In difesa dell’ultimo fiume naturale alpino d’Europa

Il Tagliamento: nel medio corso, dove divide i territori di Udine e Pordenone, genera un mosaico di straordinari ecosistemi, difesi da direttive e regolamenti europei

di Caterina Diemoz

Il fiume Tagliamento divide il Friuli dai monti al mare. Dalla modesta vena d’acqua che gli dà vita a Lorenzago di Cadore (BL) scorre nella Carnia montuosa, discende nella pianura friulana e, più a sud, segna il confine con il Veneto, dove argini artificiali serrano il suo pigro divagare, prima di gettarsi nell’Adriatico.

Ma è nel medio corso, dove divide i territori di Udine e Pordenone, che genera un mosaico di straordinari ecosistemi, difesi da direttive e regolamenti europei. È qui che una traversa laminante o un ponte diga potrebbero sbarrare il suo alveo per contenere piene prevedibili, dati alla mano, una o due volte ogni cento anni. Ed è qui che la comunità scientifica e numerosi comitati si sono mobilitati più volte in difesa di quello che è oggi, per antonomasia, l’ultimo fiume naturale alpino d’Europa.

Colpa dei fiumi?

Da sessant’anni il Tagliamento è sul banco degli imputati, accusato di avere provocato in tutto una ventina di vittime esondando nel 1965 e nel 1966, quando Aldo Moro lo definì “il più infido dei nostri corsi d’acqua”, e di avere in seguito nuovamente minacciato le comunità rivierasche.

Ma si dimentica che nel 1966 l’Adige, il Piave, l’Arno e fiumi minori inondarono mezza Italia, e che i danni provocati da tali esondazioni furono esacerbati dal precedente decennio di un’edilizia priva di programmazione e ritegno: case incollate ai corsi d’acqua, canali tombati, ecc. La stessa commissione interministeriale De Marchi chiarì che il dissesto idrogeologico si combatte non solo con le opere idrauliche ma anche con limitazioni e vincoli all’uso del suolo: che, invece, si continuò a massacrare, mentre una massiccia delega dei poteri da Stato a Regioni e a enti locali ne infettava le ferite moltiplicando centri decisionali, inefficienze, spreco di denaro pubblico.

Un’opposizione lunga 50 anni

Dopo le alluvioni del 1965/1966 si propose uno sbarramento nella stretta di Pinzano (PN), 80 km a nord della foce del Tagliamento, per regolare il deflusso nel basso corso in caso di nuove piene. Si volle anche potenziare il canale artificiale Cavrato, che da Cesarolo (VE) sbocca nella laguna di Baseleghe a Bibione (VE) e scarica in mare l’eccesso d’acqua del fiume. Ma nel 1979 il piano fu respinto da un’imponente mobilitazione nei paesi vicini a Pinzano e nel 1982 si formò un Comitato Permanente di Opposizione all’opera.

Finché, sempre a Pinzano, l’alternativa di tre casse di espansione in alveo (enormi vasche, in grado di ricevere l’eccesso d’acqua delle piene) comparve nel Piano stralcio 1996-1998 degli interventi di gestione del rischio idrogeologico, approvato e finanziato nel 2000 da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Crebbero allora le opposizioni, mentre si rafforzava il legame tra i comitati più attivi ed esperti di fama internazionale: tutti convinti dell’inutilità e del danno di ogni “grande opera” sul Tagliamento.

Nel 2003 l’intesa culminò in una petizione del WWF in difesa del fiume: vi aderirono 700 scienziati, ricercatori e studiosi, 8.000 cittadini, organizzazioni non governative e centri studi europei. Il WWF promosse anche uno studio alternativo che proponeva dei bacini di laminazione più a valle, poi respinto dalla Regione. Nel 2005, 19.000 firme del comitato “Assieme per il Tagliamento” e di “A.c.q.u.a.” (Associazione Controllo Qualità Urbanistico Ambientale) furono inviate alla Regione, al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea.

