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PNRN: i “chiarimenti” di ANCI confermano una visione che difende l’esistente e indebolisce il futuro

Dopo il confronto aperto da Salviamo il Paesaggio e da Paolo Pileri, la replica di ANCI non scioglie il nodo centrale: come raggiungere gli obiettivi della Nature Restoration Law cancellando o depotenziando le misure che dovrebbero renderli effettivi?

a cura di Jasmine La Morgia (Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio)

Le richieste di modifica al Piano Nazionale di Ripristino della Natura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani sono al centro di uno scambio polemico di nicchia a causa del periodo estivo, ma che riveste invece notevole importanza per le conseguenze di tali richieste rispetto all’efficacia del Piano e alle misure di pianificazione.

Avevamo esposto subito le nostre critiche, Paolo Pileri su Altreconomia ha espresso ulteriori rilievi, cui l’ANCI ha replicato con documento di chiarimento, ulteriormente ripreso da Pileri punto per punto.

ANCI dichiara di condividere gli obiettivi del Regolamento europeo, di sostenere la riduzione del consumo di suolo, l’aumento delle superfici permeabili, la copertura arborea e la maggiore resilienza delle città. Ma chiede di eliminare o ridimensionare molte delle misure attraverso cui quegli obiettivi dovrebbero incidere realmente sulle trasformazioni urbane.

Le richieste presentate dall’ANCI intervengono proprio sul nucleo delle misure predisposte da ISPRA per gli ecosistemi urbani, colpendo in particolare salvaguardie, rapporto con la pianificazione urbanistica, VAS e VIA, compensazioni e monitoraggi e senza indicare strumenti alternativi di efficacia almeno equivalente.

Cosa ANCI chiede di cancellare

È utile uscire dalle formulazioni generali e ricordare concretamente di quali misure stiamo parlando. Nel documento trasmesso da ANCI viene chiesto lo stralcio integrale di 11 misure ISPRA. Scompaiono innanzitutto tutte e tre le misure di salvaguardia: la ISPRA 01, finalizzata a evitare la riduzione degli spazi verdi e della copertura arborea; la ISPRA 02, che prevedeva una salvaguardia transitoria rispetto alle trasformazioni capaci di produrre nuove perdite; e la ISPRA 03, rivolta alla tutela dei suoli urbani non artificializzati.

Ma non vengono eliminate soltanto le salvaguardie. ANCI chiede di cancellare la ISPRA 06 sui Piani urbani della natura, la ISPRA 08 che collegava il ripristino alla revisione delle previsioni urbanistiche, la ISPRA 09 e la ISPRA 10 che introducevano la verifica degli obiettivi del Regolamento nelle VAS e nelle VIA, e la ISPRA 11 che prevedeva l’adeguamento dei regolamenti edilizi.

Vengono inoltre stralciate la ISPRA 12, relativa alle compensazioni preventive e agli interventi di depavimentazione e ripristino, la ISPRA 16, che chiedeva di recuperare entro il 2030 le perdite intervenute dall’entrata in vigore del Regolamento, e la ISPRA 24, relativa alla localizzazione territoriale delle compensazioni. Nella motivazione di quest’ultimo stralcio ANCI afferma esplicitamente di proporre l’eliminazione dell’intero sistema delle compensazioni preventive e delle misure di salvaguardia.

Anche ciò che rimane cambia natura. Il monitoraggio annuale ISPRA 04 viene spostato al MASE e subordinato alla definizione di un nuovo protocollo con Regioni e ANCI; il rapporto annuale ISPRA 05, pubblico e riferito anche alla scala comunale, diventa un rapporto semplicemente “periodico”, con funzione conoscitiva e privo di effetti diretti sulla pianificazione. Altre misure di ripristino vengono riscritte sostituendo obblighi con formule come “promuovere”, “laddove possibile” o “ove compatibile”.

Il risultato complessivo non è quindi una semplice semplificazione tecnica: è un Piano con meno salvaguardie, meno obblighi, meno collegamenti con la pianificazione e un ruolo tecnico di ISPRA fortemente ridimensionato.

Uno degli aspetti che più ci preoccupa è il ridimensionamento del ruolo tecnico-scientifico di ISPRA: L’Istituto è il soggetto pubblico nazionale cui lo Stato affida funzioni tecnico-scientifiche ambientali, il monitoraggio del consumo di suolo, l’organizzazione e la validazione dei dati e il supporto alla costruzione del Piano.

Le proposte ANCI spostano invece verso il MASE e verso la concertazione con Regioni e Comuni alcune funzioni centrali di monitoraggio e valutazione. La cooperazione istituzionale è necessaria, ma non può trasformarsi nella subordinazione dell’evidenza scientifica alla mediazione politica.

