Foto di Anastasia Palagutina da Unsplash

I paesaggi hanno anche un valore spirituale

Prendendo spunto dalla vicenda del mega impianto eolico previsto nell’Orvietano, una riflessione su un aspetto molto spesso trascurato nel dibattito sul tema di una transizione energetica sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

A cura di Paolo Piacentini (Presidente Onorario Federtrek)

Prendo spunto dalla vicenda del mega impianto eolico previsto nell’Orvietano per proporre una riflessione su un aspetto molto spesso trascurato nel dibattito, alquanto acceso, sul tema di una transizione energetica sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

Quando parliamo di tutela del paesaggio non possiamo dimenticare il valore spirituale ed emozionale rappresentato dalla stratificazione storico-culturale e dai segni etnografici e antropologici presenti in un determinato territorio. La spiritualità “laica” a cui mi riferisco non ha necessariamente un legame con la religione ma con la sacralità si, se intendiamo questo valore come la percezione comune, ed appunto spirituale, di un Genius loci a tutto tondo. Un fenomeno che dovrebbe accomunare comunità e visitatori in una sensazione di stupore e meraviglia verso un territorio ancora ricco di bellezza, dalla più piccola presenza storica e culturale fino alla meraviglia di scorci panoramici unici.

Certo i paesaggi sono in divenire come ogni accadimento della storia umana e la nostra Penisola è segnata da secoli d’antropizzazione che hanno portato, trasformazione su trasformazione, alla bellezza straordinaria di alcuni territori. Purtroppo negli ultimi decenni l’azione umana ha portato a modifiche repentine che in molti casi hanno stravolto l’armonia costruita da un mondo rurale fatto di tanta fatica ma mai di sfruttamento intensivo della terra. In Umbria e nella maggior parte delle aree interne del Paese per fortuna quell’armonia non selvaggia ma costruita da una presenza umana discreta e rispettosa degli equilibri naturali è ancora molto diffusa.

Tornando al territorio dell’Alfina, un altopiano tra i più belli del centro Italia che negli ultimi anni sta trovando un rilancio non solo agricolo ma anche attraverso la crescita del turismo lento, ci troviamo proprio nella classica situazione di un paesaggio di alto valore spirituale e che incorpora elementi di sacralità.

Oltre a tutte le altre oggettive considerazioni che dovrebbero portare ad una bocciatura del mega impianto sul quale si sono alzate voci molto importanti, tra queste anche la scrittrice naturalizzata umbra Susanna Tamaro, quella del valore spirituale dell’Altopiano dell’Alfina è un elemento da non trascurare. Le comunità, come dico spesso nelle mie riflessioni pubbliche, dovrebbero tornare a stringere un nuovo rapporto con il territorio scoprendone dimensioni di senso inedite attraverso una conoscenza percettiva e quindi più profonda. Avere un legame spirituale con la stratificazione profonda del paesaggio che ci ospita determina un sempre più necessario rapporto di cura e quindi di rispetto verso l’equilibrio armonico costruito nel tempo. Nella terra di Francesco non può non venirmi in mente la bella immagine che Massimo Cacciari lanciò ad Assisi nel 2017 parlando del Santo di Assisi in qualità di pellegrino. Francesco, a differenza del viandante di ogni epoca, nel suo peregrinare si prendeva cura di ogni piccola cosa anche solo sfiorata. La cura attenta verso il territorio porterebbe, senza nessuna pretesa assurda di paragonarci a San Francesco, uno sguardo più attento e profondo nei confronti dei paesaggi di cui dobbiamo ricordarci di essere solo ospiti momentanei.

Parlare di “paesaggi rinnovabili”, come fatto in un recente passato da alcune associazioni per giustificare una transizione con pochi limiti, vuol dire non tenere conto della dimensione spirituale e del legame antropologico costruito nei secoli. Un conto sono le trasformazioni lente e a bassissimo impatto, altra cosa sono quelle eterodirette e che nulla hanno a che vedere con le esigenze economiche, sociali, culturali e spirituali delle comunità locali.

Articolo pubblicato su Corriere dell’Umbria del 30.01.2026.

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