Nel 2011, archiviate le casse, migliaia di cittadini e alcuni comuni si opposero anche all’opzione emersa dal tavolo tecnico “Laboratorio Tagliamento” voluto dalla Giunta regionale: un ponte laminante, lungo 975 metri, con paratie mobili tra Spilimbergo (PN) e Dignano (UD). Proprio dove la Regione vorrebbe ora la traversa inclusa nel Piano di Gestione del Rischio Alluvioni delle Alpi Orientali (PGRA dicembre 2022).

La “traversa laminante”

L’11 aprile 2024 la Giunta del Friuli Venezia Giulia ha approvato la delibera 530 con allegato il progetto preliminare di uno sbarramento alto 13 metri e lungo 975, trasversale all’alveo a nord dell’ultracentenario ponte stradale tra Spilimbergo e Dignano; a monte, una vasca di espansione che, in remoto caso di piena (uno/due ogni cento anni) accumulerebbe 29 milioni di m3 d’acqua; più a valle a Madrisio, comune di Varmo, un’opera per prelevare l’acqua dal fiume e, fuori alveo, una cassa di tre bacini di 22 milioni di m3 di capacità per laminare le piene a Latisana (UD). Spesa totale stimata, 200 milioni di euro.

Si prevede anche il rialzo e la diaframmatura degli argini sia del Tagliamento tra Cesarolo e la foce, sia del canale Cavrato tra Cesarolo e lo sbocco nella laguna di Baseleghe a Bibione: ma l’Autorità di Bacino ne ha ridotto la portata massima da 2500 a 1200 m3 spostando il rischio idraulico sul tratto terminale del fiume.

Nel 2017, coi 38 milioni già destinati alle casse, a Latisana era stato elevato il ponte stradale Anas e previsti interventi di rialzo e consolidamento degli argini a Gorgo e alla foce, presso Lignano (UD): ma nel 2024 risultava compiuta solo la diaframmatura degli argini a Gorgo.

Il “ponte diga” e i piani futuri

Nella delibera 1076 del 17 luglio 2024, la traversa repentinamente scompare. Al suo posto un ponte-diga, presumibilmente da affiancare all’antico: idea funzionale al collegamento Sequals – Gemona, pensato fin dagli anni Sessanta, più volte riproposto e contestato per l’indubbio sfregio che causerebbe all’ambiente e al paesaggio dell’alta pianura friulana, dove s’investirebbe nuovo denaro in consumo di suolo anziché nella cura delle strade esistenti e nel potenziamento del trasporto su rotaia.

Connessa al progetto è anche la circonvallazione Variante Sud di Dignano, sulla sponda sinistra del fiume, su Strada Regionale 464,ultimata nel 2023 dalla Regione: due rotatorie e un tunnel artificiale, per sgravare del traffico il centro del paese ma realizzati, dicono i comitati, in base a previsioni sovrastimate e sacrificando un’area golenale, dove nel 1966 le acque erano defluite, limitando i danni nel Latisanese: ma nemmeno le firme di 5400 residenti l’hanno fermata.

Il Tagliamento visto dal ponte di Pinzano – Foto di Caterina Diemoz

Le obiezioni

Si accusa la Regione di rendere noti ai cittadini i progetti in corso con il contagocce: e ciò risulta incomprensibile, se si pensa che per la comunicazione le regioni spendono centinaia di migliaia di euro di denaro pubblico l’anno.

Si osserva che al Tagliamento l’uomo non ha mai reso quelle aree golenali e pianure alluvionali sistematicamente occupate e violate da coltivazioni, edifici, prelievi di tonnellate di ghiaia estratte in deroga all’obbligo di disporre un programma organico di gestione dei sedimenti: che mai si è programmato un piano di rimozione dall’alveo di vegetazione di cumuli di detriti e ghiaia solo là dove occorre; che così si è abbassato il letto del fiume, impedendo all’acqua di colmare le golene e obbligandola a scorrere verso valle.