Quanto verde è stato perso? Quanti ettari sono stati impermeabilizzati? Quanto è diminuita la copertura arborea? Una compensazione restituisce davvero le funzioni ecosistemiche perdute? Queste domande devono ricevere risposte tecniche, misurabili e verificabili, non negoziate.

Per Salviamo il Paesaggio il ruolo di ISPRA deve quindi essere tutelato e rafforzato, mantenendo in capo all’Istituto una funzione centrale nella definizione delle metodologie, nella validazione dei dati, nel monitoraggio e nella verifica dell’efficacia delle misure.

ANCI cita la Germania come esempio di un Paese che può attuare il Regolamento puntando soprattutto sul sostegno agli enti locali, senza introdurre nel Piano prescrizioni direttamente incidenti sulla pianificazione comunale. Ma il confronto va completato con il quadro normativo di partenza.

In Germania la legislazione urbanistica già impone un uso attento del suolo, limita l’impermeabilizzazione e integra la prevenzione e la compensazione degli impatti ambientali nella pianificazione. In Francia l’obiettivo di riduzione dell’artificializzazione del suolo è già stabilito per legge e deve essere recepito negli strumenti regionali e comunali.

In quei Paesi, dunque, il Piano di ripristino si innesta su obblighi di tutela già presenti. In Italia manca ancora una legge nazionale efficace sul consumo di suolo e non esiste un sistema equivalente di obblighi generalizzati capace di orientare la pianificazione urbanistica verso la riduzione dell’artificializzazione.

Se la tutela è già garantita dalla legge, il Piano può coordinarla e rafforzarla. Se quella tutela manca, eliminarla dal Piano significa lasciare un vuoto.

Gran parte delle osservazioni di ANCI esplicitano la volontà di non interferire con i piani vigenti, di non mettere in discussione previsioni urbanistiche già approvate, di non introdurre nuovi obblighi e di rinviare molte scelte a successivi processi di ricognizione, programmazione e pianificazione.

Ecosistemi degradati, perdita di suolo, riduzione della biodiversità, città impermeabilizzate e sempre più vulnerabili al caldo e agli eventi meteorologici estremi richiedono invece di cambiare direzione. Il ripristino della natura non significa soltanto evitare nuovi danni: significa progettare un miglioramento.

Significa aumentare il verde e la copertura arborea, recuperare suoli impermeabilizzati, ricostruire connessioni ecologiche, restituire spazio alla natura nelle città e correggere scelte urbanistiche che non sono più compatibili con le condizioni climatiche e ambientali di oggi.

La Nature Restoration Law non chiede agli Stati di amministrare meglio l’esistente, ma di avviare una traiettoria di miglioramento.

È questa prospettiva di futuro che manca nelle proposte ANCI. La preoccupazione dominante sembra essere quella di proteggere piani, competenze e situazioni consolidate, laddove il PNRN dovrebbe essere occasione per ripensare le città e progettare un territorio più resiliente e più ricco di natura nel 2030, nel 2040 e nel 2050.

Nel proprio chiarimento ANCI arriva a prospettare, come conseguenza della bozza, perfino demolizioni di immobili e una generale ripianificazione delle città. Paolo Pileri contesta questa lettura e ricorda che le misure ISPRA miravano piuttosto a recuperare le perdite intervenute dall’entrata in vigore del Regolamento e a evitare che, nel frattempo, ne venissero autorizzate di nuove.

Evocare gli scenari più estremi ed allarmistici, che per altro non corrispondono al tenore letterale delle misure, diventa la giustificazione per eliminare l’intero sistema di salvaguardia. In questo modo non si risponde alla domanda su cosa succede alle trasformazioni autorizzate oggi, mentre si attende che il nuovo sistema immaginato da ANCI venga definito e diventi operativo.

Ricognizione, verifica, programmazione, pianificazione e monitoraggio sono tutte attività necessarie, nel frattempo però il territorio continua a trasformarsi.

Senza adeguate salvaguardie transitorie si rischia una sequenza paradossale: prima si consuma o si impermeabilizza, poi si registra la perdita e infine si spendono risorse pubbliche per tentare di ricostruire altrove ciò che si sarebbe potuto conservare.

Per questo il principio di non regressione deve accompagnare l’intera fase di costruzione e revisione del Piano: le correzioni non possono determinare un abbassamento del livello di tutela e le salvaguardie eliminate devono essere sostituite, se necessario, da strumenti diversi ma almeno altrettanto efficaci.

Su una cosa ANCI ha ragione: ai Comuni servono risorse

Non si può pretendere che i Comuni affrontino una trasformazione di questa portata senza risorse, personale, dati e assistenza tecnica. Su questo ANCI pone un problema reale.

