Troppe le gravi alterazioni alle nostre città compiute dietro questa categoria di intervento. Occorre dichiarare concluso il trentennio della “rigenerazione urbana” e tornare a regole certe, chiudendo per sempre la stagione delle deroghe e degli aumenti indiscriminati di volumetrie.
di Paolo Berdini.
“I comuni individuano, nell’ambito degli strumenti urbanistici generali, le zone ove, per le condizioni di degrado, si rende opportuno il recupero del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente mediante interventi rivolti alla conservazione, al risanamento, alla ricostruzione e alla migliore utilizzazione del patrimonio stesso. Dette zone possono comprendere singoli immobili, complessi edilizi, isolati ed aree, nonché edifici da destinare ad attrezzature”.
Abbiamo riportato in apertura il fondamentale articolo 27 (Individuazione delle zone di recupero del patrimonio edilizio esistente) della legge “Norme sull’edilizia residenziale n. 457/78”,perché fa comprendere in modo efficace l’involuzione culturale provocata dalla cosiddetta “rigenerazione urbana”. L’articolo ancorava il recupero a considerazioni di coerente inserimento degli interventi nella città esistente, con la sua storia e le sue qualità. C’era la città dietro il piano di recupero degli anni ‘70.
E non è neppure possibile sollevare la difesa di ogni scempio con la giustificazione delle “regole burocratiche”, o l’urbanistica, che bloccano tutto. L’articolo consentiva infatti di realizzare anche interventi di recupero su “singoli immobili”. Si potevano dunque aumentare le volumetrie esistenti anche in maniera puntuale, purché ogni valutazione fosse ancorata a considerazioni di contesto e di rispetto delle regole compositive della città.
Con il “piano casa”, ideato dal governo Berlusconi e attuato senza alcuna eccezione da tutte le regioni nel 2009, sono stati attribuiti a qualsiasi immobile, in qualunque area urbana (anche di qualità elevata) esso ricadesse, aumenti di volumetrie che hanno sfigurato le città esistenti. Nel volgere di trent’anni siamo passati dalla cultura delle città alla centralità della singola proprietà immobiliare.
Tali e tanti sono gli esempi di gravi alterazioni alle nostre città compiuti dietro alla categoria di intervento della “rigenerazione”, anche nei centri storici delle nostre città, che è indispensabile da parte di Salviamo il Paesaggio rendere evidente una discontinuità culturale nei confronti di una prassi che mette a rischio l’integrità culturale delle nostre città.
Alcuni recenti esempi di “rigenerazione urbana” renderanno chiaro questo assunto preliminare. A Firenze, in pieno centro storico, è stato soprelevato l’ex teatro comunale. Privatizzato e venduto a privati, ha utilizzato tutte le deroghe previste dalle leggi sfigurando il volto della città.
A Roma, gli storici edifici dell’ex museo geologico di largo Santa Susanna e dell’ex Poligrafico dello Stato sono stati sfigurati da sopraelevazioni ottenute con deroghe rispetto alle norme della tutela. A Venezia, è noto l’esempio della trasformazione in un luna park turistico dello storico Fondaco dei Tedeschi.
Ma il caso più eclatante della cultura della rigenerazione urbana è Milano. In base agli aumenti di volumetria consentiti dalle leggi regionali in vigore, infatti, si è ormai perduta per sempre l’immagine di una città omogenea in termini di altezze degli edifici. Chi ha potuto, ha aumentato vertiginosamente le altezze dei propri edifici, danneggiando i proprietari adiacenti e cambiando per sempre lo sky line dell’intera città.
Vedremo se nella vicenda milanese siano stati compiuti o meno abusi edilizi o siano stati commessi reati di corruzione. A questo penserà la magistratura.
A Salviamo il paesaggio e alle associazioni culturali spetta il compito di dichiarare concluso il trentennio della “rigenerazione urbana” e tornare a modalità d’intervento rispettose della storia e della memoria delle nostre città. Tornare, insomma, a regole certe di intervento e chiudere per sempre la stagione delle deroghe e degli aumenti indiscriminati delle volumetrie.
Questo atteggiamento culturale potrebbe avere l’importante l’effetto di scongiurare l’approvazione del testo unificato del disegno di legge “Disposizioni in materia di rigenerazione urbana”, all’esame del Senato della Repubblica, che al terzo comma dell’articolo 3 (soggetti istituzionali della rigenerazione urbana) consente “fatte salve le previsioni più incentivanti delle normative regionali e comunali” aumenti di volumetria del 30 per cento.
La difesa del patrimonio storico e culturale del paese è un pilastro della nostra Costituzione. I centri storici e le prime periferie storicizzate devono essere tutelate per legge, inserendole nelle categorie dei beni tutelati ai sensi del Testo unico. In tal senso, si può riprendere la proposta di legge per salvare le città storiche del 2019, redatta da Cervellati e De Lucia per l’associazione Bianchi Bandinelli. Dal canto loro, le periferie urbane vanno sottoposte a piani di recupero urbano chiari, efficaci e in grado di consentire l’avvio di positivi processi di riqualificazione urbana.
In buona sostanza, ogni aumento di volumetria deve essere deciso dai piani di recupero e l’aumento della superficie urbanizzata non è consentito se non viene dimostrato che sia possibile risolvere le nuove esigenze urbane all’interno della città costruita. In tal senso, la legge regionale Toscana rappresenta un valido esempio da cui partire.
Immagine in alto: sopraelevazione dell’ex Poligrafico dello Stato a Roma (fonte Atelier Femia).







Assolutamente bisogna fermare questi scempi nei centri storici, oltretutto l’aumento volumetrico degli immobili in muratura è anche pericoloso in un territorio ad alto rischio sismico come quello italiano, e soprattutto in netto contrasto con tutte le indicazioni e le linee guida dei centri di ricerca per la mitigazione del rischio sismico degli edifici (INGV- Protezione Civile- Centri di Ricerca : CNR-P.L.I.N.I.VS.-R.E.L.U.I.S ecc.).
Fermiamo la cementificazione selvaggia ma legalizzata.
la cosidetta rigenerazione urbana: ri-fare chiamando rigenerare (ben diverso da ri-generare, comportamento complesso in grado di rovesciare lo satus quo per dare nuovo” genere” alla città), ovvero con gli stessi strumenti urbanistici ed edilizi cambiare il “paesaggio urbano” ( anche questo nella corretta definizione….ah ah ah). Si lasci all’immobiliarismo il genere nuovo che se ne intende! Ciò nonostante, chi si occupa, facciamo per dire, di questioni urbane. si adegua anche alla rigenerazione che, ovviamente, lo esclude .
saluti