Inoltre, che si tratti di traversa o di ponte diga, il progetto si avvale di dati risalenti al secolo scorso. Se eseguito, esso non sarà risolutivo, comporterà enormi costi, ostacolerà il naturale trasporto dei sedimenti nell’alveo; occuperà una Zona Speciale di Conservazione (ZSC) di Rete Natura 2000 dell’Unione Europea e, infine, potrà compromettere la falda acquifera sottostante, che è acqua, bene comune, vita di tutti.

Le alternative

Occorre individuare golene e pianure allagabili, alle quali restituire la funzione di contenimento delle piene, ricomporre gli habitat frammentati, rimuovere edifici e strutture inutili: interventi finanziati a migliaia nell’Unione Europea. La stessa Legge sul ripristino della natura obbliga gli Stati a ripristinare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, con l’obiettivo di recuperarli entro il 2050.

Più in dettaglio, l’associazione “Noi siamo Tagliamento” propone di arretrare gli argini ove possibile; creare zone di esondazione naturale e controllata, prevedendo indennizzi per gli agricoltori; mantenere la capacità originaria del canale Cavrato; realizzare un meno impattante scolmatore sulla sinistra idrografica del fiume.

Le petizioni 2024/2025

Da ottobre 2024 la galassia ambientalista chiede che il “Re dei fiumi alpini” continui a scorrere libero.

Il 10 Dicembre 2024 “Assieme per il Tagliamento” ha consegnato al presidente del consiglio regionale Mauro Bordin 13.760 firme contrarie alla traversa, poi inviate anche alla Commissione Europea per le petizioni a Bruxelles (n. 0524/2025). Nel gennaio 2025 è approdata in Commissione un’altra petizione (n. 0144/2025) del Comitato per la vita del Friuli rurale, ambedue pienamente accolte dalla Commissione Europea.

Il tagliamento ha già dato

In tutte le petizioni, il Tagliamento figura come l’ultimo corridoio fluviale morfologicamente intatto delle Alpi: facile quindi, per chi non lo conosce, figurarsi ovunque scenari da fiaba come quelli tra Osoppo e la Riserva Regionale del Lago di Cornino o a Pinzano, dove l’alveo si restringe e il ponte unisce due erte rive rocciose.

Il Tagliamento visto da Ragogna – Foto di Caterina Diemoz

In realtà, fin dal 2002 il compianto fondatore del WWF Fulco Pratesi elencava nell’alto e nel medio corso, tra le aree golenali sottratte al fiume, quelle del distretto industriale semiabbandonato di Trasaghis, dei suoli agricoli divenuti artigianali a Forgaria, del distretto di Paluzza nell’alveo del torrente Bût. Altre ne hanno occupate a Tolmezzo, Amaro, Villa Santina, ma oggi l’elenco potrebbe continuare.

Inoltre, in Carnia le acque del Tagliamento e degli affluenti sono state già sbarrate da dighe che hanno compromesso buona parte dell’ecosistema; sfruttate dall’idroelettrico fino a prosciugarne gli alvei violando leggi che impongono il mantenimento del deflusso minimo vitale; ulteriormente esaurite dal libero mercato delle centraline con centinaia di autorizzazioni concesse dalla Regione sui corsi d’acqua.

Infine, altre case e capannoni si attendono da Latisana alla foce, dove il Tagliamento è ormai un canale i cui alti argini proteggono luoghi intensamente abitati e dove si sarebbe dovuto de-cementificare da tempo. Oggi – incredibile a dirsi – il Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni in Friuli (PGRA 2021-2027) permette di costruire in aree dichiarate esondabili dopo la sua approvazione (dicembre 2022) e consente nuove edificazioni nel caso di richieste pervenute prima che il piano divenisse esecutivo.

Tutto legale, come sempre. Ma anche legittimo?

Immagine in alto: Ponte di Dignano visto da sud verso nord. Photographer Dr. Pierpaolo Mittica. La fascia nera rappresenta la “traversa laminante”. La parte alta dell’immagine è tutta compresa in zona ZPS/ZSC – IT3310007 Greto Tagliamento. Tratta da “Audizione commissione per le petizioni Una Petizione per il Tagliamento No ad un azzardo idraulico, petizione n. 0144/2025”.