Ma proprio qui dovrebbe concentrarsi la forza politica dell’Associazione dei Comuni: chiedere fondi strutturali per l’attuazione dell’articolo 8, competenze tecniche, strumenti per acquistare e rinaturalizzare aree, risorse per la depavimentazione e la forestazione urbana e una disciplina nazionale capace di tutelare le amministrazioni che devono correggere previsioni urbanistiche non più sostenibili.

L’alternativa allo scarico delle responsabilità sui Comuni non può essere lo scarico delle tutele.

Un Piano nazionale forte può essere uno strumento a disposizione dei sindaci, che offre criteri uniformi, riduce l’arbitrarietà, fornisce una cornice nazionale a chi deve difendere suolo e verde e sostenere gli amministratori che scelgono di rivedere previsioni urbanistiche ormai incompatibili con la crisi climatica.

Per questo troviamo paradossale che l’ANCI, anziché guidare questa trasformazione, sembri preoccuparsi soprattutto di neutralizzare gli effetti più innovativi del Piano.

Il compito non è custodire l’urbanistica di ieri. È costruire le condizioni per le città di domani.

Da che parte vuole stare ANCI?

Il Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio chiede all’ANCI di rivedere le sue posizioni e al MASE di non accogliere modifiche che producano una regressione delle tutele. Le misure ISPRA possono essere perfezionate, ma il PNRN deve conservare salvaguardie effettive nella fase transitoria, un rapporto concreto con gli strumenti urbanistici, compensazioni subordinate all’obbligo prioritario di evitare e ridurre la perdita, un monitoraggio pubblico e almeno annuale e un ruolo tecnico-scientifico centrale e indipendente di ISPRA.

L’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, ora che si decide il futuro delle nostre città e dei nostri territori, deve porsi a tutela dell’interesse generale e diffuso dei cittadini ad avere città più vivibili, meno impermeabilizzate, più alberate e più resilienti agli eventi climatici. Deve guardare all’interesse delle generazioni future, che erediteranno le conseguenze delle decisioni urbanistiche assunte oggi.

La priorità non può continuare a essere la conservazione delle previsioni edificatorie esistenti, delle aspettative consolidate e della possibilità di trasformare suoli ancora liberi perché un piano approvato anni o decenni fa lo consente.

L’effetto delle modifiche richieste finisce per proteggere soprattutto lo status quo urbanistico e gli interessi alla trasformazione, mentre vengono indeboliti gli strumenti predisposti nell’interesse collettivo per limitarne gli effetti ambientali.

Ed è questa contraddizione che ANCI deve spiegare. I Comuni sono il luogo nel quale si manifestano le conseguenze del cambiamento climatico, delle isole di calore, dell’impermeabilizzazione, delle alluvioni urbane e della perdita di verde. Sono anche il livello istituzionale che può trasformare concretamente le città. Per questo ci aspetteremmo da ANCI una battaglia per ottenere più risorse, più competenze, più strumenti e una normativa nazionale più forte per aiutare i sindaci a proteggere il territorio, non una battaglia per eliminare proprio le misure che provano a cambiare la deriva seguita fino a oggi.

La Nature Restoration Law nasce dalla constatazione che l’esistente non è più sufficiente e chiede di produrre un miglioramento misurabile: recuperare ecosistemi degradati, aumentare verde e copertura arborea, restituire permeabilità ai suoli, ricostruire connessioni ecologiche e rendere le città più resilienti.

ANCI può scegliere di essere la forza istituzionale che aiuta migliaia di sindaci a cambiare rotta, chiedendo allo Stato risorse, garanzie giuridiche, competenze e strumenti per rendere le città più verdi, permeabili e resilienti. Può difendere i Comuni che hanno il coraggio di rivedere vecchie previsioni edificatorie e di privilegiare l’interesse generale alla tutela del suolo e della natura.

Oppure può scegliere di rappresentare soprattutto la conservazione dell’esistente, opponendosi ogni volta che gli obiettivi ambientali producono conseguenze concrete sulle trasformazioni urbanistiche.

È su questo che chiediamo ad ANCI di dire con chiarezza da che parte sta.

Dalla parte dell’interesse generale e diffuso alla tutela del territorio, della sicurezza climatica e della qualità della vita? Oppure dalla parte della difesa delle aspettative edificatorie e degli interessi particolari che chiedono che nulla cambi?

La Nature Restoration Law nasce proprio per superare questa impostazione, attraverso un Piano capace di cambiare la traiettoria del Paese, non di certificare quella esistente, grazie a misure che guardano al futuro, non al passato.

Jasmine La Morgia

Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio

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