Investimenti, consumo di suolo e decisioni irreversibili: una riflessione sui data center.
Il Consiglio dei ministri ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale due nuovi programmi per la realizzazione di data center in Lombardia e Sardegna, per 6,8 miliardi di euro complessivi...
di Jasmine La Morgia.
L’intervento più consistente prevede un campus fino a circa 400 MW tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, nell’area metropolitana di Milano. Il Governo motiva la scelta con la sovranità digitale, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’attrazione di investimenti tecnologici. Per accelerare gli interventi saranno nominati commissari straordinari incaricati di coordinare le procedure, anche ai fini dell’autorizzazione unica.
Con questa decisione salgono a sette i programmi strategici per data center, concentrati per la maggior parte in Lombardia: Rho, Pero, Zibido San Giacomo, Melegnano, Settimo Milanese, Cornaredo, Tavazzano, Opera, Pieve Emanuele, Fizzonasco, Bertonico, Cusago e Lacchiarella. Inoltre, sul territorio continuano a proliferare altri progetti al di fuori di un quadro regionale unitario e trasparente, come quello di Pozzaglio che, al momento, non figura tra quelli di interesse strategico nazionale, ma si colloca nello stesso processo di rapida espansione dei data center in Lombardia e mostra quali criticità possano emergere quando le richieste degli investitori precedono una programmazione territoriale complessiva.
Sta così prendendo forma una trasformazione territoriale di scala regionale della quale non vengono valutati gli effetti cumulativi sulla rete elettrica, sulle risorse idriche, sul consumo di suolo, sulle infrastrutture e sugli ecosistemi.
E insieme cresce la mobilitazione: da Lacchiarella e Zibido San Giacomo a Opera, da Magenta all’asse Rho-Pero, comitati, cittadini e amministratori chiedono trasparenza, partecipazione e una valutazione cumulativa degli effetti energetici, idrici e territoriali. Le contestazioni non riguardano la tecnologia in sé, ma un’espansione che arriva dalle singole proposte degli investitori, senza una preventiva programmazione e verifica regionale della capacità insediabile e dei territori compatibili.
In questo quadro si inserisce il maxi-data center previsto a Pozzaglio ed Uniti, nel Cremonese, sul quale è stata già inviata al Comune e alle autorità competenti una diffida a firma del locale comitato di Salviamo il Paesaggio.
Secondo la denuncia, il progetto non sarebbe conforme al Piano di governo del territorio vigente e, per renderlo realizzabile, verrebbero richieste modifiche alle norme riguardanti il reticolo idrico, la rete ecologica, le aree boscate, la centuriazione romana, le altezze degli edifici e gli standard urbanistici. Dunque, il PGT verrebbe riscritto per adattarsi alle necessità dell’investitore.
La definizione dei data center come infrastrutture strategiche non può diventare una scorciatoia per rimuovere preventivamente le tutele ambientali, paesaggistiche e idrauliche che ostacolano uno specifico progetto. Inoltre, grazie al Regolamento Europeo per il Ripristino della Natura, si può invocare il principio di non regressione per cui va verificata la coerenza dell’intervento rispetto ai livelli di tutela già garantiti e al mantenimento di una protezione complessiva almeno equivalente a quella esistente.
Una chiave di lettura utile alla comprensione di quanto sta accadendo viene dalla riflessione pubblicata da Paolo Benanti a partire dalla decisione con cui, nel 1911, Winston Churchill scelse di convertire la flotta britannica dal carbone al petrolio.
Benanti respinge l’equivalenza secondo cui “i dati sono il nuovo petrolio” perché mentre «il petrolio è un bene rivale, esauribile, concentrato in giacimenti…», i dati possono essere duplicati e utilizzati contemporaneamente. C’è però un’analogia tra petrolio e intelligenza artificiale che riguarda il modo in cui vengono prese le decisioni.
I data center non sono infrastrutture immateriali: richiedono edifici, energia, impianti di alimentazione, gruppi elettrogeni, reti, acqua e vaste trasformazioni territoriali.
Benanti evidenzia l’asimmetria tra la revocabilità delle promesse e l’irreversibilità delle opere che verranno realizzate: gli impegni dichiarati sulla sostenibilità possono essere modificati o ritirati, mentre una centrale, una dorsale elettrica e un grande insediamento industriale restano per decenni.
Nel dibattito pubblico dominano grandezze tecniche e quantitative: megawatt installati, investimenti, prestazioni, latenza, tempi autorizzativi e posizione nella competizione internazionale, ma restano fuori dalla deliberazione le domande destinate a pesare nel lungo periodo: quale dipendenza stiamo creando, a chi affidiamo il controllo delle infrastrutture e quale modello economico e territoriale stiamo costruendo intorno a opere difficilmente reversibili.
Una decisione che riguarda interessi generali viene presentata come una scelta puramente tecnica: l’efficienza e la competenza hanno sostituito il confronto politico sulla distribuzione dei benefici, dei costi e dei rischi.
La questione non è opporsi all’innovazione digitale. È decidere democraticamente quanta capacità di calcolo sia realmente necessaria, con quale energia debba essere alimentata, dove possano essere localizzati gli impianti, quali territori debbano essere esclusi, quali benefici rimangano alle comunità ospitanti e quali impatti cumulativi siano sostenibili.
Prima di moltiplicare i data center è necessaria una programmazione nazionale e regionale che privilegi le aree industriali realmente dismesse, escluda il consumo di suolo agricolo e naturale e valuti insieme energia, acqua, infrastrutture, salute e biodiversità.
Benanti chiude la sua riflessione chiedendosi quali decisioni stiamo assumendo come se fossero soltanto tecniche e quali istituzioni abbiano il compito di rallentarle abbastanza da consentire una vera deliberazione sui fini.
E purtroppo finora questo compito è messo in atto dal civismo organizzato dei movimenti ambientalisti, piuttosto che dal livello istituzionale che dovrebbe garantire che la deliberazione, vale a dire il dibattito articolato, avvenga prima di modificare il territorio, non quando le trasformazioni sono ormai diventate irreversibili.
Riferimenti:
Paolo Benanti, “Nel 1911 Churchill scelse il petrolio. Stiamo ancora scegliendo”, 6 agosto 2026