6 commenti

  1. Le repliche in questo sito sono sempre le benvenute, sia che rispecchino visioni diverse sia che correggano delle inesattezze. In questo caso, però, la replica del Signor Mattassi afferma una falsità: che il fiume Tagliamento sia tutto arginato dalla montagna al mare; non smentisce la correttezza dei dati riportati; esprime una visione diversa e legittima in democrazia, ma in un tono non giustificabile in alcun modo.
    Nell’articolo non si sono mai sottovalutate le alluvioni, né le conseguenze sulle vite delle persone e sui loro averi, né si sono negate le attuali critiche condizioni del Tagliamento nell’alto e nel medio corso. Si è invece sostenuto che anche qui una gestione dissennata del suolo – misurabile e verificabile in tutta Italia da decenni – ha aggravato le conseguenze dei più devastanti eventi atmosferici. Ridurre il consumo di suolo è una questione prioritaria e colpevolmente irrisolta sul piano legislativo: il perché non devo certo spiegarlo in questa sede.
    E perché non si pensi che questa è fuffa, elenco i paesi sulle rive del fiume col maggiore consumo di suolo in aree certificate ad alta pericolosità idraulica: si va da San Michele al Tagliamento con 424,98 ettari, si procede in ordine decrescente con Latisana (139,85), Spilimbergo, San Vito al Tagliamento, Amaro, Lignano, Casarsa, Codroipo, Varmo, fino a Tolmezzo (32,86).
    Nessuno, poi, ha disegnato schifezze in rosso. Come chiunque può leggere, l’immagine della “traversa laminante” – tra le opere in discussione – se realizzata sarebbe tutta compresa in un’area protetta della rete europea Natura 2000 istituita nel 2013, che tutela l’ambiente naturale lungo il corso del Tagliamento. L’ho trovata nella petizione presentata in Commissione europea dal Comitato per la vita del Friuli rurale: cittadini che risiedono vicino al fiume e temono per questo fiume, ai quali io credo si debba rispetto.
    Leggo poi nella replica che il “ponte” laminerebbe “una piena di 4000 mc che entra in funzione qualche volta per secolo, per qualche ora”. Ma è proprio questo il punto. Si vuole realizzare un’opera colossale e costosissima a carico della collettività, con le conseguenze sugli habitat e sulla falda sotto alveo che ho descritto servendomi di fonti autorevoli e certe; un’opera che va in direzione ostinata e contraria alle direttive europee in vigore (Quadro Acque; Nature Restoration Law, regolamento europeo in vigore dall’agosto scorso per ripristinare gli ecosistemi degradati; le Direttive Habitat e Uccelli; la Convenzione delle Alpi); un’opera che gli esperti ritengono scarsamente efficace contro i rischi di esondazioni a valle dato che negli ultimi vent’anni le esondazioni a Latisana sono state causate soprattutto da precipitazioni intense e concentrate saturando i sistemi di drenaggio, più che da fenomeni diffusi lungo tutto il bacino del fiume.
    Un’opera che laminerebbe con la frequenza che Lei ha correttamente ricordato. Da cittadina che in questa spendida regione ha vissuto per quarant’anni, spero mi sia consentito di esprimere tutto il mio dissenso sulle soluzioni perseguite dall’amministrazione attuale. Un dissenso che poggia non su falsità ma su fonti accreditate, scempi di suolo avvenuti, timori non campati per aria di distruzione di habitat naturali, compromissione di falde acquifere, proliferazione di strade inquinate e inquinanti (nell’articolo parlo anche di questo). In sintesi, timori di un radicale peggioramento della qualità della vita per chi ama e abita queste terre.

