e scontate al posto di piani attuativi e oneri urbanistici più alti) ha consentito a quest’ultimo di pagare molti meno oneri di urbanizzazione del dovuto, riducendo quindi gli incassi spendibili per servizi e opere a favore di tutti i cittadini. Quel “Salva Milano” che, ricordiamolo, il sindaco ha fortemente sponsorizzato per ottenere una legge nazionale fino a quando, davanti all’evidenza degli arresti, ha capitolato ritirando la sua richiesta.
Il modo di intendere la politica che esce da quel discorso, secondo me, non può abitare questo tempo e men che meno il tempo futuro. Quella non è politica ma, semmai, mera gestione amministrativa e spesso non nell’interesse dei cittadini a meno di far coincidere pienamente quest’ultimo con l’interesse degli investitori della finanza immobiliare. Ma direi che non è possibile. Quel che sta accadendo a Milano, indipendentemente da come andranno le inchieste, ha ferito a morte la politica, perché continua a ridurla a una questione solo e primariamente gestionale, di regolazione di affari, di scambi, di valutazione di convenienze, di produzione di attrattività. E mi spiace enormemente che questo sia avvenuto per responsabilità di quel poco che rimane a sinistra della geografia politica, visto che in questa Regione delle idee dovremmo trovare ben altro di ciò a cui stiamo assistendo.
Con la vicenda Milano anche l’urbanistica non è più progetto di città e di buona vita per tutti in città, ma è più regolazione degli investimenti degli speculatori in cambio di qualche piantumazione, boschetto, parchetto e sistemazione temporanea di strade e piazze. Fatico a essere fiero di una frase come “la velocità a cui corre Milano ha bisogno di correzioni continue” perché la trovo semplicemente spaventosa in quanto ci propone come buona e giusta l’idea che ciò che comanda è la rapidità delle decisioni (mi ricorda l’ex ministro Giulio Tremonti che si vantava di approvare il bilancio del governo in meno di dieci minuti), e tutto il resto si deve adeguare.
Ma davvero siamo convinti che la fretta dell’investitore sia il vangelo urbanistico che salverà le città? Davvero la politica è convinta che dobbiamo farci dettare le regole urbanistiche dagli investitori? Ci crediamo e vogliamo questo? Chi ha stabilito che la velocità è la stella cometa da seguire, costi quel che costi? Certo, occorre snellimento burocratico, ma altrettanto servono uffici tecnici con più personale e occorre offrire loro più formazione per traguardare le sfide complesse dell’oggi così da sostenere chi governa aiutandolo a non scivolare.
Ma formazione tecnica, educazione ecologica, necessità di una politica in grado di fare da argine alle pretese private, sono cose che non si citano mai. La velocità che ha trasformato Milano in poco più di 15 anni è la stessa che ha spazzato via migliaia di famiglie dalla città, innalzato i prezzi della vita, succhiato i risparmi di famiglie lontane per far studiare i figli, fatto schizzare i valori immobiliari, usato piscine pubbliche per trasformarle in lounge privati, speso milioni di euro pubblici per lustrare il centro e spiccioletti per far qualcosa sul bordo.
Sono “virtù” queste? Se un artista ha disegnato in stile Bansky un Sala muratore sulle pareti del Padiglione d’arte contemporanea e non un Sala ecologista significa che ha letto questo nel sentimento popolare. Il sindaco se ne faccia una ragione. Serve quindi a poco avere le mani pulite se si continua a usarle per far girare sempre più velocemente la betoniera laddove è la crisi ecologica la prima cosa di cui occuparsi. Ma di ciò non c’è traccia nel discorso del sindaco Sala. Almeno io non la vedo.
In ultimo il consumo di suolo, evocato nel discorso e tema che ci tocca da vicino. Nel suo discorso il sindaco ha benedetto la verticalizzazione urbanistica sostenendo che liberi terreno. Lo fa poggiandosi sulle spalle di un unico e noto architetto che lui stima e su una frase di Legambiente che lui riporta. Bene: non c’è alcuna prova scientifica in quel teorema. E non ho visto alcun suolo liberato in questi quindici anni di verticalizzazioni, per usare l’espressione di Sala.
Come ho avuto modo di scrivere tempo fa (e non mi è stato contestato) il consumo di suolo a Milano è rimasto sempre su valori preoccupanti tra i 19 e i 30 ettari all’anno, negli ultimi dieci anni. Non ricordo battaglie politiche del sindaco Sala per una legge nazionale contro il consumo di suolo, né ripetute contestazioni alla legge regionale che di fatto non ferma nulla. Non ricordo sue iniziative culturali attraverso le quali convocare altri sindaci per discutere di fermare il consumo di suolo con l’intento di giungere a una proposta di legge dei sindaci. Neppure i sindaci metropolitani hanno avuto mai il tempo di radunare in quasi dieci anni di sindacatura, su questo tema. Quindi, di che cosa stiamo parlando esattamente? Del nulla.
Chiudo con una prospettiva. Appurato che non stiamo parlando di politica ma di gestione immobiliare, la guida di cui una città come Milano ha bisogno (ma temo di poter dire anche di Bologna, Torino, Bari, Roma e chissà quante altre visto che il modello Milano propagandato con fervore dal centrosinistra sta mietendo guasti anche altrove) è una capace di intestarsi una chiara discontinuità con il modello Milano.
Questo è quel che più abbiamo bisogno: discontinuità. Non intestarsi alcuna discontinuità significherà continuare ad aprire varchi per le logiche neoliberiste, c’è poco da dire. Voglio sperare che le forze politiche progressiste a un certo punto abbiano un colpo di coda e aprano un nuovo dibattito sulla questione morale che oggi è inevitabilmente legata a quella ecologica e che è la grande assente. Diamo voce alla questione morale perché laddove i reati non saranno tali, ci proporranno di liquidare questa faccenda con una festa, ma noi non possiamo dimenticarci il pesante guasto morale di quel che è stato combinato. Non c’è nulla di cui stare allegri.
Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Dalla parte del suolo” (Laterza, 2024)






