Il disegno di legge di Bilancio attualmente in definizione pare essersi “arricchito” di quattro emendamenti dedicati alle sanatorie edilizie proposti da Fratelli d’Italia (primo firmatario il Senatore Matteo Gelmetti) per regolarizzare opere abusive, purché siano state ultimate entro il 30 settembre del 2025…
Nell’elenco delle opere abusive contemplate sono compresi portici e tettoie realizzati in assenza/difformità dal titolo abilitativo edilizio, balconi, pergolati, logge, lavori di ristrutturazione e risanamento purché non abbiano comportato incrementi di superficie e volumetria.
In aggiunta, anche due emendamenti che di fatto riaprirebbero i contorni del condono del 2003 e l’introduzione di una scadenza (entro il 31 marzo del prossimo anno) per consentire ai Comuni di chiudere le pendenze relative ai tre condoni del 1985, del 1994 e del 2003.

Complessivamente, dunque, sei tra sanatorie e condoni. Una situazione particolarmente delicata e “all’italiana” che Paolo Pileri, docente di Progettazione e pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, sconsolatamente ha commentato con puntualità in un’intervista a “Il Fatto Quotidiano”: «Già la parola è ingannevole: condono sembra quasi che sia un dono, ma non lo è affatto, è la legalizzazione di un’attività contro natura e che ha effetti di lungo periodo. Ogni condono, ogni sanatoria rafforza la cultura dell’illegalità e causa una ripresa delle costruzioni abusive. Il problema non è solo o non è tanto il condono in sé, ma che ogni volta che se ne fa uno – o se ne parla – si tiene aperto un precedente: dopodomani chi non pensava più di costruire abusivamente inizierà a farlo. Si dicono: io lo faccio, tanto tra cinque o quindici anni arriverà un bel condono. Non solo: nel frattempo non pago neanche le tasse, l’Imu, la Tari. Il condono è anche questa resa dello Stato».
Prosegue Pileri: «E’ la rinuncia a che siano pagate le imposte per anni, cioè avallare la sottrazione di risorse alla macchina pubblica, che poi va in crisi. E più in generale è come dire “chi se ne frega della collettività”. La politica dei condoni ci insegna che abusare del territorio si può. Chi governa, a ogni livello, ha anche una responsabilità educativa, ma coi condoni la disattende. Il condono è il trionfo degli interessi privati, e dei più furbi tra i privati, la negazione della regolazione collettiva. A cosa servono un sindaco o l’amministrazione pubblica se ognuno fa quel che gli pare e poi arriva la sanatoria? Da questo punto di vista si può dire persino che (anche) i condoni incentivano l’astensionismo. Il condono è un danno anche economico per la collettività. Quando condono la casetta di periferia, per dire, obbligo il Comune a far arrivare in quella casetta tutti i servizi: le strade, le fognature, eccetera. E chi paga? La collettività e non certo chi l’abuso l’ha fatto, che negli anni non ha neanche pagato le tasse su quell’immobile. E non li paga la collettività gli impiegati pubblici che devono esaminare le domande? Peraltro anche gli introiti diretti non sono poi granché: coi condoni del 1985, 1994 e 2003 lo Stato incassò circa la metà del previsto».
«Ma la verità è che tutto quel che si fa in sanatoria è un fallimento delle procedure ordinarie: significa che la pianificazione urbanistica non ha funzionato, che i tecnici comunali non sono riusciti a occuparsi delle pratiche, che le commissioni edilizie e del paesaggio non hanno aiutato. Dovremmo far capire, in primo luogo alla politica e agli amministratori, che bisogna rafforzare le procedure ordinarie, non ricorrere dopo al cerottone di sanatorie e condoni. Ma tanto non lo capiscono… Oddio, in realtà forse lo capiscono ma fanno comunque il contrario».
Nell’ultimo rapporto dell’Istat sugli indicatori BES – parametri, cioè, che misurano la qualità dello sviluppo del Paese anziché il semplice PIL – in Italia ogni cento nuove case costruite ne risultano 15 prive delle necessarie autorizzazioni, in particolare nel Sud dove più della metà delle case è fuori regola. Un fenomeno che l’Istat considera come “sostanzialmente invariato” rispetto al passato e che l’ultimo rapporto specifico di Legambiente riassume con una cifra molto eloquente: solo il 15,3% dei 70.751 immobili abusivi per i quali era stato decretato l’abbattimento – da 435 Comuni delle Regioni più a rischio (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Lazio) – risulta effettivamente essere stato demolito…