    1. Gentile Caterina, comprendo e condivido la sua passione per il fiume Tagliamento presso il quale sono nato e dentro il quale ho passato la mia infanzia. Le due alluvioni hanno segnato la mia vita così come quella di migliaia di persone che hanno subita e mi impediscono di guardare al fiume una ottica esclusivamente protezionistica in primo luogo perché il fiume è coevoluto con l’uomo e i tratti di naturalità lo configura come un ambiente seminatitale in secondo luogo perché ad ogni pioggia piuttosto intensa e ad ogni sciroccata si passa le nottate monitorando gli eventi, spostando mobili e mettendo nelle zone più alte le automobili. Una alluvione non è acqua che passa, si lava e tutto torna come prima. Occorrono 30 anni per tornare come prima e per molte persone costrette ad emigrare per aver perso tutto, cambia completamente la vita. Come idrobiologo assicuro che conosco bene il fiume, dalla montagna al mare e quando affermo che il tagliamento è tutto arginato (fatta eccezione delle coste alte ovviamente) lo faccio con cognizione di causa. Posso documentare tratto per tratto. Così come affermo con cognizione di causa che quello sgorbio rosso è semplicemente bugiardamente allarmistico. Ma conosciamo gli autori e il loro vezzo a drammatizzare le cose a pura propaganda. I contenuti tecnici sono grida di allarme senza fondamento Nessuna opera può contravvenire ai vincoli di rispetto della natura compresa la direttiva quadro 2000/60 che pochi conoscono e che impone il mantenimento o il raggiungimento del buono stato di qualità. Quanto al consumo di suolo assicuro che i dati grezzi non c’entrano gli obiettivi. Ogni luogo ha le sue peculiarità sia paesaggistiche che ecosistemiche. Non ha nessun senso paragonare il consumo di suolo nel medio Friuli dove ci sono terreni pzrmeabili e zone di ricarica della falda freatica con le zone impermeabili sotto la fascia delle risorgive dove l’acqua ritorna a scorrere in superficie ed il problema diventa il suo allontanamento mediante idrovore poste sotto il livello del mare. Il consumo di suolo in terreni impermeabili riguarda altre funzioni in particolare il bilancio della CO2 ovvero la riforestazione, ciò che è stato fatto in moltissime parti del basso Friuli dove di più si sono conservate pinete e boschi planiziali, dove si sono riconvertiti campi golenali a mais a boschette riparie. Anche queste a rischio di estirpazione dalle grandi piene. Il tagliamento è bello dalla montagna al mare ma va protetto prima di tutto da sé stesso con la conoscenza di chi lo vive tutti i giorni e non lo immagina e lo mitizza per impedire qualsiasi opera. Perché è di questo che si tratta alla fine. Conoscere bene e propagare l’informazione vera. In 60 anni di falsità ne abbiamo sentite troppe per misere questioni con convenienza di consensi elettorali o di adesioni a delle causa inventate. Come cittadino pretendo tutela dell’ambiente e dell’uomo compresi i suoi patrimoni intergenerazionale. Come tecnico e ricercatore so per certo che tutte le soluzioni per la regimazione delle piene non hanno mai avuto la possibilità di tramutarsi in progetti e di essere assoggettate alle valutazioni di compatibilità ambientale previste dalle leggi. Le soluzioni meno impattanti o ad impatto 0 o addirittura positive dovendo affrontare il tema della siccità, ci sono. Vanno valutate con correttezza e metodo tecnico scientifico e soprattutto arrivare agli studi di fattibilità, e ai progetti che sono gli unici che possono svelare il merito delle questioni senza soffermarsi in modo ideologico pregiudiziale

