Dal cambiamento climatico alla giustizia climatica

Il 22 e 23 luglio scorsi verranno ricordati per due sentenze che costituiscono solidi e fondamentali pilastri per la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica. In Italia le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sentenziato che le cause climatiche nel nostro Paese sono lecite e ammissibili, anche in termini di condanna delle aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni climalteranti in atmosfera. La Corte Internazionale di Giustizia ha invece sancito che gli Stati hanno l’obbligo di proteggere l’ambiente per il bene delle generazioni presenti e future…

La sentenza della Corte di Cassazione, riunitasi lo scorso 18 febbraio, ha dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini che nei mesi scorsi avevano fatto ricorso alla Suprema Corte, domandando se in Italia fosse possibile o meno portare le aziende inquinanti in tribunale per chiedere giustizia climatica.

Il verdetto è stato pubblicato lo scorso 22 luglio e afferma perentoriamente che anche in Italia si può avere giustizia climatica.

«Nessuno, nemmeno un colosso come ENI, può più sottrarsi alle proprie responsabilità. Secondo la Suprema Corte – ha commentato Greenpeace – i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico sia sulla scorta della normativa nazionale e sia delle normative sovranazionali».

La sentenza ha un impatto immediato anche sulla causa avviata nel maggio 2023 da Greenpeace, ReCommon e a 12 cittadine e cittadini italiani davanti al Tribunale di Roma contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. e Ministero dell’Economia e delle Finanze per chiedere di obbligare il maggior gruppo industriale italiano per fatturato a rispettare l’Accordo di Parigi e ridurre le sue emissioni.

ENI, CDP e MEF avevano eccepito «il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito», ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica simile non fosse procedibile. Per questo era stato presentato ricorso alla Suprema Corte, conclusosi con un verdetto che dà finalmente ragione piena ai sostenitori dei diritti umani legati alla crisi climatica.

il Tribunale di Roma potrà quindi ora procedere nell’accertamento di eventuali danni causati da ENI con le emissioni climalteranti diffuse dai suoi impianti e stabilimenti anche in Stati esteri, poiché i danni sono stati provocati in Italia e in quanto le decisioni strategiche risultano essere state assunte dalla società capogruppo che ha, appunto, sede in Italia.

Di enorme rilevanza anche il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia che, su richiesta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha definito il cambiamento climatico “una minaccia urgente ed esistenziale” e determinato gli obblighi degli Stati per questa materia, allo scopo di garantire la protezione dell’ambiente.

La Corte, sottolineando gli impegni degli Stati nei trattati ambientali e sui diritti umani (quali l’Accordo di Parigi, il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e la Dichiarazione universale dei diritti umani) ha dichiarato che gli Stati hanno l’obbligo di proteggere l’ambiente per il bene delle generazioni presenti e future e, dunque, il dovere di prevenire danni significativi all’ambiente agendo con la dovuta diligenza, prevedendo l’adozione di misure per ridurre le emissioni di gas serra, rendendo disponibili le informazioni scientifiche e adottando tutti i mezzi a loro disposizione per proteggere il sistema climatico in conformità con le loro capacità e risorse disponibili. Gli Stati hanno anche il dovere di cooperare con altri Stati per la protezione dell’ambiente. 

Il parere della Corte dell’Aia segue le importanti sentenze di altre tre corti internazionali, registrate nell’ultimo anno e mezzo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nell’aprile 2024, aveva riconosciuto la legittimità del ricorso presentato dalla ormai famosa associazione “Anziane per il Clima” e condannato la Svizzera per violazione dei diritti umani in relazione al cambiamento climatico e per non aver adeguatamente mitigato i rischi climatici che minacciano la generazione anziana.

Il Tribunale internazionale del diritto del mare, nel maggio 2024, aveva stabilito che gli Stati hanno l’obbligo di proteggere l’ambiente marino anche dai cambiamenti climatici.

Mentre la Corte interamericana dei diritti umani, qualche settimana fa, aveva chiarito che il diritto ad un clima sano è un diritto umano e che gli Stati devono adottare tutte le misure necessarie per prevenire danni irreversibili e ridurre qualsiasi rischio al sistema climatico, inclusi quelli derivanti dalla produzione e consumo di combustibili fossili.

«Le conseguenze del cambiamento climatico sono gravi e di vasta portata: colpiscono sia gli ecosistemi naturali e sia le popolazioni umane. Queste conseguenze sottolineano l’urgente ed esistenziale minaccia rappresentata dal cambiamento climatico. Gli stati hanno l’obbligo giuridico di proteggere il sistema climatico», ha dichiarato il presidente della Corte Internazionale di Giustizia, Yuji Iwasawa.