      1. Gentile Giorgio,

        Le esperienze umane sono molteplici. Lei nel novembre ‘66 ha temuto le piene del Tagliamento. Io in quel mese ho visto il Cordevole, affluente del Piave, divorare la sua valle mentre tutta Italia conosceva dai media l’esondazione dell’Arno, date le conseguenze su un patrimonio che è parte della collettività intera.
        I doveri di chi scrive su carta o su web, invece, sono pochi e chiari: diffondere ogni informazione che ritenga di pubblico interesse dando massima trasparenza alle fonti e indicandole a chi legge. È quel che faccio abitualmente, ma c’è un dettaglio: la scienza non è neutrale né lo è mai stata, in questo caso ancor meno. Quindi da cittadina, ritenendo che le opere invasive e devastanti sul Tagliamento vadano quanto più possibile evitate, ho trovato dalla mia parte una nutrita schiera di esperti tra cui persino idrobiologi come Lei. Le loro tesi le ho lette e comunicate ai lettori di un sito che ama e difende l’ambiente naturale come bene di tutti. Tesi che ciascuno può rileggere e condividere o meno come più gli aggrada, in qualsiasi momento.
        Con un ulteriore dettaglio: non mi sono mai sognata di definire falsità senza fondamento le premesse sulle quali si basano le opinioni di di chi vuole la “grande opera”, e nemmeno di usare espressioni poco gradevoli per i comitati che a Latisana temono il fiume e le sue piene.
        La ringrazio comunque della Sua attenzione.

        1. Caterina, ha ragione lei. Il Tagliamento è già maltrattato adesso, non peggioriamo la situazione!
          Per quanto riguarda le piene, si costruisce dove non si dovrebbe costruire, lo vede con i suoi occhi chiunque in Friuli. E forse sarebbe anche il caso di fare le case diversamente; non dico palafitte come in certe zone del mondo, ma che siano meno suscettibili alle alluvioni. Un amico mi ha detto che i suoi genitori hanno comprato una casa in una zona alluvionata di recente, ma i danni sono stati minimi perché era stata costruita in previsione di questo evento.

  2. Ma quante scemenze si dovranno ancora sopportare per avere diritto alla sicurezza che in tutto il mondo si dovrebbe assicurare ai cittadini che sono nati e vivono in paesi alluvionati e che attendono da una vita di vivere in pace. Sapete cosa è una grande alluvione? E anche se i morti sono pochi aspettiamo che c’è ne siano di più? E le migliaia di famiglie che vedono distrutta o resa inabitabile la propria abitazione frutto del sacrificio delle generazioni non esistono? E quelli che perdono tutto? Quelli che improvvisamente diventano poveri e devono emigrare cosa sono? E quei danni stimati in oltre 4 miliardi di euro chi li tira fuori? E per cosa poi? Per mantenere un fiume che a monte è stato tutto arginato per scaricare le acque a valle prendendosi i territori per i propri comodi. Compreso quella dell’invenzione del sic tra Pinzano e Dignano creato con sbarramenti trasversali alla corrente che hanno dimezzato l’alveo di espansione della piena. O quelli che hanno arginato il campo di Osoppo o quelli delle zone industriali di Tolmezzo e Carnia. O quelli dei campi rubati all esondazione nei medio friuli. Il tagliamento è tutto arginato dalla montagna al mare!! E il dramma paesaggistico sarebbe quella schifezza in rosso che avete disegnato. Un ponte diga? Falsi. È un ponte che lamina una piena di 4000 mc che entra in funzione qualche volta per secolo, per qualche ora. L’ultima soluzione perché le altre senza impatto visivo non andavano bene pur essendo state proposte dalle amministrazioni locali e dal comitato contro lo sbarramento di Pinzano. Una montagna di bugie per cosa? Per fare notizia e per allarmare la gente compresi quegli 800 pseudiscienziati che sono andati dietro alle gride di allarme. Vergogna!!

    1. Qui l’unico a doversi vergognare è lei. Offendere le Persone e i Cittadini TANTI, e la dott.ssa Diemonz che riassume realmente le vicende che riguardano il Tagliamento, che la pensano diversamente da lei è la dimostrazione di quanto la malafede esista in ciò che scrive. Continuare a tirare per la giacchetta paure e morti non la rende credibile, anzi lei con le sue uscite non fa altro che alzare argini più alti frà le popolazioni del medio e basso corso che invece dovrebbero collaborare per raggiungere soluzioni condivise. Capisco che l’opportunismo politico per lei sia importante, ma per i Cittadini la sorte del Tagliamento lo è molto di più.

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